Gianni Berengo Gardin, uno degli ultimi miti della fotografia, è venuto a mancare il 7 agosto 2025
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Gianni Berengo Gardin: addio al Maestro del bianco e nero

Si è spento Gianni Berengo Gardin, l'ultimo grande maestro italiano del fotoreportage. Una vita dedicata alla verità, alla luce, alla bellezza

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Il mondo della fotografia è in lutto per la scomparsa di Gianni Berengo Gardin, uno dei maestri indiscussi della fotografia italiana e internazionale. La sua dipartita segna la fine di un’era per l’immagine in bianco e nero, di cui è stato un interprete sublime e inimitabile.

Berengo Gardin, con il suo stile inconfondibile, ha saputo catturare l’essenza della realtà, trasformando il quotidiano in poesia visiva. Le sue immagini, spesso caratterizzate da un’intensa drammaticità e da una profonda umanità, sono diventate icone della storia italiana, raccontando cambiamenti sociali, momenti storici e la vita di persone comuni con una sensibilità unica. Dalle fabbriche alle spiagge, dalle piazze alle manifestazioni, il suo obiettivo ha registrato un’Italia in continua evoluzione, offrendo uno spaccato autentico e commovente del nostro paese.

Berengo Gardin: 60 anni di carriera black and white

La sua carriera, lunga oltre sessant’anni, è stata costellata di successi e riconoscimenti. Ciò che ha sempre contraddistinto Berengo Gardin è stata la sua instancabile ricerca della verità, la sua capacità di cogliere l’attimo fuggente e di trasformarlo in un’opera d’arte senza tempo. Le sue fotografie non sono mai state semplici riproduzioni della realtà, ma vere e proprie interpretazioni, cariche di significato e di emozione.

Il maestro lascia un archivio sconfinato di immagini che continueranno a ispirare generazioni di fotografi. La sua arte, fatta di luci e ombre, di contrasti e armonie, rimarrà per sempre un punto di riferimento per chiunque voglia comprendere e amare la fotografia in bianco e nero. Berengo Gardin amava definirsi un “artigiano” della luce, un maestro del “vero”, piuttosto che un artista in senso aulico.

Con la sua fedele Leica, ha elevato la dignità dell’essere umano a fulcro di ogni scatto. La sua scomparsa non segna solo la fine di un’epoca per il fotogiornalismo, ma ci consegna l’eredità di un manifesto visivo. È un inno alla “vera fotografia” che, pur non cercando l’arte fine a sé stessa, l’ha raggiunta attraverso la più profonda autenticità.

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Henri Cartier-Bresson, Ronis e la Leica

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, Gianni Berengo Gardin, scoprì la sua profonda vocazione per l’arte fotografica negli anni Cinquanta. Fu l’incontro folgorante con la maestria di Henri Cartier-Bresson, da lui stesso definito affettuosamente “un dio”, a illuminare il suo percorso. Questa ammirazione incondizionata fu la scintilla che lo spinse con decisione verso la carriera di fotoreporter, carriera che decollò a partire dal 1962. Prima di allora le sue prime pubblicazioni sulla prestigiosa rivista Il Mondo di Mario Pannunzio (uscite a partire dal 1954), avevano già preannunciato il suo talento inequivocabile.

Se Cartier-Bresson rappresentò per Berengo Gardin un faro luminoso, una fonte d’ispirazione per il suo approccio alla fotografia, il vero mentore, colui che lo guidò e lo formò in maniera più diretta, fu il rinomato fotografo francese Willy Ronis. Da lui apprese i segreti della composizione, l’importanza della luce e la capacità di cogliere l’attimo fuggente.

La ricerca della spontaneità come faro del lavoro di Berengo Gardin

Il suo percorso tecnico lo vide passare inizialmente dalla Rolleiflex, una macchina fotografica di grande pregio, per poi approdare, in un lasso di tempo relativamente breve, alla sua inseparabile Leica. Questo strumento, compagno fedele di innumerevoli viaggi e reportage, divenne quasi un’estensione della sua anima, permettendogli di immortalare l’80% delle sue opere più celebri. La Leica, discreta e maneggevole, gli consentì di muoversi con agilità e di catturare la spontaneità dei momenti, rendendola la scelta ideale per il suo stile documentaristico e la sua ricerca dell’autenticità.

Gianni Berengo Gardin, il grande fotografo che ha dedicato tutta la sua vita al bianco e nero

 “Gli esseri umani sono al centro di tutto“, era solito affermare, con la semplicità e la profondità di chi ha assimilato la lezione della vita. Questa convinzione lo ha spinto a documentare la quotidianità: dalle fabbriche negli anni ’60 – un lavoro volto a “raccontare la loro storia, ma soprattutto per difendere la loro dignità” – ai numerosi e intensi reportage sociali. La sua empatia si estendeva a coloro che, con il loro lavoro e la loro esistenza, sostenevano il tessuto della società: operai, medici, sacerdoti, persino i musicisti di strada. La sua capacità di cogliere il “momento decisivo”, quell’attimo fugace e irripetibile che racchiude un’intera narrazione, gli ha permesso di creare immagini che sono rimaste indelebili nell’immaginario collettivo.

Il bianco e nero

Berengo Gardin ha mantenuto una posizione inflessibile, quasi romantica, a favore del bianco e nero. Questa non era una mera scelta estetica, ma una vera e propria filosofia, una dichiarazione d’intenti chiara: “Il vino è rosso e la fotografia è in bianco e nero. Se mi tagliassero, sanguineri in bianco e nero”. Per lui il colore rappresentava una distrazione, un elemento che “toglie attenzione al soggetto”, mentre il bianco e nero “costringe a guardare più a fondo”. Sostenitore convinto delle fotocamere meccaniche, considerava il digitale “troppo metallico, freddo, preciso”, preferendo la “grana della pellicola” e quella sacra riflessione che precede lo scatto, spesso sacrificata dalla frenesia del mondo moderno.

Alcuni dei titoli che hanno costellato la carriera di Gianni Berengo Gardin

I reportage, i libri e i viaggi nell’Italia

Il suo sguardo non si è limitato all’attimo, ma ha saputo costruire vere e proprie narrazioni. Molti i reportage pubblicati, sia su pagine dei quotidiani che in veri e propri – fortunati – libri. Tra le sue opere più significative spicca “Morire di Classe” (1969), realizzata con Carla Cerati e Franco Basaglia. Ha indagato le drammatiche condizioni dei manicomi italiani, contribuendo in maniera decisiva all’affermazione della Legge Basaglia. Pietre miliari della fotografia sono i suoi volumi, come “L’occhio come mestiere” (1970), il suo primo importante lavoro monografico, o l’iconico “Venise” (1972). Quest’ultimo cattura l’anima autentica e malinconica della città lagunare, includendo la celebre “Venise, 1960”, molto apprezzata da Cartier-Bresson.

Ha esplorato con la sua macchina fotografica diverse regioni italiane, dalla “Toscana” (1978) alla sua Liguria, immortalando paesaggi e architetture. E soprattutto, la vita quotidiana e la genuinità dei suoi abitanti. Al racconto del territorio è tornato nel 2013, in uno dei suoi lavori più recenti con Il Racconto del Riso. Ovvero un viaggio approfondito nella storia e nel lavoro di una delle più importanti famiglie del riso d’Italia. Le sue serie sulle Fabbriche degli anni ’60 e ’70 costituiscono un toccante affresco della fatica operaia e della dignità del lavoro.

Fino all’ultimo, il suo impegno sociale è rimasto vivo, come testimoniato da “La Grande Nave” (2012). Opera in cui è tornato a Venezia per documentare l’impatto delle grandi navi da crociera su Venezia, ribadendo la sua incessante attenzione alle criticità del mondo contemporaneo e alla salvaguardia del patrimonio.

Leggendario per la sua schiettezza e dedizione alla verità nell’immagine, ci ha lasciato innumerevoli aneddoti. La sua arte, ispirata anche dalla letteratura, mirava alla comunicazione, non alla bellezza fine a sé stessa. Con oltre 1,5 milioni di negativi, ha immortalato la storia visiva italiana, rivelando l’anima delle cose e delle persone. Il suo sguardo mancherà, ma le sue immagini in bianco e nero, eredità di verità e poesia, continueranno a parlarci.

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Scritto da
Francesco Bruno Fadda

Sardo per nascita, italiano per convinzione, battitore libero per natura.
 Giornalista e gastronomo, autore, ghost writer, avvocato mancato - per fortuna! - e cuoco mancato -...ma c’è sempre tempo! -. Vivo e “divoro” il mondo per passione prima che per professione. Quattro i punti deboli: le donne che bevono whisky, i cani, la Mamma e i “Paccheri alla Vittorio”. Poche cose mi irritano come “Gioco di consistenze”, rivisitazione, texture e splendida cornice! Un sogno nel cassetto: vedere “enogastronomia ” quale materia di studio nella scuola dell’obbligo… chissà, magari un giorno! Curatore e Direttore Editoriale Spirito Autoctono Media

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