Un atto firmato in buona fede, una storia costruita su fondamenta fragili e un ministero che non ha fatto il suo lavoro. Tutto quello che non torna nel caso Minetti.
Capita spesso che la realtà superi la fantasia. E stavolta ci ha messo pure un bel carico di ironia cinematografica. Mentre nelle sale italiane usciva La Grazia di Paolo Sorrentino, film che racconta le ambiguità di un atto di clemenza presidenziale, la cronaca reale consegnava agli italiani una storia quasi identica. Con personaggi altrettanto vividi. E con un finale ancora tutto da scrivere.
Prima di entrare nei fatti, fughiamo subito i dubbi dei leoni da tastiera e dei dietropancisti: Mattarella ha fatto esattamente quello che la legge gli chiede di fare, ovvero firmare sulla base degli atti che gli arrivano dal ministero. Il problema è che quegli atti erano sbagliati – a volersi contenere –. E la responsabilità di verificarli era del Ministro Guardasigilli Carlo Nordio, della Procura di Milano e degli investigatori incaricati dai primi due soggetti. Ma facciamo un passo indietro. Per capire il pasticcio, bisogna prima capire chi è la persona al centro di questa storia.
Chi è Nicole Minetti e perché la conoscete già
Nicole Minetti è una di quelle figure che la Prima Repubblica non avrebbe potuto inventarsi, ma che la Seconda ha prodotto con una certa naturalezza. Ex igienista dentale, ex consigliera regionale della Lombardia, è diventata nota al grande pubblico per il suo ruolo nelle vicende legate alle cosiddette “cene eleganti” di Silvio Berlusconi: eufemismo entrato nel vocabolario politico – e sociale – italiano con la stessa disinvoltura con cui certi personaggi entravano nella villa di Arcore.
Il berlusconismo, tra le sue tante eredità, ha lasciato anche questo: una generazione di figure orbitanti attorno al potere in modi che la legge ha poi giudicato con poca indulgenza. E Nicole Minetti, proprio uno di questi satelliti orbitanti, è stata condannata in via definitiva a quasi quattro anni di carcere, un anno e un mese per peculato e quasi tre per induzione alla prostituzione. Pena definitiva, percorso giudiziario concluso. Tutto normale, in un Paese normale. No. Il 18 febbraio 2025, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le concede la grazia.

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Come è venuto fuori tutto: dall’inchiesta del Fatto Quotidiano alla reazione del Quirinale
La notizia non arriva dal Quirinale. Arriva dalla televisione. È la trasmissione Mi Manda Rai Tre a rompere il silenzio, seguita da un’ampia inchiesta del Fatto Quotidiano che inizia a tirare i fili della vicenda uno per uno.
La motivazione ufficiale della grazia era di quelle difficili da respingere: la Minetti deve assistere un figlio minore adottivo affetto da una grave malattia, che necessita di cure specialistiche periodiche all’estero. L’affidamento in prova, cioè la misura alternativa alla detenzione che Nicole Minetti stava già scontando, avrebbe reso quella assistenza quasi impossibile. Il Procuratore generale di Milano aveva detto sì. Il Guardasigilli Carlo Nordio aveva detto sì. Mattarella aveva firmato. Anche qui tutto normale. Se non fosse che quella storia – il dossier -, a guardarla da vicino, non reggeva.

La storia che non tornava: i buchi nell’istanza di grazia
I giornalisti del Fatto trovano subito le prime crepe. I genitori biologici del bambino sarebbero ancora in vita, e l’adozione da parte della Minetti sarebbe passata attraverso un procedimento di decadenza della patria potestà dai contorni quantomeno opachi. I famosi consulti negativi del San Raffaele di Milano e dell’ospedale di Padova, quelli che avrebbero convinto la donna a portare il figlio a operarsi a Boston, risultano probabilmente inesistenti. E sulla presunta vita ritirata e redenta della condannata – quadro importante e necessario per ottenere la grazia – si allungano ombre concrete, legate alle feste nella tenuta uruguaiana – No Minetti, No party, verrebbe da dire – dove vive col compagno Giuseppe Cipriani, uomo della celebre dinastia veneziana dell’Harry’s Bar e già socio di Jeffrey Epstein.
Agli inquirenti di Milano basta mezza mattinata per accorgersi che qualcosa non quadra. La Procura generale ammette apertamente che si tratta di “fatti gravissimi” e che il suo stesso parere favorevole potrebbe essere rivisto. Nel linguaggio misurato della magistratura, è un allarme a sirene spiegate.
A questo punto la domanda che molti si pongono è inevitabile: come è possibile che il presidente della Repubblica abbia firmato senza accorgersi di nulla? La risposta è più semplice di quanto sembri.
Perché Mattarella non ha nessuna colpa nella concessione della grazia
Qui sta il punto che rischia di perdersi nel rumore di fondo, e che invece vale la pena fissare con chiarezza. Il presidente della Repubblica non è un investigatore. Non ha un ufficio investigativo, non ha agenti sul campo, non può verificare se i documenti allegati a una domanda di grazia siano veri o falsi. Lo dice la legge, lo conferma una sentenza* della Corte Costituzionale: il Capo dello Stato firma sulla base degli atti che gli arrivano dal ministero della Giustizia e del parere della magistratura requirente. Punto.
Sentenza di riferimento*
La sentenza di riferimento è la n. 200 del 2006 della Corte Costituzionale. Essa stabilisce che il potere di grazia è una potestà decisionale del Presidente della Repubblica, ma il procedimento richiede l’istruttoria e la controfirma del Ministro della Giustizia, basandosi sugli atti trasmessi e sul parere della magistratura.
Dal Quirinale lo dicono in modo molto diretto: il presidente non dispone di strumenti autonomi di indagine. Mattarella ha visto gli atti che doveva vedere e ha fatto quello che era tenuto a fare. Se quegli atti erano sbagliati, il problema è a monte, nel ministero che li ha istruiti e trasmessi al Colle con parere favorevole senza verificarli a sufficienza. E allora la storia cambia protagonista. Lasciamo il Quirinale e spostiamoci a via Arenula.
Il ministero che non ha guardato: le responsabilità di Nordio
Ed è qui che la storia cambia protagonista. Ed è qui che entra in campo Carlo Nordio. Il ministro di Grazia e Giustizia è il titolare dell’istruttoria che precede ogni grazia presidenziale. È via Arenula che deve verificare la solidità degli elementi contenuti in una domanda di clemenza prima di trasmetterla al Quirinale. Non lo ha fatto, o non lo ha fatto abbastanza.
La reazione di Nordio, quando la vicenda esplode, è quella di chi cerca una via d’uscita laterale. Fa sapere che la pratica era stata gestita dalla sua ex capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, già ribattezzata “la Zarina” negli ambienti del ministero e da poco allontanata dal governo. Una mossa che in politica si chiama scaricare il barile. E in questo caso suona ancora più goffa: la capo di gabinetto se l’era scelta lui e l’aveva difesa strenuamente per mesi, prima di accettare le sue dimissioni nelle settimane passate.
Al ministero cala un silenzio pesante. Nordio, nel frattempo, chiede alla Procura Generale di Milano di acquisire nuove informazioni: di fare adesso, cioè, quello che il suo ministero avrebbe dovuto fare prima. Il Quirinale, con la formula della “cortese urgenza”, chiede a via Arenula di fare chiarezza in ventiquattr’ore. Un ossimoro diplomatico che vale quanto un pugno sul tavolo.
Quello che resta
Resta un presidente della Repubblica che ha agito in buona fede e in ordine al suo incarico, sulla base di documenti che avrebbero dovuto essere controllati prima di arrivare sul suo tavolo. E poi resta un ministro che, per la terza volta in pochi mesi, si trova al centro di una vicenda in cui le responsabilità sono chiare ma la voglia di assumerle è scarsa. Ma resta anche la domanda più fastidiosa: in un paese dove migliaia di persone aspettano anni per una risposta dalla giustizia, una richiesta così particolare ha attraversato gli uffici di via Arenula come fosse ordinaria amministrazione. Non lo era.
La storia di Nicole Minetti, alla fine, continua a essere quello che è sempre stata: una storia in cui gli uomini potenti, intorno a lei, finiscono regolarmente nei guai. Cambia solo il nome degli uomini.
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