A vent’anni dalla pubblicazione, lo scrittore torna alla Federico II di Napoli e racconta come scrivere Gomorra abbia cambiato – e distrutto – la sua vita.
“La parola diventa pericolosa nel momento in cui è condivisa”. È a partire da questa consapevolezza che Roberto Saviano ha sviluppato il suo intervento all’Università Federico II di Napoli, a 20 anni dalla pubblicazione di Gomorra. Davanti a una platea di studenti, l’autore ha ripercorso il cammino che lo ha portato al successo internazionale. Lo stesso percorso che ha segnato l’inizio di una vita sotto scorta. Saviano, tracciando questi lunghi vent’anni, ha sottolineato come raccontare le dinamiche di potere e gli affari illeciti dei singoli clan sia non solo un dovere etico, ma un’azione concreta per contrastare le logiche che muovono le organizzazioni criminali.
Un’intervento che cade in un anniversario speciale, mentre è arrivata in libreria una nuova edizione Einaudi che celebra i vent’anni di questo libro diventato parte del lessico collettivo non solo italiano. E mentre sugli schermi di Sky Atlantic va in onda Gomorra – Le origini, il prequel della serie che ha consacrato il brand in tutto il mondo, Saviano ricorda che dietro quella parola, quel nome, quel brand, c’è ancora, prima di tutto, una storia vera.

Gomorra – Le origini: Pietro Savastano nella Napoli western anni ’70
Il prequel diretto da Marco D’Amore racconta l’adolescenza di Pietro Savastano: la Napoli degli anni ’70, a vent’anni dall’uscita di Gomorra il libro, sembra uscita dai film western di Sergio Leone. Su Sky e NOW. di Valentina Ariete
Roberto Saviano: le origini
Il ritorno nell’ateneo in cui si è laureato in Filosofia nel 2004 ha offerto allo scrittore l’occasione per ripercorrere la genesi del suo bestseller, oggi adottato dal dipartimento come testo d’esame sui fenomeni mafiosi. L’incontro ha così superato la dimensione accademica, trasformandosi in un momento di profonda partecipazione emotiva. Diviso tra la nostalgia per gli anni universitari e l’amarezza di un’esistenza sotto scorta, lo scrittore ha ricostruito il contesto in cui è cresciuto, per spiegare come sia stato possibile trasformare quella realtà in un’opera letteraria capace di dare vita a un vero e proprio genere.
“Sono nato nel 1979 nel Casertano e ho vissuto da bambino le faide degli anni Novanta, prima quelle dell’agro-aversano e poi quelle napoletane”, ha ricordato, calando la propria formazione in un clima segnato dalla violenza di quel periodo. Questa immersione precoce nel reale lo ha spinto a osservare il mondo criminale e, solo in seguito, a sviluppare uno sguardo narrativo. “In contesti di camorra, per un ragazzo di 13 o 14 anni l’esposizione alla brutalità era un rito di passaggio: correre a vedere un cadavere rappresentava un’iniziazione paragonabile a fumare una sigaretta o a fare l’amore”. Un’esperienza che gli ha permesso di decodificare precocemente la violenza, imparando a capire dal semplice colore del sangue in quale punto esatto la vittima fosse stata colpita.

Quando la camorra era considerata un fenomeno marginale
All’epoca le stragi di camorra erano spesso percepite come fenomeni marginali. Una convinzione alimentata dalla risposta che Tommaso Buscetta diede a Giovanni Falcone quando gli fu chiesto della camorra napoletana: “ParlIamo di cose serie”. Un equivoco semantico, però, in quanto per Buscetta il termine indicava i guappi dei quartieri storici, mentre le realtà più pericolose come i Nuvoletta o i Casalesi venivano definite “mafia napoletana”.
“Questa lettura riduttiva“, sottolinea Saviano, “fu fatta propria dalla borghesia napoletana, che per lungo tempo interpretò la criminalità organizzata come un fenomeno quasi folkloristico. Tale narrazione iniziò a cambiare solo con il caso Tortora. Quando le accuse contro il presentatore si rivelarono infondate, si creò una frattura tra la stampa locale e l’opinione pubblica, che da quel momento iniziò a guardare con maggiore distacco alle notizie sulla camorra, aprendo una nuova fase nel racconto del fenomeno”.

La svolta nello studio della camorra: il contributo dell’università
Questo nuovo clima consentì a studiosi come Francesco Barbagallo – già alla Federico II, dove era stato uno dei professori di Saviano – e Isaia Sales, dell’Università Suor Orsola Benincasa, di avviare un lavoro sistematico che fornì per la prima volta una base scientifica allo studio della camorra. “Il lavoro accademico ha permesso non solo agli studiosi, ma anche ai cittadini, di vedere come le dinamiche criminali fossero strettamente connesse alla vita quotidiana. Non più fenomeni marginali, ma elementi centrali del sistema economico. Dai loro studi è emerso progressivamente che l’economia illegale rappresentava una componente decisiva: la città, in fondo, inizia dalla periferia, dove si produce ricchezza che poi si riversa nel centro”.
Saviano e gli inizi in salita da cronista di nera
Eppure, anche con quella consapevolezza in tasca, entrare nelle redazioni non fu semplice. Il sistema mediatico dell’epoca non sapeva dove mettere la camorra, e spesso preferiva non metterla da nessuna parte. “I miei articoli venivano relegati alla sezione culturale, trattati come narrazioni storiche e non come cronaca nera o giudiziaria. A quei tempi la ferocia dei clan non trovava ancora spazio nei telegiornali. Esistevano poche figure specializzate nella cronaca nera: giornalisti capaci di ricostruire tutto a memoria, senza archivi cartacei né strumenti digitali. Bastava un cognome, come Nuvoletta, per richiamare parentele e legami tra le famiglie criminali”. Questi cronisti custodivano una memoria collettiva degli eventi, ma i grandi editori guardavano a quel lavoro con distacco, salvo quando si verificavano casi eclatanti, portati in prima pagina più per trainare le vendite che per una reale volontà di approfondimento.
Dal giornalismo alla scrittura di Gomorra
Gli ostacoli iniziali non fermarono Saviano. Proprio grazie alla capacità di leggere dinamiche spesso ignorate, trovò il coraggio di occuparsene senza più percepire il proprio sguardo come illegittimo. “Sentivo che bisognava seguire i fatti, costruire un racconto che permettesse alle persone di capire ciò che avevano ogni giorno davanti agli occhi“. Da questa esigenza prende forma, a 24 anni, l’idea di scrivere Gomorra: un libro narrato con un metodo vicino al reportage ma orientato a una forte ricerca narrativa. L’obiettivo era restituire una verità immediata, quasi “poetıca”, attraverso la capacità di cogliere un’urgenza e una dimensione profonda della realtà, al di là della semplice cronaca dei fatti.

“Il libro non nasce con un’impostazione commerciale. L’idea era quella di offrire una grande quantità di informazioni a chi fosse disposto a riceverle”. La tiratura iniziale fu di appena 4.500 copie. L’accoglienza all’esordio fu debole, tanto che alcune librerie non ne compresero neppure la collocazione, sistemandolo tra i testi di viaggio. “È però il passaparola a modificarne rapidamente la traiettoria. Le letture si moltiplicano e il libro inizia a circolare in contesti diversi e inattesi: tra detenuti, magistrati, forze dell’ordine e studenti”. Nel solo 2006 vennero vendute 550.000 copie. Tradotto in 52 lingue, Gomorra ha superato i 10 milioni di copie nel mondo. Un dato che dice tutto sull’ampiezza della ferita che il libro ha aperto.
Vent’anni dopo, il cambiamento della camorra
Da allora molto è cambiato – ha riconosciuto Saviano – la sua vita, Napoli e la stessa camorra. Piazze un tempo segnate, dove i ragazzi si drogavano, sono diventate spazi turistici con tavolini e locali. Eppure la camorra non è scomparsa: si è adattata. Ha investito nei b&b e aperto attività. Chi tocca i turisti paga, perché i turisti sono diventati una merce da proteggere. Anche contro i clan rivali. “Il territorio sta davvero cambiando, o sta semplicemente assumendo una nuova forma? Solo l’analisi delle dinamiche profonde consente di leggere ciò che si nasconde dietro la trasformazione visibile”. Da qui anche la soddisfazione per l’attenzione crescente del mondo accademico verso questi temi, considerata fondamentale per far circolare le informazioni e rendere possibile un reale approfondimento.

Il racconto come strumento di contrasto alla criminalità organizzata
“Come si contrastano, allora, queste organizzazioni? Affidarsi solo alla giustizia non basta, perché i tempi dei processi sono troppo lenti rispetto alla rapidità dei loro affari. I camorristi sanno che pagheranno il conto delle loro azioni solo tra vent’anni, quando forse saranno già morti. Ecco perché il vero problema per loro non è il tribunale, ma chi racconta le dinamiche di potere e accende i riflettori sui loro affari, costringendoli a pagare un prezzo immediato. Un prezzo che loro non sono disposti a pagare”.
Questa esposizione mediatica scatena però reazioni violente, che Saviano articola in due fasi. La prima è la diffamazione: “Non si contestano i dati – il numero degli omicidi, il traffico di droga – si colpisce il messaggero con argomenti personali o politici per minarne l’autorevolezza”. La seconda è la reazione diretta dei clan: “Se qualcuno può permettersi di affrontarli pubblicamente, i loro nemici penseranno che non valgono più nulla. È una questione di immagine e di potere”.
Gomorra vent’anni dopo è ancora un’opera letteraria scomoda
Gomorra ha trasformato la narrazione in uno strumento di conoscenza e di contrasto alla criminalità organizzata. Raccontare il male, sottolinea Saviano, “non significa infangare un territorio, ma affrontarne le criticità per innescare un possibile cambiamento“. La forza del libro risiede nella sua capacità di generare consapevolezza diffusa, spingendo l’opinione pubblica a esercitare pressione sulle istituzioni. La parola diventa pericolosa quando è condivisa: ed è per questo che i clan hanno cercato di fermare Saviano.
La letteratura non si può bloccare, e l’indignazione che genera non si può arginare. È questo impatto sociale a rendere il racconto davvero scomodo, la sua pericolosità per i clan non sta solo nei contenuti, ma nel potenziale utilizzo che la società civile può farne per mettere in discussione il loro potere. Vent’anni dopo Gomorra, quella parola è ancora pericolosamente viva.
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