L’attore di Batman e Birdman torna al cinema in Il padre dell’anno e rapisce con un’interpretazione leggera e intensa insieme che ci riporta al centro delle questioni importanti della vita. Ma senza prendersi troppo sul serio.
Una telefonata nel cuore della notte rompe bruscamente il sonno di Andy Goodrich (un sempre intenso Michael Keaton), proprietario di una piccola ma rinomata galleria d’arte che porta il suo nome, alla quale ha dedicato la sua intera vita. Dall’altro capo del telefono, la voce della moglie Naomie (Laura Benanti) è una doccia fredda. Le sue parole – “sono in una clinica di riabilitazione per dipendenza da farmaci” – affondano come oscuri fendenti nell’esistenza dell’uomo. Ignaro fino a quel momento delle condizioni della compagna e di molti, forse troppi, altri tasselli della sua realtà famigliare, Andy Goodrich dovrà a quel punto farsi carico della nuova situazione. Assimilarla, metabolizzarla per trovare o ritrovare la propria dimensione di padre, compagno, e anche uomo.
Un mosaico familiare complesso
Attorno a lui, si muovono intanto scomposti tutti gli interpreti principali della sua vita, stelle e pianeti che sembrano orbitare sempre più distanti da lui. In primis, i due gemelli avuti proprio da Naomie, di cui dovrà da quel punto in poi occuparsi da solo e ai quali dovrà prima o poi spiegare anche “Cos’è la riabilitazione?”.
Centrale anche la sua prima figlia Grace (Mila Kunis), il cui rapporto reso traballante da una marcata assenza paterna in anni decisivi, incide ora anche su una nuova fase in cui la donna è prossima a diventare madre. Infine, la prima moglie (Andie MacDowell), gallerista di successo che si è da tempo rifatta una vita, e anche la seconda moglie, Naomie, a lungo malata e letteralmente precipitata in un baratro senza che lui se ne accorgesse.

Michael Keaton, attore dalle mille sfumature
Protagonista eclettico e istrionico, divenuto volto simbolo della settima arte grazie alla mano di registi visionari e ruoli che lo hanno consacrato star indiscussa del cinema popolare ma anche autoriale (Beetlejuice, Batman, Birdman), nonché artefice di una lunga e variegata carriera, Michael Keaton ha saputo invero destreggiarsi tra ruoli e registri molti diversi tra loro.
Tra commedia, azione, inchiesta e thriller, è stato perfino protagonista di titoli struggenti, come My Life (1993) similmente incentrato su una crisi famigliare e con una Nicole Kidman in piena ascesa. Senza dimenticare, poi, la recente e pluripremiata interpretazione nella miniserie drammatica Dopesick – dichiarazione di dipendenza, in cui veste i panni di un medico di coscienza che si trova suo malgrado invischiato nella cosiddetta “crisi degli oppioidi” alimentata dalle case farmaceutiche senza scrupolo. Tema controverso e molto attuale specie in terra americana quello dell’abuso di farmaci, in cui Keaton si presta a un’altra intensa (pluripremiata) interpretazione. E che traccia una sorta di fil rouge sul tema dipendenze proprio con quest’ultimo lavoro.
Hallie Meyers-Shyer tra commedia e dramma
Ne Il padre dell’anno, dietro la guida e l’occhio delicato ma consapevole di una donna, Hallie Meyers-Shyer (già autrice di 40 sono i nuovi 20 con una divertente Reese Witherspoon), l’attore americano dismette i panni più iconici e caricaturali che hanno punteggiato la sua straordinaria carriera. E veste quelli distinti ma profondamente umani di un uomo che scopre di aver perso non solo la moglie, ma anche il contatto con la propria vita più intima. Di essere circondato solo da cocci e frantumi. Di non sapere nulla della compagna, delle sue dipendenze, dei figli, e nemmeno del proprio ruolo di professionista nel mondo dell’arte, ora che anche la sua beneamata Goodrich inizia a dare segni di cedimento.
Non a caso, l’incipit del film segna una specie di tabula rasa. Un momento zero da cui ripartire per ricomporre le orme di un percorso che ha infilato una via sbagliata, o forse solo parallela, e che necessita ora di riallinearsi.

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Il padre dell’anno, una dramedy dal tocco femminile
Commedia leggera e agrodolce dalla mano evidentemente femminile, Il padre dell’anno abbraccia il lato fragile della vita, toccando in modo informale ma non superficiale tematiche tutt’altro che banali. E, in questo senso, l’andamento dell’opera è ascendente. Perché se in tutta la prima parte quelli che sono i dettagli e le ramificazioni di vita del protagonista Andy sembrano radunarsi in un corollario di banale incapacità maschile di farsi carico della problematiche prettamente famigliari, via facendo la dramedy a firma di Hallie Meyers-Shyer – che ha dichiarato di aver cucito il personaggio di Goodrich perché aderisse perfettamente al profilo di Keaton – cambiano verso.
Le sotto trame acquistano peso specifico e senso,e andranno poi a confluire in un finale commovente, ottimamente orchestrato nel confronto tra i due discorsi del padre che sarà e del padre che è stato. In un cambio di passo che muterà l’uomo assente e ignaro del suo universo famigliare, in un padre disposto a spendersi di più e con più accortezza per i propri figli, come trascorrere una semplice serata insieme a rivedere e omaggiare il romanticismo sospeso di Casablanca.
Il viaggio della vita
Generazioni a confronto – oltre che in perenne bilico tra passato, presente e futuro -, che convergono nella figura di un uomo fondamentalmente solo, ingessato nelle proprie emozioni, a un certo punto disposto a fare uno sforzo per lasciarsi andare, lanciare il cuore oltre l’ostacolo, affrontare davvero il viaggio della vita. Come nella scena della lezione di respirazione dove i suoi movimenti, comicamente goffi d’inizio serata, lasceranno poi il passo a un uomo più sbottonato, sempre più consapevole della necessità di aprirsi e condividere con il prossimo. Nelle gioie così come nelle delusioni.
Argomenti che la commedia della Meyers-Shyer sembra trattare con superficialità, per quel suo modo leggero di orientarsi tra personaggi e dialoghi, ma che in realtà mutano poco alla volta l’opera filmica nell’abbraccio caldo di un cinema che parla con semplicità di complesse implicazioni umane, come la separazione, la perdita, la dipendenza, o il ben più generale senso d’inadeguatezza.

Non solo Keaton: un cast perfetto
In un’architettura narrativa che può apparire a tratti anche un po’ retorica o didascalica (e che farà di conseguenza storcere il naso alle platee più smaliziate), Il padre dell’anno sorprende poi nella scelta consapevole del cast. In primi il carismatico Michael Keaton, che offre un ricco ventaglio di sfumature emotive, centrato, vitale, con il cameo di Andie MacDowell e la parte incalzante di Mila Kunis a fare da controcampo, che regala alla storia attimi di epifanica bellezza, dimostrandosi in grado di intercettare gli alti e bassi della vita. E il suo alterno battito cardiaco. A volte troppo veloce, altre troppo lento.
Fasi in cui si corre e fasi in cui ci si deve necessariamente fermare per osservare meglio il mondo e per guardarsi bene dentro. Filosofie di vita semplificate a mezzo film, che ci ricordano come a fare la differenza siano poi quei “momenti di trascurabile felicità” a cui spesso e volentieri non diamo il giusto senso, e il giusto peso. Bambini che giocano, il riverbero di una luce mattutina che filtra in cucina, il sorriso di una figlia, una nascita che arriva a segnare una nuova grande sfida ma anche una fonte di ineguagliabile ricchezza.
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