Settembre segna la fine di Gatsby e, cento anni dopo, diventa il tempo migliore per rileggere la sua storia immortale di amori, sogni infranti e cadute.
“E così, grazie al sole e alle grandi esplosioni di foglie sugli alberi che crescevano come crescono le cose nei film accelerati, ebbi la familiare certezza che la vita ricominciava con l’estate”. Così afferma Francis Scott Fitzgerald tramite la sua voce narrante Nick Carraway. Una sorta di omaggio e debito nei confronti di una stagione da sempre legata, anche dal punto di vista letterario, al sogno e alla possibilità, e all’energia solare che si sprigiona forte, in attesa di nuovi inizi.
Tripudio e crollo del sogno americano
È il 10 aprile del 1925 quando per la prima volta, a New York, viene pubblicato Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. L’America vive con slancio la fine della prima guerra mondiale e sperimenta un grande boom sociale ed economico, che sarà però destinato a spegnersi con il fatale crollo di Wall Street dell’ottobre 1929. Ed è in questo limbo sociale e concettuale, un’epoca stretta tra sogno e illusione, opportunità e fallimento, innaffiata di alcol e jazz, che si forma e prende vita la storia de Il Grande Gatsby.
Narrato attraverso l’occhio esterno ma non del tutto super partes di Nick Carraway, fresco di studi e aspirante broker che andrà a stabilirsi a West Egg, in quella colonia dei “nuovi ricchi” (in contrasto logisticamente e socialmente con la East Egg dei “ricchi storici”), la storia segue le vicende del facoltoso Jay Gatsby, gentiluomo affascinante e misterioso noto alla comunità per le sue sontuose e imperdibili feste. Si scoprirà poi che Gatsby, di poveri natali ed entrato di diritto nel gotha dei Nuovi Ricchi grazie ad alcuni oscuri giri d’affari e alla sua immarcescibile caparbietà, altri non è che un uomo con una “straordinaria propensione alla speranza”.
Jay Gatsby e quella luce verde che è l’amore
Aggrappato al suo sogno d’amore e a quella luce verde che, proprio come l’American Dream, da lontano attrae e ammalia, per poi diventare inafferrabile nel farsi più vicina, più prossima. E Il motivo per cui Jay Gatsby ha fatto carte false per accumulare ricchezze e costruire una villa da mille e una notte proprio sul promontorio di West Egg, dove accogliere orde di gente festante da ogni angolo della città, trova infatti risposta nel nome e nella fisionomia di Daisy. Vecchia e indimenticata fiamma giovanile che, in linea con i dettami sociali, nel frattempo è andata in sposa all’ottimo partito ed ex campione di polo Tom Buchanan.

Daisy rappresenta per Gatsby l’obiettivo ultimo del suo riscatto, in termini tanto economici quanto emotivi. Daisy è l’oggetto del desiderio che racchiude in sé il salto sociale, così come l’incarnazione di un amore a un tempo proibitivo ed elitario; un’immagine bella ed eterea di donna simbolo, che si riconferma – anche narrativamente – elemento cardine di un mondo immerso in un sostanziale maschilismo capitalista, mai troppo anacronistico. “… E spero che sia anche stupida: è la cosa migliore per una ragazza in questo mondo, essere una bella oca giuliva!”, in fondo dice la stessa Daisy di sua figlia a Nick Carraway, suo cugino.
Ritratto vibrante dei ruggenti anni venti
Tutto ciò che ruota attorno al potenziale riavvicinamento tra Gatsby e Daisy, tra feste da sballo, esplosioni jazz, fiumi d’alcool, è un concentrato percettivo di quei roaring twenties di cui Fitzgerald si fa qui entusiasta portavoce e lucido cantore. È la vita squisitamente edonistica dell’America di quegli anni che si contrappone all’imminente futuro, e alla desolata “Valle delle ceneri” che giace proprio lì accanto, l’altra reietta faccia di una stessa medaglia sociale. Una industriale zona grigia, situata tra Long Island e New York City, dove troneggiano i grandi occhi del Dr. T.J. Eckleburg, testimoni delle ceneri e del degrado umano che va in scena davanti a quel suo grave sguardo inquisitorio.
È in questa zona di scarto che abitano il meccanico George Wilson e sua moglie Myrtle, amante del fedifrago Tom Buchanan, marito di Daisy. Qui, lungo questo tratto di orizzonte degradato e scomposto, “Il Grande Gatsby” consumerà poi il suo tragico epilogo, sacrificando il sogno (Myrtle e Gatsby) all’altare di una ricchezza “noncurante” che sopravvive sempre inviolata a sé stessa (Daisy e Tom). “Erano persone superficiali, Tom e Daisy: distruggevano cose e creature, e poi si ritiravano nel loro denaro, nella loro smisurata noncuranza, o in qualunque cosa li tenesse uniti, lasciando che altri pulissero il pasticcio che avevano combinato”.

Robert Redford: l’ultimo grande divo di Hollywood
Jay Gatsby, Butch Cassidy, ma anche Bob Woodward di Tutti gli uomini del Presidente e l’anima e il pensiero dietro il Sundance Film Festival. I 1000 volti di un uomo. di Terry Nesti
Il Grande Gatsby al cinema
Quattro gli adattamenti cinematografici di questa grande e sempre attuale opera letteraria. La versione del 1926 di Herbert Brenon, muta e di soli 80 minuti, uscì sull’onda del successo del romanzo. Con Warner Baxter nel ruolo di Jay Gatsby e Lois Wilson in quello di Daisy Buchanan. Si tratta di una versione a oggi andata perduta e di cui resta solo una breve sequenza. Nel 1949 fu poi la volta dell’adattamento di Elliott Nugent con Alan Ladd nei panni di Jay Gatsby e Betty Field in quelli di Daisy Buchanan. Una versione memorabile soprattutto per la presenza di Ladd che riuscì a infondere il giusto tono e carattere al suo Gatsby.
Nel 1974 arriva poi il film di Jack Clayton con il Jay Gatsby di un indimenticato Robert Redford e l’impalpabile Daisy di Mia Farrow. Film realizzato in epoca più contemporanea, e primo sforzo produttivo di livello nell’adattamento de Il grande Gatsby, è forse la versione cinematografica del romanzo a oggi più riuscita. Più che in grado di incarnare con aderenza formale e visiva l’equilibrio tra l’animo romantico e il carattere “economico” dell’opera. Splendida la cura per scenografie e costumi.
Luhrmann e l’essenza edonistica di Gatsby
Nella più recente trasposizione di Baz Luhrmann (2013), invece, emerge di forza l’essenza edonistica del romanzo di Fitzgerald, l’estemporaneità della vita vissuta tutta d’un fiato. Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan duettano con grande afflato umano e artistico riportando sullo schermo la natura maledetta di un amore fuori dal tempo, e dallo schema, e per questo costretto a un sostanziale fallimento. Luhrmann qui firma, in linea con il registro eccentrico che lo ha reso celebre autore di opere come Moulin Rouge!, una rilettura barocca ed essenzialmente naïve nel suo essere modaiola e grondante di stile.

Smarrisce forse un po’ per strada l’animo decadente del romanzo, quel sottofondo dolente e nostalgico che poi trova il suo climax nel tragico finale. Una rilettura a suo modo interessante, resa viva non solo dalla maestosa messa in scena ma anche da un ottimo cast che, sulle note struggenti di Lana del Ray – “Young and Beautiful”, cristallizza la malinconia di un tempo che è limbo dannato. Proprio come l’amore tra Gatsby e Daisy. Mai compiuto e ancora lungi dal compiersi.
Fitzgerald e un romanzo che brilla della sua luce verde
E, in primis e infine, c’è il riverbero di quella luce verde che splende oltre la proiezione del pontile, al di là della baia, da cui Jay Gatbsy è stregato e ossessionato. Concetto essenziale, che insieme alle altre tematiche portanti di questo racconto, e alla scrittura sempre viva e vivida di Fitzgerald, fa de Il Grande Gatsby un capolavoro senza tempo. Della letteratura americana ma non solo. Un romanzo da leggere e rileggere.
Una sintesi esemplare della vita che arde inafferrabile davanti ai nostri occhi. Verità universali che Fitzgerald condensa nelle splendide frasi conclusive del suo apologo sull’amore e sulla vita, connubio (im)perfetto di sogno e illusione. “Gatsby credeva nella luce verde, nel futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi”. Una luce verde che è senso e sostanza del romanzo, in cui il grande scrittore rievoca il ciclo ineludibile di un destino già scritto, che segna la strada in vita così come nella morte. “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.
Inserisci commento