Dal 15 maggio, dodici chef stellati cucinano in altrettanti ristoranti jesolani. Non è solo un festival gastronomico: è una città che prova a raccontarsi diversamente.
Jesolo ha un problema di immagine. Non nel senso in cui ce l’hanno le città che vorresti dimenticare, quelle almeno le eviti. Ma nel senso in cui ce l’hanno i luoghi che credi di conoscere già così bene da non sentirti più in obbligo di guardarli davvero. Un’immagine consolidata, comoda, difficile da scalfire. E spesso, semplicemente, incompleta. È qui che interviene Jesolo Gourmet Festival.
Dal 15 maggio, e poi ancora dal 22, Jesolo prova a raccontarsi in modo diverso. Lo fa con dodici cene d’autore distribuite in dodici ristoranti della città, con dodici chef che arrivano da altrettanti angoli d’Italia – e non solo – per cucinare in cucine non loro. È la seconda edizione del Jesolo Gourmet Festival, e già il fatto che ci sia una seconda edizione dice qualcosa: qualcuno ci crede davvero. Le cene iniziano ogni sera alle 20.00, con due esperienze parallele per ogni data, dal 15 al 17 e dal 22 al 24 maggio. Chi vuole prenotare trova tutto su cibovagare.it.
Parliamo chiaro, però, perché altrimenti non sarebbe onesto: operazioni di questo tipo si fanno in molte città e spesso finiscono per assomigliarsi tutte. Lo chef ospite, la location suggestiva, il comunicato stampa con le stelle Michelin elencate come titoli nobiliari, la “valorizzazione del territorio” come formula magica da appiccicare a qualunque cosa. Il rischio del festival gastronomico che diventa decorazione – bella da guardare, inutile da abitare – è sempre dietro l’angolo.

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Cucinare a casa d’altri: il format che cambia tutto
Quello che rende questo progetto diverso, o almeno interessante da seguire, è il meccanismo che lo governa. Non si allestisce una tensostruttura, non si porta uno chef a cucinare nel vuoto. Si chiede a un professionista di entrare nella cucina di un altro professionista. Con tutto quello che comporta: le abitudini consolidate, i fornitori di fiducia, i fuochi che hanno una loro memoria, gli spazi che qualcuno ha costruito anno dopo anno.
Immaginate Peppe Guida, che a Vico Equense ha dedicato vent’anni a costruire un’idea di Campania essenziale e profonda – una stella Michelin all’Antica Osteria Nonna Rosa, una cucina che sa di pomodoro cotto lento e di mare pulito – che una sera di maggio si trova a lavorare in una cucina jesolana che non è la sua. Deve decidere cosa portare e cosa lasciare a casa. Deve capire dove finisce la sua voce e dove inizia il rispetto per quella di qualcun altro. È una negoziazione silenziosa, quasi artigianale, che non si vede nel piatto ma si sente eccome.

Ogni chef porta il suo Mondo a Jesolo
La stessa cosa succede con Anthony Genovese, due stelle Michelin al Pagliaccio di Roma, una cucina che mescola Italia, Giappone e Mediterraneo con una precisione quasi ossessiva. O con Massimiliano Delle Vedove, che a Madrid ha portato lo Smoked Room a conquistare due stelle Michelin in sei mesi partendo dal fuoco e dalla brace come unico linguaggio. O con Jonathan Brincat, che arriva da Malta con quella cucina isolana che sa di scampi del Mediterraneo antico e di incroci tra civiltà che nessun continente ha mai davvero risolto.
Ognuno di loro porta un mondo. E ogni ristoratore jesolano che apre la propria cucina a questi ospiti fa qualcosa di altrettanto coraggioso: si fida. Mette a disposizione il proprio spazio, i propri fornitori, la propria identità. E accetta che per una sera quella cucina racconti anche qualcos’altro. È questo il gesto che trasforma Jesolo Gourmet Festival in qualcosa che vale la pena raccontare.
Una scommessa culturale, non solo gastronomica
Non la stella, dunque. Non il piatto fotogenico, non l’esperienza culinaria da postare. Il punto è altrove: è in quella sera in cui un ristorante di una città balneare veneta diventa il luogo in cui Tina Marcelli – stella verde, cucina alpina di confine tra Italia e Austria – racconta la montagna a qualcuno che forse non ci è mai stato. O in cui Isa Mazzocchi, una delle interpreti più serie e radicate della cucina emiliana, porta a Jesolo il rito della pasta fatta a mano come se fosse una lezione di storia. Oppure in cui il giovane Andrea De Lillo, under 30, dal Nin di Brenzone sul Garda, si misura con un pubblico che non lo conosce ancora e deve convincerlo con quello che ha nel piatto, senza la protezione del nome. Dodici incontri. Dodici sere in cui qualcosa può andare storto o andare benissimo. Ed è proprio l’equilibrio tra le due possibilità, che rende il tutto interessante.

A chi serve Jesolo Gourmet Festival?
La domanda che ogni operazione di questo tipo porta con sé, e che nessun comunicato stampa risponde mai: a chi serve? La risposta onesta è: a molti, e per ragioni diverse. Serve ai ristoratori locali, che guadagnano contaminazione e visibilità. È utile agli chef ospiti, che escono dai loro contesti collaudati e si misurano con orizzonti nuovi. Serve alla città, che guadagna un racconto alternativo a quello già scritto da decenni di estate, spiaggia e notti lunghe.
E serve a chi considera il cibo un modo serio di stare al mondo. Non una passione da weekend, non un’ossessione da social. Ma un modo di capire i luoghi, le persone, le storie che i luoghi e le persone portano con sé. Jesolo, da questo punto di vista, è un esperimento interessante. Se l’alta cucina funziona anche qui, lontana dai circuiti abituali, vuol dire che forse non ha mai avuto bisogno di quei circuiti quanto si pensava.
Quella Jesolo piatta e monocorde, quella che molti credono di conoscere, non è mai esistita davvero. O forse è esistita, ma stava aspettando il momento giusto per raccontarsi diversamente. Dodici cene potrebbero non bastare a cambiare un’immagine costruita in decenni. Ma è un buon posto da cui cominciare.
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