Gisèle Pelicot, “Un inno alla vita”: dal processo di Mazan alla scelta di non vergognarsi più
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Gisèle Pelicot, “Un inno alla vita”: dal processo di Mazan alla scelta di non vergognarsi più

Il memoir di Gisèle Pelicot (Rizzoli) è molto più di una testimonianza: è la storia di una donna che ha trasformato il dolore più indicibile in coraggio collettivo, scegliendo di aprire le porte del processo di Mazan al mondo intero.

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“La vergogna deve cambiare lato.” Con questa frase, diventata grido di battaglia collettivo, Gisèle Pelicot ha sovvertito per sempre il modo in cui la società guarda alle vittime di violenza sessuale. Il suo memoir Un inno alla vita, scritto insieme alla giornalista e scrittrice Judith Perrignon e pubblicato in Italia da Rizzoli nel febbraio 2026, è molto più di una testimonianza: è un atto di coraggio che ha attraversato confini nazionali e lingue, tradotto in 22 lingue e pubblicato in contemporanea mondiale.

È il racconto di una donna che ha scelto di non nascondersi, di non vergognarsi, di non cedere al silenzio. Una donna che ha trasformato il dolore più indicibile in uno strumento di cambiamento civile e culturale. Leggere questo libro è necessario. E, contro ogni aspettativa, è anche possibile: perché Gisèle Pelicot scrive e racconta con una misura, una grazia e un’onestà disarmante che non lascia spazio alla morbosità, ma apre – pagina dopo pagina – una finestra sulla complessità dell’animo umano. Sulla sua fragilità. E sulla sua straordinaria capacità di rinascere.

Gisèle Pelicot
Gisèle Pelicot all’uscita dal tribunale

La giovinezza segnata dalla perdita

Il libro, grazie alla penna sottile e chirurgica di Judith Perrignon, scorre velocemente nonostante il tema sia tra i più crudeli possibile. Pur non seguendo un ordine cronologico rigoroso, inizia raccontando la gioventù di Gisèle e Dominique. Entrambi nati nel 1952, si incontrano quasi ventenni nell’estate del 1971. Ciò che emerge subito è che ad entrambi, seppur ancora giovanissimi, la vita aveva già tolto abbastanza.

Gisèle rimane orfana di madre all’età di nove anni. Il padre si risposerà poco dopo con una donna arida e severa. Dominique, dal canto suo, dovette imparare fin da subito a fare i conti con la violenza domestica che il padre esercitava su di lui e sulla madre. Nella ricostruzione della loro storia d’amore, Gisèle fa trasparire che con Dominique uniscono le proprie sofferenze, con l’intenzione di fuggire insieme da ogni infelicità.


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Un matrimonio, tre figli e una vita apparentemente normale

Nel 1973 si sposano. Nel giro di pochi anni arrivano tre figli: David, Caroline e Florian. La vita della famiglia Pelicot procede come quella di tante altre, tra alti e bassi e qualche difficoltà finanziaria, dovuta soprattutto all’inquietudine di Dominique: continui cambi di lavoro, investimenti sbagliati. A ristabilire l’equilibrio, economico e non solo, ci pensa Gisèle Pelicot. Grazie al suo impiego stabile all’EDF – Électricité de France -, andrà in pensione nel 2013 da dirigente.

Il trattamento di fine rapporto, oltre a saldare qualche debito lasciato dal marito, servirà a coronare il sogno di una vita: lasciare Parigi e trasferirsi in Provenza, a Mazan, un piccolo borgo vicino Avignone, dove la coppia acquista una bella casa. Un rifugio tranquillo per godersi la maturità, lontano dalla città e dal lavoro. Nulla di più giusto. I figli sono ormai grandi, il peso quotidiano alleggerito. Ma è proprio in quella graziosa casa provenzale che, per Gisèle, inizia l’incubo più atroce che si possa immaginare.

Gisèle Pelicot: una donna, cinquanta uomini, più uno. Suo marito Dominique

Sin dalle prime pagine, il lettore viene catapultato nelle trame della violenza subita da Gisèle. Il libro non cade nella descrizione scabrosa del dettaglio. Non è questa la sua missione. Racconta invece la storia di una donna che ha capovolto la regola non scritta secondo cui è sempre la vittima, soprattutto se donna, a doversi vergognare delle azioni subite per mano del proprio carnefice.

Va detto subito: Gisèle non è l’unica vittima di questa vicenda. Perché il 2 novembre 2020 non finisce soltanto un matrimonio, ma si disintegra un’intera famiglia, la cui solidità era stata costruita sulla menzogna. Quella data è lo spartiacque di tutto. È il giorno in cui Gisèle, al commissariato di Carpentras, viene messa davanti alla verità più atroce della sua vita.

La violenza, il processo

Pensava di dover riferire alle autorità di quanto accaduto il mese precedente: la guardia di sicurezza di un supermercato di Mazan aveva fermato Dominique mentre riprendeva di nascosto con il cellulare le parti intime di alcune clienti. Il marito era stato portato in caserma e i suoi dispositivi – cellulare, computer, tablet -erano stati sequestrati. Lui le aveva detto tutto. Anzi, da quel momento aveva iniziato a mostrarsi particolarmente vulnerabile: pianti ininterrotti, giuramenti di amore eterno e fedeltà. Esattamente come la mattina del 2 novembre, poco prima di recarsi insieme in commissariato.

All’arrivo, vengono interrogati separatamente. Gisèle viene fatta accomodare nell’ufficio del vicebrigadiere Perret. Le domande iniziano a sembrare strane, inopportune: dettagli sulla loro vita sessuale, curiosità che non riesce a decifrare. Poi arriva la risposta, brutale e definitiva. Il vicebrigadiere le mostra delle fotografie. C’è una donna inerme, simile a una bambola di pezza. In alcuni scatti è seminuda, in altri totalmente. Accanto a lei, uomini che cambiano, mentre la donna abusata è sempre la stessa. Il luogo è la camera da letto della casa di Mazan. La vittima è Gisèle Pelicot. Gli uomini che hanno violato il suo corpo per quasi dieci anni sono cinquanta, più uno: suo marito Dominique.

Copertina della docuserie di Prime Video dedicata alla storia di Gisèle Pelicot

La sottomissione chimica e la terribile dicotomia

La dinamica delle violenze emerge già dai primi interrogatori, per stessa ammissione di Dominique Pelicot. Per circa dieci anni ha drogato sua moglie con dosi massicce di ansiolitici, riducendola in stato di semi-incoscienza. Poi ha permesso a decine di sconosciuti reclutati online di abusarne. Gli abusi si protrassero dal 2011 al 2020.

Da questo momento, nel racconto e nella vita di Gisèle, prende forma una terribile dicotomia che ruota intorno alla figura di Dominique. La donna si interroga incessantemente: com’è possibile che un marito devoto, un padre premuroso, un nonno affettuoso possa essere stato, allo stesso tempo, uno stupratore? Non esistono risposte certe a questa domanda. Non si trovano nel libro e probabilmente non si trovano altrove. Ciò che è certo è che Gisèle ha faticato enormemente nel riconoscere nel volto dell’uomo che aveva scelto come compagno di vita anche quello del suo aguzzino. Funziona così quando il dramma prende la forma più innaturale: come può un marito fare questo alla donna che dice di amare? Lo fa. Punto.

La famiglia di Gisèle Pelicot che si sgretola: ognuno vive il suo dolore

Quella del caso Pelicot è anche una tragedia familiare. Ed è per questo che il libro – attraverso la voce sempre pacata e misurata di Gisèle – restituisce spazio ai sentimenti dei tre figli. In particolare a Caroline, sul cui conto emerge nel corso delle indagini una verità ulteriore e devastante: tra le foto e i video recuperati nei dispositivi del padre c’è del materiale che la riguarda. Il padre l’aveva immortalata più volte mentre dormiva, sul divano, seminuda.

Nel corso del processo, Pelicot dichiarò più volte di non aver mai abusato della figlia. Ma per Caroline quelle erano parole prive di peso. Lo aveva già condannato la sera del 2 novembre, quando la madre aveva comunicato a lei e ai suoi fratelli di essere stata vittima di violenze perpetrate con la sottomissione chimica, per mano del marito. Per Caroline, quella dicotomia che attanaglia la madre non esiste: la scelta di cancellare la figura del padre fu immediata. Cambiò cognome e iniziò a riferirsi a quell’uomo chiamandolo solo per nome e cognome.

Una scelta raccontata nel suo primo libro, E ho smesso di chiamarti papà, pubblicato in Francia nel 2022. Una scelta che fu anche causa di un momentaneo allontanamento dalla madre: Gisèle, in modo genuino e quasi materno, aveva cercato di preservare ai suoi occhi la figura di Dominique padre, per evitare che sprofondasse nell’abisso dell’odio. Non servì.

I figli David e Florian, invece, costruirono intorno alla madre una rete di protezione silenziosa: la accolsero nelle proprie case, rispettarono i suoi silenzi e la sua costante voglia di solitudine, evitando di riversare su di lei il loro stesso dolore per quell’uomo che chiamavano padre.

Gisèle Pelicot, “Un inno alla vita”: dal processo di Mazan alla scelta di non vergognarsi più
“Un inno alla vita” di Gisèle Pelicot – copertina del libro edito da Rizzoli

Il processo a porte aperte: una scelta potentissima

Dominique Pelicot viene arrestato la mattina del 2 novembre 2020. Il processo a suo carico – e a quello dei cinquanta co-imputati – inizia il 2 settembre 2024 presso il Tribunale penale di Avignone. Gisèle rivedrà per la prima volta il suo aguzzino, un tempo marito, dall’altra parte delle sbarre.

Nei quattro anni che precedono il processo, Gisèle Pelicot cambia profondamente. Quella donna minuta che all’inizio della vicenda si chiudeva nel conforto della solitudine, fuggendo dalla stampa, arriva in aula forte, determinata e coraggiosa. Per la sua difesa sceglie un team di avvocati uomini: un primo, grande messaggio. Non ha mai perso fiducia nel genere maschile. Poi arriva l’altro colpo di scena, che gli imputati e i loro legali scoprono solo 24 ore prima dell’inizio del processo: Gisèle decide che le porte di quell’aula resteranno aperte per tutta la durata dell’udienza. Una scelta potentissima, che porta con sé un messaggio inequivocabile. Non per sbattere i mostri in prima pagina, ma per mostrare al mondo il volto di una donna che si è spogliata della vergogna per vestirsi soltanto del suo coraggio.

Le condanne: la sentenza del 19 dicembre 2024

Il processo dura tre mesi e mezzo. Il 19 dicembre 2024, il Tribunale penale di Vaucluse emette la sentenza: Dominique Pelicot viene condannato alla pena massima prevista dal codice penale francese per stupro aggravato, ovvero 20 anni di reclusione. Sceglie di non fare appello. I cinquanta co-imputati vengono tutti dichiarati colpevoli. Le pene variano dai 3 ai 15 anni di reclusione. Diciassette di loro hanno presentato ricorso in appello; il processo di secondo grado è in corso.

Il grande sostegno dell’opinione pubblica

Per tre mesi e mezzo, Gisèle Pelicot ha dovuto assistere alla proiezione di video in cui uomini di ogni estrazione sociale – liberi professionisti, infermieri, vigili del fuoco, guardie carcerarie, mariti e padri di famiglia – abusavano del suo corpo piegato dalla sottomissione chimica. La regia di questo film dell’orrore era di suo marito, diabolico stratega di uno stupro di gruppo durato dieci anni.

Gisèle racconta, senza particolare stupore, come la strategia dei legali degli imputati abbia usato ogni mezzo – anche il più basso – per tentare di alleggerire le pene dei propri assistiti. Furono richiesti dei fermo immagine di alcuni video, nei quali pareva che la signora Pelicot fosse cosciente e coinvolta negli atti sessuali. In alcune deposizioni, fu lo stesso Dominique a fugare ogni dubbio: sua moglie, in tutte le scene riprodotte in aula, era completamente annientata dai sedativi che lui le somministrava a sua insaputa. Vennero chiamate a testimoniare anche le mogli di alcuni imputati, che non si sottrassero alla difesa dei mariti, quasi derubricando quelle azioni a semplici momenti di debolezza.

Perché la violenza sulle donne non è un problema che riguarda solo le donne

Il processo restituisce, dunque, una piccola umanità fatta di uomini abietti e di donne che continuano a prestargli il fianco, senza comprendere che anche loro, seppur in modo diverso, sono vittime. Ma come per tutte le cose, c’è un’altra faccia della medaglia. Ed è quella che merita di essere raccontata con forza. È l’abbraccio corale arrivato dalle tantissime donne che, insieme a Gisèle, hanno assistito a tutte le udienze. Erano lì per non lasciarla sola. Per mostrarle tutta la loro vicinanza. Per stringerle la mano fuori dal tribunale e alzare cartelloni con scritte inequivocabili: “Siamo tutte Gisèle”.

E poi gli uomini – di ogni età – che sono scesi in piazza e hanno affollato l’aula del Tribunale di Avignone. Perché la violenza sulle donne non è un problema che riguarda solo le donne. E se è vero che il genere maschile non si riconosce in Dominique Pelicot e negli altri cinquanta imputati condannati, è fondamentale che siano proprio gli uomini a prendere le distanze da ogni atteggiamento di subordinazione e prevaricazione.

Perché leggere “Un inno alla vita”

Leggere il libro di Gisèle Pelicot è un viaggio in un inferno costruito tra le mura domestiche di una casa qualunque, di una famiglia qualunque, di una coppia qualunque. Il messaggio che se ne deve trarre, tuttavia, non è che la tragedia che l’ha colpita possa travolgere chiunque. Le dimensioni e le dinamiche di questo caso rimandano a una singolarità difficilmente replicabile. Il messaggio è un altro, più universale e più prezioso: si può sempre tornare alla vita, anche quando la strada verso l’inferno sembra tracciata inesorabilmente. Proprio come ha fatto Gisèle.


Un inno alla vita, Gisèle Pelicot con Judith Perrignon – Traduzione di Bérénice Capatti Editore: Rizzoli – 252 pagine – € 19,00

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Scritto da
Giovanni Ramacci

Classe 1976, ingegnere nucleare, romano ma cittadino del mondo grazie alla sua professione che lo porta ovunque. Amante di cucina internazionale ha un debole per i piatti “green”, si dichiara un carnivoro pentito ma non è vegano. Non ancora! Lettore compulsivo e grande appassionato di cinema d’autore.

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