Il giornalismo gastronomico non si riduce a recensioni e ricette: è inchiesta, racconto ed etica. Una riflessione sul mestiere di chi racconta il cibo, e sul rischio di confondere la critica con la promozione, l’indipendenza con la cortesia professionale.
Abbiamo fatto molta strada dai tempi in cui scrivere di cibo significava semplicemente pubblicare piacevoli ricette sulle riviste femminili. Oggi le pubblicazioni che annunciano le ultime tendenze gastronomiche riempiono le edicole di tutto il mondo e si moltiplicano online. Eppure, il termine “giornalismo enogastronomico” resta relativamente recente.
Quando dico alle persone che mi occupo di giornalismo gastronomico, spesso mi rispondono: «Anch’io adoro il cibo! Quindi passi il tempo a mangiare nei ristoranti?». E ogni volta mi chiedo ma a un giornalista economico chiedono: «Anch’io adoro i soldi! Quindi passi il tempo a spenderli?». Ma non posso biasimare nessuno, il campo del giornalismo gastronomico è molto variegato e, forse, non sempre facile da decifrare.
Il giornalismo gastronomico è molto più di ricette e recensioni
Ci sono ancora ricette e critici gastronomici, ma anche reportage in prima persona, storie umane e articoli che affrontano le dimensioni storiche, religiose e culturali del cibo. Esistono inoltre tendenze e fenomeni gastronomici che meritano di essere raccontati. Il cambiamento più importante nel giornalismo gastronomico degli ultimi anni è che oggi, quando leggiamo di cibo, leggiamo anche di persone. Nonne, cuochi, agricoltori, panettieri, idealisti: persone, ancor prima che soggetti animati da una passione autentica per il cibo e il termine abusato di “narrazione” lo testimonia quotidianamente.

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Il cibo come terreno d’inchiesta: la lezione di Upton Sinclair
Esiste anche un giornalismo investigativo sul cibo: lo sfruttamento dei braccianti o dei lavoratori nei ristoranti di lusso, la qualità nei fast food economici, la tutela della biodiversità, le disuguaglianze alimentari, sono alcuni esempi. E in realtà non è una novità che il giornalismo investigativo si occupi di alimentazione. Già nel 1906 lo scrittore e giornalista investigativo Upton Sinclair denunciò le condizioni igieniche di un’industria della lavorazione della carne di Chicago nel suo romanzo-inchiesta The Jungle. Lo scandalo fu enorme, il libro divenne un bestseller e produsse effetti concreti: il consumo di carne diminuì e furono introdotte nuove norme igienico-sanitarie. Tra industria alimentare, salute pubblica, legislazione e politica, il buffet delle inchieste giornalistiche è ricco e sempre aperto.
La responsabilità etica di chi racconta il cibo
Il giornalismo gastronomico è anche una questione economica: una recensione positiva può incidere notevolmente sugli incassi di un ristorante; la storia di un nuovo locale il cui proprietario ha superato grandi difficoltà può attirare clienti solidali. Lodare un nuovo hamburger biologico e a chilometro zero può avere un impatto economico persino superiore a quello della pubblicità a pagamento. E qui il punto. Forse il più importante: per queste ragioni i giornalisti del settore hanno una responsabilità etica, essere obiettivi e raccontare la verità. I lettori si affidano alla loro onestà.

Il confine sempre più sfumato tra pubblicità e contenuto
Gli inserzionisti cercano continuamente nuovi modi per entrare in contatto con i consumatori. I confini tra pubblicità e contenuto giornalistico diventano sempre più sfumati: in molte riviste è infatti possibile acquistare articoli sponsorizzati. Se un articolo contiene una ricetta, che male c’è a citare un marchio? La sfida consiste nel soddisfare gli inserzionisti senza rinunciare a una scrittura critica e indipendente. Il cibo è una parte essenziale della nostra vita e ormai i quotidiani parlano di alimentazione nelle sezioni dedicate all’economia, alla salute, ai viaggi e alla politica. Persino le guide televisive sono dominate da programmi culinari e chef-star.
Eppure il giornalismo gastronomico affronta le stesse difficoltà dell’intero settore dell’informazione: come monetizzare i contenuti online? Come ritagliarsi uno spazio nei social media e competere per l’attenzione del pubblico? I feed di Instagram sono pieni di fotografie di cibo, i blog gastronomici si sono moltiplicati e numerose piattaforme permettono a chiunque di recensire un ristorante.
Dall’intelligenza artificiale all’intelligenza editoriale
Il problema non è usare le informazioni contenute in un comunicato: quello è spesso il punto di partenza di qualsiasi lavoro giornalistico. Il distacco nasce quando il punto di partenza diventa anche il punto di arrivo. Così la critica si trasforma in promozione, l’approfondimento in rilancio, l’indipendenza in cortesia professionale o peggio – l’abbondanza ormai di altre figure professionali è la diretta conseguenza -.
Forse, prima ancora di parlare di intelligenza artificiale, dovremmo tornare a parlare di intelligenza editoriale: perché il giornalismo non consiste nel ricevere notizie, ma consiste nel verificarle, contestualizzarle, metterle in discussione e, quando serve, contraddirle. Vale anche per il vino, per il cibo e per tutto ciò che raccontiamo con troppa facilità e troppo poco spirito critico.
Come al solito ho scritto una serie di ovvietà, che però sento il bisogno di ricordare in primis a me stessa. Se il giornalismo è finito c’è una responsabilità che non riguarda i nuovi mezzi di comunicazione ma la qualità delle persone che ci lavorano e il rispetto che si dovrebbe avere per i lettori e non solo per i brand. P.S. «Tu scrivi di cibo perché cucini benissimo»: la prossima volta che sento questa frase, fosse pure come un complimento, avrò una reazione scortese. Le due cose non sono in relazione, non necessariamente: cucino bene perché mi nutro bene. Potrei tranquillamente non scrivere.

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