Jannacci e Gaber, i Due Corsari, in una foto d'epoca a Milano
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Gaber, Jannacci, i Due Corsari e la Boutique della carne

Una Vespa che sveniva contro il muro, un tatami che non perdonava, cene che diventavano teatro e una canzone nata a quattro mani. Quando a Milano ci voleva orecchio

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C’era una Vespa, a Porta Vittoria, che ogni giorno sveniva contro un muro. Il suo padrone la appoggiava lì, invece di mettere il cavalletto, con una frenesia disinvolta e vagamente inquietante. Poi le si piazzava davanti a un metro, la fissava per una ventina di secondi e, soddisfatto, saliva in casa. Appena il portone si chiudeva alle sue spalle, la Vespa cadeva. Sveniva, è la parola giusta: si scioglieva lungo il muro, ci scivolava contro lentamente e si sdraiava per terra, felice. Rigandolo. Tutti i giorni, a volte più volte al giorno.

Io stavo di fronte, al primo piano. Mi ero trasferito da poco: finita l’università, espletato il servizio militare, giovane e innamorato, con un piccolo lascito ricevuto da un lontano zio – come nei romanzi un po’ scontati -, avevo comprato un appartamentino. Sotto le finestre mi ritrovavo il macellaio, il celebre «Teo Pitta, La boutique della carne». A guardarlo tutto il giorno, affacciandomi, mi metteva addosso una vaga tristezza. Così spostavo lo sguardo a sinistra, verso il palazzo accanto. Ed è lì che, ogni santo giorno, andava in scena il numero della Vespa.

Mi ero pure accertato, passando a piedi, che quel due ruote avesse il cavalletto. Ce l’aveva. Eppure stava sempre a terra. Avevo preso a indagare il caso come un commissario di provincia, e non per la Vespa: per il suo padrone. Perché quel signore era Enzo Jannacci, il mio idolo, e io non stavo più nella pelle. La mia conoscenza di Enzo comincia lì. Da una Vespa che non sapeva stare in piedi.


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Come Jannacci ci adottò

I geni bruciano in fretta amori e affetti, e così Enzo si prese cura al volo di me e del mio gruppo di amici. Avevamo quasi tutti la Vespa – i più, come me, il famoso «cinquantino» -, e questo facilitò tutto. Finì terzino nella nostra squadra di Radio Popolare, che lui ha sempre e solo chiamato Banda Popolare. Divise per un po’ con noi una casa al mare in Liguria. Poi ci introdusse al karate e diventò il nostro istruttore alla palestra di Zumpo, suo amico corpulento e protettivo, in via Pasteur. Enzo era cintura nera, secondo Dan: roba da non litigarci, e nemmeno con Teddy Festorazzi, giovane nazionale di karate, allora terzo socio della palestra. Fu proprio in quel giro, credo, che entrò in scena l’altra metà del cielo.

Jannacci e Gaber, i Due Corsari di Milano

Fu forse Enzo, non ricordo bene, a presentarci la prima volta il suo eguale e contrario, Giorgio Gaber. O forse Giorgio lo conoscevamo già, e finimmo comunque col fare la cosa più difficile: uscirci insieme, contemporaneamente, con una certa regolarità.

Jannacci e Gaber si conoscevano da ragazzi. La mitologia della città li colloca in un tempo lontanissimo, il ventennio del dopoguerra, a costruire l’anima contemporanea di Milano e del Paese. Suonavano al Santa Tecla, le cave del centro, con Celentano, Luigi Tenco e compagnia cantante. E poi al Tricheco, mitico dancing di viale Monza 140, l’anti-Piper romano. Negli stessi spazi che oggi ospitano lo Zelig, il nostro cabaret. Lì facevano rock. Ma sotto il nome de “I Due Corsari”, Jannacci e Gaber erano fortissimi: cercatele su YouTube, Una fetta di limone e Ciao ti dirò, e capirete. Precedettero i Balordi, l’Equipe 84, i Dik Dik, tutta l’ala beat della canzone italiana.

La Milano da bere? Quella vera era a tavola

Tornando a noi: finito il corso – due ore con Enzo, la Guida -, si tornava esseri umani e si restava fuori a cena con lui. Spesso in un ristorantino-pizzeria dalle parti di piazzale Durante, a due passi dal karate. Il posto l’aveva scelto Jannacci, al solito a naso: non ci azzeccava quasi mai, ma faceva parte del gioco. Era un rito. Quel locale credo non esista più; in quella zona, oggi, c’è un’ottima trattoria, la Mirta, che allora non c’era. E chissà se Jannacci ci sarebbe entrato: temeva i posti dove si mangia bene. O forse sì, perché amava il Sudamerica, e lo chef patron della Mirta è Juan Lema, di Montevideo. Mi piace immaginarlo lì, oggi, a ordinare un piatto che non esiste.

Del resto, di Milano da bere si è scritto fin troppo: gli anni di piombo prima, «Mani pulite» poi, e a seguire i grattacieli, il Triplete, l’Expo, fino alla Milano della «Gintoneria». Ma la Milano vera, quella che valeva la pena costruire e che noi «adulti consenzienti» abbiamo tenuto in piedi imparando soprattutto dagli errori, era questa: i tavoli. Un tempo il risotto e la cutulèta venivano a coronamento di un incontro di lavoro, e dopo ti aspettava l’ufficio in openspace, a «metter giù» in piena digestione quel che ci si era detti. Come fai a goderti un ossobuco, se poi ti tocca el lavurà? Oggi no: il cibo, il bicchiere in compagnia sono tornati una scelta. Un modo di stare al mondo. Ed è forse così che ci siamo ripresi la parte migliore della Milano da bere.

La pischella sul tatami

A quei tavoli, una sera, arrivò anche lei. Al corso di Karate, senza preavviso, si presenta Giorgio Gaber con la figlia, Dalia. Allora era poco più che adolescente, una stanghetta mora tutta nervi, di quelle che ti immagini sbandare in motorino, non certo davanti a te sul tatami. Si cambia; e quando torna nel suo karategi bianco, con la cintura nera annodata intorno alla vita, capiamo, troppo tardi, che era un avvertimento.

Noi, naturalmente, non capiamo niente. Incoscienti e presuntuosi, proponiamo qualche combattimento «per conoscerci». Tocca a Gino – Gino Vignali ndr – per primo: parte deciso, gonfio di tutti i film di Bruce Lee mai visti, e un attimo dopo studia il soffitto, schiena a terra, con la faccia di chi non ha ancora capito cosa gli sia capitato. Poi tocca a me. Mi carico, mi muovo, lei si sposta di mezzo passo – mezzo passo, non uno di più… – e mi ritrovo la guancia incollata alla stuoia. Nell’odore di gomma e di piedi di tutti i corsi che ci avevano preceduto, con la sua codina che dondola serena sopra la mia rovina. Uno alla volta, in fila come al banco del macellaio, ci stende tutti. Sette, otto omoni sudati e una bambina che non perde una piega.

Jannacci e Gaber, i Due Corsari, in una foto d'epoca a Milano
Giorgio Gaber e Enzo Jannacci

L’orgoglio di papà Gaber

Quando ha finito, raddrizza il karategi, fa il suo inchino, «oss(u)… oss(u)…», e va a cambiarsi per tornare normale; noi proviamo a rialzarci con dignità, impresa impossibile. A bordo tatami, Enzo se la ride sotto i baffi che non aveva. E Giorgio guarda la figlia con quella faccia mezzo orgogliosa e mezzo «ve l’avevo detto» che hanno solo i padri.

Quella bambina, oggi, guida l’agenzia di comunicazione Goigest ed è vicepresidente della Fondazione Gaber, dove custodisce la fiamma del padre. Milano è piccola, e tutto torna. Ma quella sera era soltanto la più temibile del tatami, e finimmo tutti a cena insieme: il nostro gruppetto di mal trà insèma (io, Gino e gli altri), la piccola Dalia, Giorgio ed Enzo.

Una cena con Jannacci e Gaber

È difficile raccontare cos’era una cena con Jannacci. Più difficile ancora se al suo fianco c’era Gaber, che era il suo opposto, ma che alle provocazioni di Enzo non sapeva resistere: un po’ si imbarazzava, e molto si sbellicava. Noi solo la seconda. Perché Enzo, l’uomo che fino a mezz’ora prima era stato il nostro Sensei secondo Dan, irreprensibile e quasi rapito dal ruolo, quando partiva non finiva più.

C’erano i neologismi, impasti di dialetti del nord e del sud, di italiano e di iperbole. E c’erano le invenzioni sceniche: bottiglie e bicchieri spostati che, non si sa come, finivano per riempirsi di liquidi improbabili. Un terzo di birra, un terzo di Brancamenta, un terzo di Idrolitina. E giù, senza fare una piega. Poi arrivava il finale che, come al Piccolo Teatro, era fatto di un sotto-finale e di un finale vero. Senza bis. Il sotto-finale suonava più o meno così.

«Giovanni, mi porta un abalone? Ma non al pomodoro: al forno, come l’altra volta».

E a noi, abbassando la voce: «Buonissssimo».

«Signor Jannacci, già l’altra volta… insomma, noi quest’avalone…». «Non ava-lone. Aba-lone». «…questo abalone non so neanche cosa sia!». «Ma come, il pesce! Era formidabile…».

Poi interveniva Giorgio, con delicatezza chirurgica:

«Enzo, l’abalone non ce l’ha. Ti sarai sbagliato. Ordiniamo altro, così finalmente si mangia». E Jannacci, serafico: «Bene, allora una di quelle pagnotte pugliesi. E un coltello seghettato, per cortesia. E anche una pizza Napoli, con le acciughe. El pèss… hoo mangià el pèss… il fegato telefona, ma il gozzo ride».

Il panino con la pizza

Arriva tutto. Noi attacchiamo prima che la pizza si raffreddi. Gaber ha davanti la sua mozzarellina di bufala, «ma piccola», e l’insalata: socchiude un occhio e osserva l’amico. Perché Jannacci ha aperto la pagnotta per il lungo, ci ha infilato dentro la pizza intera come fosse una colossale fetta di salame, e la Napoli straborda tutt’intorno. Se la mangia. Lentamente, ma tutta. «È buonissima… buonissima… onisssima…», ripete. «Panino con la pizza… panino con sudorino… panino del muratorino…».

Giorgio lavora la sua insalata in punta di forchetta. Ride, scuote la testa, ride tutto, si vede. E guarda Enzo. Ho riconosciuto quegli occhi: sono quelli che capita a tutti di avere, nei musei d’arte contemporanea, davanti a un’opera che non capiamo del tutto e che però ci riempie di luce, ci racconta qualcosa, ci prende per mano. Credo che Enzo, per Giorgio, sia stato sempre così. E per noi anche.

Jannacci e Gino&Michele scrissero Ci Vuole Orecchio
La copertina del disco Ci Vuole Orecchio scritta con la copia di autori Gino&Michele

«Ci vuole orecchio»: la canzone scritta a quattro mani

Ci siamo visti ancora, ma sempre più di corsa: i due si erano riempiti di impegni. E poi, come capita, non ci siamo più visti. Di Jannacci e Gaber, di quegli anni, mi restano due cose su tutte. La prima è una telefonata: Enzo che mi fa ascoltare, musicate, le parole che gli avevo consegnato tremando. Erano quelle di Ci vuole orecchio. Posso dirlo adesso senza falsa modestia, perché sta scritto nei dischi: quella canzone porta tre firme, Jannacci, Mozzati e Vignali. Io e Gino. Una delle cose di cui vado più fiero in vita mia mi è arrivata da una cornetta, mentre trattenevo il respiro.

La seconda sono le volte in cui Gaber venne a suonarmi a casa, con la chitarra, due capolavori per chiedermi un parere, come se servisse il mio. Il dilemma e Io se fossi Dio, nati entrambi attorno al 1980. Giorgio Gaber nel salotto che ti domanda «cosa ne pensi» di una canzone destinata a diventare la coscienza critica di un Paese. Certi privilegi non te li meriti, ti capitano e basta. Di quelle cene con Jannacci e Gaber non ho conservato il conto. Ho conservato tutto il resto. Era la Milano da bere, dicono. Ma quale bere, e quale Milano, dico io. Perché ci vuole orecchiooooo

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Scritto da
Michele Mozzati

Milanese, sono il «Michele» del duo Gino & Michele: con Gino abbiamo inventato Zelig, riempito gli scaffali di libri e fatto incazzare perfino le formiche. Da sempre scrivo per far ridere; ogni tanto, come qui, anche per ricordare.

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