Morte James Van Der Beek, lutto Millennial
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James Van Der Beek e la generazione che non era pronta a dire addio

La morte che riporta una generazione su un pontile di legno, tra sogni e domande che non hanno mai smesso di cercare risposta. Non è solo un addio: è il ritorno improvviso a quell’età in cui credevamo di avere tutto il tempo del mondo.

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La morte di James Van Der Beek riporta una generazione su un pontile di legno, tra sogni e domande che non hanno mai smesso di cercare risposta. È il ritorno improvviso a quell’età in cui credevamo di avere tutto il tempo del mondo.

James David Van Der Beek è morto. E con lui un pezzo importante di vita, sogni, speranze e amori tormentati della generazione Millennial. Quell’armata di ragazzi troppo cresciuti, alle prese con un mondo che ancora non si adatta del tutto alle loro misure, che a Dawson e ai suoi amici deve molto. Di sicuro gli deve buona parte di una strampalata educazione sentimentale che non è siberiana, ma nemmeno parigina. Che in parte ha fallito, ma che lì dove risiedono i buoni propositi e una tenera ingenuità, porta anche il marchio di Capeside.

James David Van Der Beek è morto e ci piacerebbe dire che Dawson Leery, in sua vece, sarà per sempre vivo. Ma allora perché lo straniamento, il dispiacere, il dolore?

La verità è che non eravamo pronti. E non siamo pronti. Perché la morte in così giovane età, 49 anni non ancora compiuti, di colui che ci ha insegnato a essere adolescenti (anche se, bontà divina, all’epoca delle riprese aveva abbondantemente superato i 20 anni) ci mette davanti a una domanda atroce. Noi, di preciso, dove siamo? E chi siamo?

Siamo ancora tutti rimasti sul pontile di Capeside in un fermo immagine emotivo, con Dawson e gli altri?

Dawson’s Creek 6×24: siamo ancora tutti lì

Forse per capirlo, per capirci, dobbiamo riavvolgere il nastro fino al 14 maggio 2003. Il giorno in cui è stata mandata in onda l’ultima puntata della serie. Quella della morte di Jen, che tanto ha fatto bene agli psicologi specializzati in traumi adolescenziali. Non era come ce l’eravamo immaginato quel finale di stagione. Ci aspettavamo ritorni, amori, uno sguardo sul futuro di personaggi molto amati. E si, ci sono stati. Ma non ci aspettavamo quel frontale con il concetto di morte che a 18 anni non è proprio nel tuo raggio visivo.

Delle 128 puntate di Dawson’s Creek ne abbiamo dimenticate molte e ne dimenticheremo ancora. Ma non quella. Perché la morte, anche quando ha i confini della finzione, ci mette davanti a sentimenti che non si possono ignorare. Lo sanno i ragazzi di Capeside e lo sappiamo noi, che quella puntata l’abbiamo vista, lacrime a portata di palpebra, tra un’equazione e l’alfabeto greco.

Forse la morte di James (si, ci sentiamo abbastanza confident da chiamarlo per nome) ci colpisce così tanto (basta vedere i commenti sotto il post social che ne annuncia la scomparsa) perché una parte di noi, del nostro essere, è ancora lì. Sul pontile in legno. A far ciondolare le gambe nel vuoto mentre impariamo cosa sono morte e ingiustizia dall’episodio 24, parte seconda, della sesta stagione.

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Un monologo indimenticabile

Oltre quaranta minuti di girato messo in onda in cui uno e uno solo è il punto di rottura. Ovvero quando una già talentuosissima Michelle Williams salutava con un monologo straziante la figlia. I nostri compagni di avventure del tubo catodico – si c’era ancora nella maggior parte dei casi – mettevano così il piede nella vita adulta. Noi cercavamo di confrontarci con qualcosa che nella maggior parte dei casi non avevamo ancora provato.

“Ciao Amy, sono la mamma. Pensavo di darti una piccola lista delle cose che vorrei per te. La prima è ovvia. Un’educazione, una famiglia, degli amici. E una vita piena di cose inaspettate. Cerca di fare degli errori, fa molti errori. Perché non c’è modo migliore per imparare e crescere, d’accordo? […] E in ultimo l’amore. Io voglio che tu ami, senza paure né riserve e quando troverai quell’amore, dovunque lui sia, chiunque tu scelga, non scappare via. Ma non dargli neppure la caccia. Se lui sarà paziente lui verrà da te, te lo prometto. E verrà quando meno te lo aspetti. Come te. Non avere paura e ricorda che amare, significa vivere”.

Noi quei sentimenti potevamo in parte solo sognarli, ma le verità quando sono fondamentali toccano l’anima. E sfido chiunque rientri nel perimetro anagrafico della generazione Millenial a dire che non ha mai pianto ascoltandola.

Noi come Dawson: quante scelte abbiamo sbagliato?

In un dialogo immediatamente successivo alla registrazione di quel video messaggio Dawson, parlando con Joey, esplode in una delle sue tante crisi esistenziali. Ma il punto non è decidere di che partito si è, se di quello che lo considera un piagnone – mi sembra di sentirli gli anti-dawson – o di chi l’ha sempre ammirato. Chiunque di noi, ragazzi degli anni ’80 e ’90 si è ritrovato, prima o poi, negli ultimi 23 anni davanti alla stessa domanda: abbiamo guardato il nostro migliore amico e ci siamo chiesti se ognuna delle scelte che avevamo fatto fino a quel momento fosse giusta o meno. Poi siamo andati avanti. Abbiamo continuato a vivere la nostra vita in bilico tra una nota, un ricordo, una serie tv da completare che poteva avere il volto di un progetto, un lavoro o un figlio.

Oggi la morte di James Van Der Beek è come la mano che smette di tirare la molla e ci fa tornare al punto di partenza, doloranti e un po’ affranti. Perché potevamo essere lui. Perché in lui ci siamo sempre rivisti. Perché lo abbiamo considerato un amico, o forse il fidanzato che desideravamo anche se dichiaravamo di amare i belliedannati (scritto tutto insieme, come fosse un hashtag odierno). Perché ci ricorda che la nostra adolescenza è finita tanto tempo fa e il mondo contemporaneo oggi non la capirebbe nemmeno quella serie così onirica, sognante, pulita e di buoni sentimenti. E forse ci sentiamo poco capiti anche noi. Dagli altri e da noi stessi che a volte temiamo di esserci traditi da soli ogni volta che abbiamo smesso di ascoltarci davvero.

Dawson, il pontile e la nostra adolescenza

L’addio a James Van Der Beek: una lettera in bottiglia verso il passato

Non c’è modo di sciogliere davvero questo nodo. Non c’è modo di superare davvero questo lutto che non è concreto, ma è decisamente reale. (Sì, due cose opposte possono essere vere allo stesso tempo, a volte). Perché nessun romantico riesce veramente a dire addio a quella parte di sé stesso che avrà per sempre i sogni negli occhi. E tutti noi che siamo veramente tristi per questa morte eravamo, siamo e resteremo sognatori. Certi sentimenti, altrimenti, non riusciremmo a provarli.

Per chi non ama i finali, c’è una parola potentissima che possiamo utilizzare: arrivederci. Arrivederci a un uomo coraggioso che è stato un ragazzo come noi. Arrivederci all’adolescente che per sempre sarà. E arrivederci a noi, perché forse questa volta abbiamo imparato che per accarezzare di nuovo certi sentimenti non si può sempre aspettare che muoia un amico. Possiamo tornare su quel pontile, su quella barchetta, ogni volta che vogliamo.

Arriverderci James. Arrivederci Dawson. Anouonauei per sempre

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Scritto da
Giusy M. Dal Pos

Cinquant'anni (circa), padovana, eppure non è mai riuscita a farsi dare della gallina. Pur provandoci. Oggi vive a Marne-la-Vallée, alle porte di Parigi, dove traduce libri e beve tè. E champagne ovviamente, ma mai insieme.

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