Quattro etichette del profondo Sud raccontano un modo diverso di bere, sempre più radicato nel territorio d’origine.
Ogni estate, il modo di bere cambia senza che nessuno lo annunci. Passa la voglia dei long drink stucchevoli, dei mix ad alta gradazione zuccherina pensati per stordire più che per accompagnare. Arriva, quasi per istinto, la ricerca di qualcosa di più leggero, più leggibile, più onesto. Un bicchiere che rinfreschi senza appesantire insomma. Da sorseggiare lentamente su un terrazzo o davanti al mare senza il retrogusto dolciastro che il giorno dopo si paga. In questo scenario il gin diventa protagonista silenzioso delle serate estive, complice, certamente, la varietà e il numero di etichette contemporaneo.
In questo cambio di paradigma – certamente non di questa estate – il Gin&Tonic gioca da anni un ruolo decisivo. Pochi zuccheri, aromaticità che varia a ogni sorso, la possibilità di scegliere una tonica più o meno assertiva per bilanciare le botaniche. Il Gin&Tonic è la bevanda perfetta per chi vuole bere fresco e agile. E, talvolta, non bere tanto.

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Gin calabresi, quattro interpretazioni della stessa estate
La cosa curiosa è che il gin, per definizione, non ha patria. Nasce in Olanda – o forse in Italia… -, si perfeziona a Londra, diventa lo spirito più cosmopolita che esista. Si può creare ovunque, con qualsiasi botanica, e proprio per questo racconta bene chiunque lo produca. Ed è quello che sta succedendo anche in Calabria. Terra che con gli amari e la liquoristica ha una tradizione lunghissima, ma che con il gin continua ha cercare – e trovare – un modo nuovo per raccontarsi. Gli ulivi dell’Aspromonte, gli agrumi della costa, persino un fiore che con il Mediterraneo non ha nulla a che fare ma che qui trova casa lo stesso. E da questi presupposto che nasce la nostra piccola selezione. Ecco infatti quattro etichette che raccontano altrettanti modi diversi di intendere l’estate nel bicchiere, tutte firmate da produttori calabresi.

Emporia Gin, la rotta dei Fenici nel bicchiere
A Limbadi, la storica Distilleria F.lli Caffo – la stessa firma dietro il Vecchio Amaro del Capo – porta la sua esperienza secolare su un terreno meno battuto: il gin. Emporia, dal greco antico “luogo di scambio”, richiama le rotte dei Fenici, primi a intuire il valore del Mediterraneo come crocevia di culture e sapori. Nel bicchiere questa eredità si traduce in bacche di ginepro fenicio e doppia distillazione con acqua del Mar Tirreno. Per un dry gin pulito ma dal retrogusto quasi arcaico. Piccoli lotti, lavorazione artigianale, ma con dietro la struttura di chi produce amari da oltre un secolo. La prova che anche i grandi nomi calabresi guardano al gin come nuova frontiera.

JUSU, l’Aspromonte in una bottiglia
A San Giorgio Morgeto, nel cuore dell’Aspromonte reggino, Olearia San Giorgio ha fatto una scelta insolita per un London Dry Gin: usare l’ulivo non come suggestione ma come botanica protagonista. Il nome stesso, JUSU, viene dal dialetto locale e significa “giù”, il modo in cui in paese si indica la campagna ai piedi del borgo. Nel bicchiere questo si traduce in foglie di ulivo, ginepro, bucce di limone e olive Ottobratica, con un tocco di olio extravergine che arriva quasi come una firma.
Al naso è resinoso e balsamico, con richiami agrumati e floreali che arrivano subito dopo. In bocca l’equilibrio tra la componente vegetale dell’oliva e la freschezza del limone lo rende sorprendentemente versatile. Bene in un Gin Sour, ancora meglio in un Gin&Tonic a tutto pasto, dove la nota vegetale si integra senza sovrastare. Un gin che profuma davvero di un luogo preciso. Cosa non scontata, per un distillato che di solito profuma solo di ginepro.

Myoku, quando il Giappone incontra il pompelmo rosa
A Crotone, nella Distilleria Lacinio, nasce Myoku Gin, firmato Witty Spirits. Il progetto di tre fondatori che hanno scelto uno slang giapponese – “osservazione” – come manifesto. L’idea è quella di un gin che inviti a rallentare, e le botaniche seguono coerentemente questa filosofia. Passion fruit e pompelmo rosa in apertura, gelsomino a dare eleganza, rosmarino e cardamomo a chiudere con struttura e una persistenza speziata.
È un gin che gioca più sulla mixology contemporanea che sulla tradizione. Ma trova il suo momento migliore con una tonica neutra e premium, capace di lasciare respirare le botaniche senza coprirle. A tavola è un compagno naturale della cucina di mare: un carpaccio di pesce fresco o una tartare agli agrumi bastano a far capire perché.

ME Pure Lotus, l’Egitto che sceglie la Calabria
Il quarto gin arriva da Bonifati, sulla Riviera dei Cedri. Qui Mzero Sealab produce ME Pure Lotus – Fusion Gin, l’espressione più intensa del progetto Mzero Experience. Qui la botanica guida è tutt’altro che locale. Si tratta del fiore di loto blu egiziano, simbolo di purezza e rinascita. Il fiore apre la strada a una composizione speziata – noce moscata su tutte – bilanciata da ginepro e bucce di agrumi.
È un London Dry Gin contemporaneo, costruito sull’equilibrio più che sull’impatto. Me Pure Lotus è pensato per cocktail senza tempo come Gibson, Martini e Gin Fizz, dove la struttura pulita delle botaniche ha modo di emergere senza distrazioni. Il paradosso è proprio questo: un simbolo egiziano che arriva a raccontare l’essenzialità di un distillato pensato e prodotto in Calabria.
La biodiversità come materia prima
Guardati insieme, questi quattro gin calabresi dicono qualcosa che va oltre le singole etichette. La Calabria ha una biodiversità botanica che per decenni ha viaggiato solo sotto forma di agrumi, bergamotto e olio. Materie prime esportate, raramente trasformate in narrazione. Il gin, proprio perché non ha regole d’origine da rispettare, sta diventando lo strumento con cui questa regione può finalmente mettere in scena tutto il resto. Ulivi, spezie, persino un fiore arrivato da un altro continente ma distillato con un’identità che resta, comunque, profondamente mediterranea. Non serve aspettare l’inverno per scoprirli. Ma un consiglio: assaggiateli con calma, magari uno a sera. I gin calabresi, in fondo, non chiedono di essere scelti uno per tutti: chiedono solo di essere capiti, un sorso alla volta. Ed è il modo più onesto per capire quale, tra i tre, racconta l’estate come la immaginate voi.
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