Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra nel 1985, torna a vivere nel docufilm Quarant'anni senza Giancarlo Siani
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Giancarlo Siani, 40 anni senza le sue verità

Il giornalista de Il Mattino, ucciso dalla camorra 40 anni fa, rivive in un docufilm e nelle parole di chi lo ha conosciuto. Una storia di coraggio, verità negate e una ferita ancora aperta.

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Aveva paura Giancarlo Siani quella sera del 23 settembre 1985. Il giornalista de Il Mattino di Napoli, aveva solo 26 anni, ma si muoveva come un adulto navigato. Non era ancora professionista, lo diventerà a 35 anni dalla sua morte, quando l’Ordine dei Giornalisti gli renderà omaggio Honoris Causa donando alla sua famiglia il tesserino tanto agognato. Una pura formalità. 

Giancarlo Siani portava avanti la sua professione senza paura e con un po’ di quell’incoscienza che solo i giovani possiedono, sfidando la camorra e andando incontro alla morte in nome della verità. Quella sera di settembre era uscito dalla redazione e si era diretto a casa, si guardava attorno mentre percorreva il tragitto. Se lo sentiva che qualcosa non andava, che era in pericolo. Una volta arrivato sotto casa, dopo aver parcheggiato la sua Citroen Mehari credeva di essere al sicuro. Da quella macchina però non scenderà mai. Un commando della camorra lo stava aspettando: lo uccisero con 10 colpi di pistola alla testa con due pistole Beretta calibro 7,65.

40 anni senza Giancarlo Siani

Morirà giovane, Giancarlo, e tale resterà per sempre.  Ma questa non è una consolazione. E soprattutto non placa la necessità di giustizia. E di memoria. “40 anni senza Giancarlo Siani” è il docufilm scritto da Pietro Perone, anche lui giornalista de Il Mattino,  per la regia di Filippo Soldi, andato in onda su Raitre il 23 settembre, giorno dell’anniversario di quel efferato omicidio. E presente in streaming su Raiplay

“Un documentario necessario per ricostruire non solo la vicenda giudiziaria ma anche umana di Giancarlo. A distanza di 40 anni da uno dei delitti più atroci compiuti dalla camorra per mandato della mafia in questo Paese. C’è sembrato giusto”. Il commento è di Pietro Perone che è anche uno del “pool Siani”, così è stato ribattezzato il gruppo di giornalisti che per anni si è battuto per raccontare la storia per intero, senza fare sconti.

Purtroppo in questi anni molti la storia hanno finito per addolcirla a convenienza. Raccontando un pezzo e omettendone un altro. Non hanno raccontato per esempio che Giancarlo stava scrivendo un libro con un collega. E questo manoscritto è sparito, non si è mai più trovato. Non hanno raccontato i tanti silenzi anche trai suoi colleghi”.

Non è stato raccontato che Giancarlo la sera dell’omicidio aveva paura di tornare a casa, aveva chiesto a un poliziotto in borghese di essere in qualche modo scortato e invece questo aiuto non arrivò, ecco a distanza di 40 anni nel segno di quella verità che Giancarlo inseguiva, ci è sembrato doveroso raccontare la sua storia con tutte le verità che sino a oggi non erano mai state raccontate del tutto” continua Pietro Perone.

Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra nel 1985, torna a vivere nel docufilm Quarant'anni senza Giancarlo Siani
Giancarlo Siani – Ph archivio de Il Mattino

Chi era Giancarlo Siani? 

“Giancarlo – risponde Perone – era uno che voleva fare il giornalista, non solo e non tanto perché inseguiva un sogno professionale e lavorativo. C’era un gruppo di persone all’epoca, e qui mi ci metto anche io, che credeva che il giornalismo fosse anche un modo per cambiare la società in cui vivevamo. Uno strumento di impegno civile. Quando cominciavi a fare il giornalista all’epoca lo facevi con una forte motivazione sociale e civile. Per Giancarlo era così e da qui arriva anche il grande coraggio che ha avuto. Perché si ha coraggio solo se si è fortemente motivato in quello che fai”. 

Giancarlo Siani nasce a Napoli il 19 settembre del 1959. Dopo il diploma al Liceo Classico G.B. Vico si iscrive alla facoltà di Sociologia alla Federico II di Napoli e in contemporanea inizia a collaborare con alcuni periodici napoletani mostrando, sin da subito, una notevole sensibilità. La sua indole lo spingeva a risolvere prevalentemente fatti di cronaca e questo lo portò molto presto a trovarsi a che fare con la camorra.  

Il carattere di Giancarlo Siani, deciso e solare

Giancarlo ha svolto la maggior parte del suo lavoro a Castellammare di Stabia come corrispondete da Torre Annunziata che lui seguiva quotidianamente e sulla quale ha scritto centinaia di articoli. Quando sono arrivato io in redazione, la sua uccisione era diventata “Il Caso Siani”. Questa definizione si affibbiava ai tutti quei casi che non avrebbero mai trovato soluzione. Invece noi “Il Caso Siani” lo abbiamo risolto grazie a una lunga inchiesta giornalistica voluta sia dall’allora direttore Sergio Zavoli – e dal suo vice direttore Paolo Graldi -, che dai magistrati e dagli investigatori”.

Giancarlo era un ragazzo dal carattere deciso. Aveva deciso di comprare una Citroen Mehari, espressione del suo essere una persona solare: una non-macchina completamente scoperta, carrozzeria di plastica, quasi un giocattolo. Oggi è diventata un simbolo di libertà.

“Immagina cosa significava camminare con quella macchina all’interno del quadrilatero delle carceri di Torre Annunziata, il regno incontrastato del boss Valentino Gionta. Era una sfida a viso aperto alla camorra. Era come dire: io non solo faccio il giornalista ma vengo da voi con una macchina scoperta e la forza della mia verità contro di voi è visibile. Sto qui, se volete colpitemi in qualsiasi momento. Questo era il suo modo di porsi nei confronti di una realtà terrificante com’era Torre Annunziata all’epoca . Questo era Giancarlo”

La storica Mehari di Giancarlo Siani è attualmente ospitata a Villa Bruno a San Giorgio a Cremano nella "Sala della Memoria - Sala Siani"
La Mehari di Giancarli Siani – Villa Bruno, San Giorgio a Cremano

Ricordi e impegno per costruire un ponte tra passato e futuro

All’interno del docufilm tante sono le voci di chi l’ha conosciuto. Alcune molto intime. Immancabile la voce del fratello Paolo: “Mai avrei immaginato, quella sera del 23 settembre 1985, che dopo 40 anni Giancarlo e i suoi articoli sarebbero stati ricordati in tante città e in tanti modi: docufilm, spettacoli teatrali, canzoni, libri, dibattiti. Siamo riusciti, attraverso una memoria attiva, fatta di ricordo e di impegno a costruire un ponte tra passato e futuro. La storia di Giancarlo è viva e semina del bene”.

Certo – continua Paolo Siani – è una ferita per me ancora aperta e basta poco per farla riprendere a sanguinare: una foto, una canzone, un oggetto che mi riporti alla memoria Giancarlo. Chi pensa, ancora oggi, di far tacere un giornalista che racconta la verità non sa che quella voce continuerà a essere viva attraverso le nostre voci. E che non si spegnerà. Mi auguro che Giancarlo diventi sempre di più il seme che genera un futuro migliore, più giusto, più umano, più felice”.

Di una certa potenza anche la testimonianza di Chiara Grattoni, sua più cara amica e ex fidanzata, che aveva conosciuto Giancarlo durante un Carnevale di Venezia nel 1981. Lui di Napoli, lei di Bologna: due mondi diversi, eppure lei sarà la persona cui lui racconterà tutto fino alla fine. Di Giancarlo Chiara dice: “E’ stato un colpo di fulmine, è stata la persona che più di tutte mi ha segnata. Mi ha dato tanto anche per la mia formazione successiva”.

Ucciso da quelli di Torre Annunziata e Marano

Questo a sottolineare la forte motivazione che muoveva Giancarlo a fare il suo mestiere. Da ragazzino durante le vacanze estive andava a fare le rassegne stampa a Radio Radical. Era un giornalista militante o, come lo ha definito Aldo Grasso recentemente in un suo pezzo, “un giornalista abusivo”.  

Per anni la narrativa di questo omicidio è stata quella di dire che Giancarlo “era un ragazzo che non dava fastidio a nessuno, uno che voleva fare solo il giornalista ed essere assunto il prima possibile. E tutto ciò ha giustificato tante mancanze nelle indagini. Lui era stato minacciato, aveva paura addirittura il giorno in cui è stato ucciso”.

Qualcuno gli ha detto che stava per scattare qualcosa di grave contro di lui, forse credeva che avrebbe subito un avvertimento, magari non che lo uccidessero. Hanno continuato a raccontare che lui voleva andare al concerto di Vasco Rossi che non stava né in cielo né in terra, come i suoi orari testimoniano ampiamente”, racconta Perone. “Come pure che la camorra non uccide. Eppure lo hanno ucciso quelli di Torre Annunziata e Marano che, certo, erano affiliati alla mafia di Totò Riina. Ma erano pur sempre camorristi”. 

Gionta era stato venduto ai Carabinieri dal clan Nuvoletta: uno dei primi patti tra Stato e Mafia

L’articolo che ha segnato la sua condanna a morte uscì il 10 giugno 1985. “Sapeva che era la verità e lui la verità la doveva scriverla”. Con queste parole l’on. Paolo Siani si riferisce al pezzo che il fratello Giancarlo pubblicò su Il Mattino il 10 giugno del 1985.

Quello che si scoprirà essere la firma sulla sua condanna a morte. Lo spiega ancora Pietro Perone: “Lui sapeva la verità e non solo, lui sapeva che quella verità non era stata scritta il giorno prima“. Giancarlo Siani il giorno prima, era rimasto a casa per un piccolo intervento a una spalla e proprio quel giorno Valentino Gionta viene arrestato – notizia che Siani inseguiva da giorni se non da settimane – e nessuno lo aveva chiamato per avvisarlo.

In redazione fanno scrivere l’articolo a un collega con il compito di passare la velina dei Carabinieri, tanto è vero che poi questo collega l’articolo non lo firmerà. La versione fu che il boss Valentino Gionta si è trovato a passare per caso a Marano dove è incappato in un posto di blocco dei Carabinieri che così lo hanno riconosciuto e arrestato.

Giancarlo sa benissimo che non è andata così e il giorno dopo arriva in redazione pretendendo di scrivere il pezzo “di seguito” – come si dice in gergo – e lì racconta la verità. Ovvero che Gionta non si trovava lì a passare per caso, ma era stato venduto ai Carabinieri dal clan Nuvoletta, clan di Marano suoi principali alleati. Non sappiamo in cambio di cosa ma in questa vicenda si rileva uno dei primi patti tra Stato e Mafia. Una verità sconvolgente, soprattutto per l’epoca, che gli costerà la vita”. 

Il ruolo della Stampa del Caso Siani

“Noi volevamo a tutti i costi capire perché lo avevano ucciso; volevamo arrivare a una verità a prescindere dal fatto se poi sarebbe diventata anche una verità giudiziaria, era importante ma non fondamentale, noi volevamo capire. Ci sembrava un nostro dovere sia perché Giancarlo aveva la nostra età sia perché vivevamo nello stesso posto in cui aveva lavorato. Abbiamo – conclude Perone – colto il primo pretesto, quello di un sorriso del magistrato Armando D’Alterio a seguito della domanda della collega Maria Rosaria Carbone se il pentito del clan Gionta appena arrestato avesse parlato di Siani, per cominciare noi a parlare della morte di Giancarlo” 

Tutto poi prese formalità con l’arrivo di Sergio Zavoli alla direzione de Il Mattino. Lui capì subito che quella storia era anche il modo attraverso il quale il giornale si poteva riscattare degli anni precedenti in cui non aveva brillato in quanto a ricerca e verità. Fu lui a convocare Pietro Perone e Maria Rosaria Carbone per dare inizio a tutto, dando mandato al neonato Pool Siani di scandagliare ogni articolo di Giancarlo, ogni giorno per oltre un anno.

Perché è vero che l’articolo riguardante il tradimento dei Nuvoletta nei confronti di Gionta è stato la goccia che fa traboccare il vaso, ma Giancarlo Siani dava fastidio alla camorra ormai da anni. Non c’era cosa che loro facessero che lui non indagava, non sapeva e non scriveva. “È stata una vera e propria inchiesta – precisa Perone –  perché le dichiarazioni da sole dei pentiti non avrebbero retto senza i riscontri. Sono state le prove che, in giudizio, hanno rese veritiere agli occhi dei giudici, le stesse confessioni dei pentiti” 

Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra nel 1985, torna a vivere nel docufilm Quarant'anni senza Giancarlo Siani
Giancarlo Siani interpretato da Libero De Rienzo in Fortapàsc – Ph web

Una storia che brucia ancora 

Tutte le parti che intervengono nel documentario sono molto coinvolte, lo si vede dagli occhi lucidi, dalle voce a tratti tremule. Brucia ancora, questa morte. 

Brucia perché Giancarlo è mancato al giornale, ai colleghi, troppo presto. È stato ucciso troppo giovane. La commozione di tutti è stata spontanea, i colleghi si sono emozionati. Io dico spesso che mi hanno tolto Giancarlo, avrei voluto lavorare con lui. Mi mancano le incazzature per qualche titolo sbagliato, la gioia per quello che sarebbe andato bene, qualche pizza che avremmo mangiato nelle pause di lavoro. Giancarlo non è andato mai via. Nel raccontare c’è la commozione di una perdita, di una ferita mai sanata”.

Il sottotitolo del libro che ho scritto prima del docufilm è Terra Nemica. La nemica, oltre alla camorra, per Giancarlo è stata la solitudine. Se tutti avessero scritto quella verità, non sarebbe stato ucciso. E invece la verità è stata raccontata solo da lui, che ha osato scriverla su quel giornale che il giorno prima si era attenuto alla velina di camorra e carabinieri”.

Il problema non era il Mattino o La Stampa, era Siani. Siani che aveva raccontato quello che non doveva essere detto. Oggi la Terra Nemica c’è ancora: il copia incolla, chi cerca di mettere il bavaglio al giornalismo a chi cerca di contenerlo, l’avere sempre meno tempo di approfondire perché i giornali sono in crisi e bisogna fare presto. Ecco anche oggi ci sono ancora le nostre terre nemiche”.  

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I giovani e la memoria di Siani

“I giovani sono la nostra speranza. La storia di Giancarlo va raccontata soprattutto a loro. Primo perché Giancarlo è stato ucciso a 26 anni, era uno di loro. Può essere e deve essere un simbolo. Ho deciso – continua Perone -, di scrivere il libro Giancarlo Siani – Terra nemica dopo che, qualche anno fa, in un cinema napoletano durante la proiezione di Fortapàsc, i ragazzi hanno applaudito i killer “.

Lì mi sono detto forse avevo sbagliato, perché a un certo punto questa storia non l’avevo più raccontata. Quella era stata la dimostrazione che questa storia non solo bisogna ricominciare a raccontarla, ma bisogna sempre di più fare in modo che arrivi alle nuove generazioni perché quello che è avvenuto nel cinema napoletano non deve più ripetersi”. conclude il giornalista de Il Mattino.

I primi tempi quando Paolo Siani andava nelle scuole in molti erano scettici non capivano perché si dovesse parlare di suo fratello. Sostenevano che non fosse certo che era stato ucciso per mano camorristica. Oggi è assodato che Giancarlo Siani è un eroe anticamorra, ma questa verità non è arrivata da sola. 

Giancarlo Siani è stato “come la piccola vendetta lombarda del Libro Cuore”

Il modo più bello per ricordare Giancarlo resta quello di Sergio Zavoli che intervenuto in un’assemblea studentesca per ricordare Siani lo descrisse così: “Lui non è stato altro che come la piccola vendetta lombarda del Libro Cuore. È salito sull’albero ha avvistato i nemici, ha avvisato i compagni e mentre lo faceva gli hanno sparato, è caduto dall’albero e ci ha rimesso la vita. Il problema è che nel frattempo l’esercito non c’era e all’epoca è rimasto solo”

Ora però non lo è più solo, un esercito c’è che lo ricorda. Eppure Perone se lo avesse davanti gli direbbe “una cosa molta amara. Ovvero: Giancà non ci è andata proprio bene. Non è andata come noi volevamo andasse. Oggi la giornata della legalità s’insegna a scuola e tanto è stato fatto, ma tu e anche io, non immaginavamo di vivere in una città dove nel 2023 un ragazzo che faceva il musicista e si chiamava GiòGiò Giovan Battista Cutolo, viene ucciso da un altro ragazzo senza un motivo. O che nel 2025 ci saremmo trovati con tanti ragazzi uccisi da coetanei. Non è andata come l’avevamo immaginata all’inizio della nostra battaglia”. 

Il Docufilm è in calendario alla Festa del Cinema di Roma per il 31 ottobre.

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Scritto da
Chiara Maria Gargioli

Giornalista per passione, nata in tv (La7) e passata alla radio (Slash Radio Web, radio dell'Unione Italiana dei ciechi e degli ipovedenti). Collaboro con quotidiani, periodici e siti web e mi appassiona l’enogastronomia, la cultura, lo sport, i viaggi, i diritti e le questioni di genere. Punto debole amo tutto ciò che è bello e fatto con amore. Di sogni ne ho tanti quanti sono i cassetti di un comò: scrivere un romanzo; girare il mondo; incontrare JKRowling e veder vincere la Champions League dalla mia AsRoma. Ah, dimenticavo, mi muovo solo in Vespa!

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