Mehdi Sermadi, proprietario del ristorante Parseh di Roma, testimonia la sanguinosa rivolta per la libertà e l’angoscia per i familiari a Teheran, in un paese precipitato nel silenzio digitale.
In Iran è in corso una mattanza, e andiamo dritti al segno senza edulcorare la peggiore delle realtà possibili. In Iran si muore. Muore chi scende in piazza gridando libertà, muore chi resta a casa ma racconta ai parenti lontani la tragedia in corso tra le strade di Teheran, perché le telefonate sono intercettate, muore ogni donna che mostra un lembo di pelle. Il popolo iraniano, se mai ce ne fosse stato il bisogno, sta dando in questi giorni l’ennesima e drammatica prova di coraggio.
Sono ormai dieci giorni che da quest’altra parte del mondo non sappiamo più nulla di ciò che accade in Iran. Il traffico internet è stato interrotto, così come quello aereo in entrata e in uscita. Le ultime notizie – vecchie ormai di quasi due settimane – parlano di 12 mila morti e almeno 20 mila detenuti nelle prigioni iraniane. Numeri che, ad oggi, potrebbero essere sensibilmente aumentati.
Una cosa è certa: tra le strade di Teheran, Mashhad, Esfahan, Shiraz o Tabriz si muore per la libertà. Gli iraniani manifestano coraggiosamente a mani nude e, adesso, senza neanche poter contare sull’eco mediatico mondiale. Ma è fondamentale parlare di Iran, della forza di questa popolazione, soprattutto ora che il buio digitale è calato sul paese. E per dare voce al presente dell’Iran, non si può prescindere da fare un passo indietro nella sua storia.

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Dalla Persia alla Repubblica Islamica: un salto indietro di 100 anni
L’Impero Persiano fu l’unica civiltà, in tutta la storia, che riuscì a comprendere oltre il 40% della popolazione mondiale di allora, pari a circa 50 milioni di persone sul totale complessivo di 112 milioni nel 480 a.C. Di questo impero vasto e potente, la storia di oggi ci restituisce una nazione – l’Iran – che di quei fasti conserva i segni nella grandissima ricchezza culturale. Una magra consolazione, a pensarci bene, per un popolo che in questi giorni si trova a dover ribadire con ogni mezzo che non è nato come paese musulmano e che sta cercando coraggiosamente di liberarsi dall’estremismo religioso. Per secoli, infatti, la religione principale è stata lo Zoroastrismo, una fede antichissima basata sul libero arbitrio individuale di scegliere e i cui principi fondamentali si sintetizzano in “buoni pensieri, buone parole, buone opere”.

L’Islam arrivò in Iran nel settimo secolo dopo la conquista araba, ma la cultura, la lingua e l’identità iraniana non sono mai state cancellate. Una parte della popolazione si convertì all’Islam in modo assolutamente libero. Ora, però, è necessario un salto temporale per contestualizzare la tragedia in corso e comprendere come un paese forte come l’Iran sia tornato indietro di 100 anni.
Il ‘Buco Nero’ dell’oppressione: la rivoluzione del 1979 in Iran
Dal 1941 al 1979, l’Iran fu una monarchia guidata dalla dinastia Pahlavi trasformandosi di fatto in uno stato laico. Lo Scià Mohammad Reza Pahlavi promosse un’ambiziosa opera di modernizzazione: potenziamento delle infrastrutture e del sistema sanitario, incoraggiamento di usi e costumi occidentali, parità sociale delle donne (diritto di voto dal 1963) e un progressivo indebolimento del potere del clero a favore di una rapida laicizzazione dello Stato. Nel 1979 avviene per l’Iran un cambiamento epocale, che ne condizionò inesorabilmente le sorti: parliamo della trasformazione da Stato Imperiale a Repubblica Islamica sotto il comando dall’Ayatollah Ruhollah Khomeyni. Da questo momento il Paese precipita inesorabilmente nel buco nero dell’oppressione e dell’estremismo islamico, dal quale gli iraniani stanno cercando di liberarsi con la sanguinosa rivolta di questi giorni.

Le rivolte sanguinose e il silenzio digitale
Quarantasette anni dopo, l’Iran torna – ammesso che ne sia mai uscito – nel buco nero, nella tragedia. Ancora alla ricerca di quella libertà sempre negata. Un nuova storia di repressione e violenza che ci testimonia Mehdi Sermadi, un iraniano che ha lasciato il suo paese undici anni fa, per costruirsi una nuova vita a Roma. Oggi Mehdi è il proprietario di Parseh, un rinomato ristorante di cucina persiana al Pigneto, quartiere popolare a sud della Capitale. Lo raggiungiamo nel suo ristorante, dove ci aspetta con la moglie, offrendoci la migliore delle accoglienze: tè caldo e dolci persiani a base di pasta d’uovo montata e crema di latte.
Il destino beffardo vuole che proprio il giorno del nostro incontro, per Mehdi, dovrebbe essere tra i più belli: la banca gli ha concesso un finanziamento e finalmente acquisterà una casa alle porte di Roma. Ma ha poco di cui gioire: “Sono disperato, non sento i miei genitori e mia sorella da 12 giorni. Non so più nulla di loro, vivono al centro di Teheran e temo il peggio”.
Sermadi inizia il suo racconto con le ultime parole scambiate con i suoi familiari nelle ultime occasioni in cui hanno potuto contattarli, spiegando quanto parlare al telefono sia rischioso: “La polizia morale islamica agisce ovunque. Certamente per strada, nei luoghi pubblici, ma anche sulla rete telefonica e quella digitale. I miei genitori non mi hanno mai potuto raccontare chiaramente quale fosse la situazione a Teheran, per timore di essere intercettati e poi interrogati dalla polizia. Ma sapevo tutto tramite i social”.
Le famiglie per giorni non hanno avuto notizie, poi una telefonata della polizia islamica…
Ci mostra immagini raccapriccianti: file di corpi avvolti nei sacchi neri, un bambino di tre anni crivellato dai proiettili, ragazze giovanissime trascinate per i capelli, uomini di ogni età picchiati a manganellate per strada. Chiediamo a Mehdi se tra i manifestanti ci sono amici e conoscenti, ci risponde con la voce rotta dall’emozione: “Sì, due miei amici di università. Siamo cresciuti insieme, ci conosciamo da più di 25 anni. Con loro – racconta – ci sentivamo praticamente tutti i giorni tramite WhatsApp. Il nove gennaio ho mandato loro un messaggio ma non ho ricevuto risposta. Da lì a poco ho iniziato a preoccuparmi perché sapevo quale fosse la situazione”.
Attraverso conoscenze comuni, Mehdi scopre che entrambi hanno preso parte alle manifestazioni. Sono stati picchiati e arrestati dalle forze militari. Le famiglie per giorni non hanno avuto notizie, poi una telefonata della polizia islamica: per riavere i corpi dei loro figli, avrebbero dovuto pagare 240 mila Turan – circa 5 mila euro, a fronte di uno stipendio medio in Iran di 300 euro -. Circa venti stipendi per riavere i corpi su i quali piangere. Sui quali pregare.

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L’ultimo viaggio in Iran nel 2019: la detenzione all’aeroporto di Teheran
Cosa lo spinse a lasciare l’Iran, chiediamo a Mehdi. La risposta, seppure con un italiano a tratti incerto, è inequivocabile: “Volevo vivere da uomo libero, nel mio Paese non era più possibile”. Mehdi ha conseguito una laurea in veterinaria a Teheran, ha lavorato per una società petrolifera iraniana. All’età di 30 anni ha deciso di reinventarsi in Italia, lasciando in Iran l’affetto della sua famiglia e una buona stabilità economica. “Non è sufficiente avere un buon lavoro e qualche soldo in banca per poter vivere dignitosamente – continua l’imprenditore –. Ho lasciato i miei genitori e mia sorella con la morte nel cuore, ma non avevo alternative”.
Nell’estate del 2019 torna in Iran per una breve vacanza di due settimane: “Volevo riabbracciare i miei genitori che non vedevo da cinque anni”. Dovette però attendere tre giorni prima di rivederli. “Appena atterrai all’aeroporto di Teheran, fui prelevato dalla polizia islamica e poi trasferito in una struttura detentiva alle porte della città. Sono stato interrogato per tre giorni e infine rilasciato ”.

Per tutta la durata della detenzione, nessuno avvertì la famiglia di Mehdi Sermadi
La polizia islamica voleva accertarsi che il suo fosse un viaggio di piacere e che invece non nascondesse idee sovversive. Mehdi non scende nei particolari, ma è chiaro che quei giorni furono terribili. Teheran gli mancava terribilmente, ma appena ebbe la possibilità di girare per le strade della sua città rimase colpito dall’apatia generale: “Non dimentico lo sguardo della gente che incrociai in quei giorni. Perso e triste. Le donne coperte dall’hijab, niente musica, nessun’aria di festa, di gioia, di vita”. I cinque anni trascorsi a Roma avevano riconsegnato a Mehdi una dimensione di vita vera, quella in cui tutti hanno la libertà di professare la propria religione, di vestire secondo le proprie scelte, di ascoltare la musica. Di portare a passeggio il proprio cane. Tutto invece è vietato nell’Iran di oggi, l’attuale Repubblica Islamica, incluso possedere un animale domestico.
Un unico desiderio: tornare in Iran da uomo libero
Cogliere in Mehdi la necessità di raccontarsi è trasparente. Vuole che l’attenzione del mondo si concentri sull’Iran, ha il terrore che il buio digitale faccia calare il sipario sulla tragedia in corso. Vuole parlare della sua gente anche attraverso la storia della sua famiglia. Sua sorella è hostess di terra all’aeroporto di Teheran ed è sottoposta a controlli continui e costanti da parte della polizia morale. Ora che la situazione è precipitata, teme che questi controlli possano ulteriormente intensificarsi e che per lei – così come per tutte le donne iraniane – il futuro in Iran possa essere ancora più duro. Su una cosa, però, Mehdi non ha dubbi: “Se fossi stato ancora in Iran, in questi giorni sarei sceso a manifestare. Accanto ai miei amici e alla mia gente”.
Gli occhi lucidi dall’emozione fanno trasparire tutto il dolore di quest’uomo, che sta vivendo giorni d’angoscia e teme il peggio per i suoi cari. “Ho trovato un appartamento molto carino. Lo intesterò a mia figlia, ha 16 anni e un futuro davanti che ha deciso di costruire qui in Italia”. Mehdi Sermadi ci saluta con questa notizia luminosa, come la speranza nei suoi occhi, quelli che raccontano il suo desiderio più grande: tornare in Iran da uomo libero, girare tra le strade di Teheran come farebbe a Roma. E riabbracciare finalmente i suoi genitori. Te lo auguriamo con tutto il cuore, Mehdi.
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