Guillermo Del Toro ha finalmente realizzato il film che ha inseguito per tutta la vita: il suo Frankenstein parte dal libro di Mary Shelly, ma parla del mondo contemporaneo. Su Netflix dal 7 novembre.
A Venezia 82 si è chiuso in modo perfetto un cerchio che unisce una ragazza di 19 anni inglese dell’Ottocento e un regista messicano di 60 anni del Novecento. Mary Shelley ha infatti ideato, per gioco, una delle figure più iconiche della letteratura, la creatura di Frankenstein, inventando nel frattempo anche la fantascienza.
Pubblicato nel 1818, il libro è stato portato al cinema nel 1931 da James Whale. Diventato un cult, a inizio degli anni ’70 a Guadalajara, un bambino messicano di 7 anni lo vedeva per la prima volta. La sua vita sarebbe cambiata per sempre. Guillermo Del Toro ha letto il romanzo a 11 anni e da allora ha dialogato con quei personaggi. Per sua stessa ammissione, il dottor Victor Frankenstein, il mostro ed Elizabeth sono diventati quasi dei parenti. Per poi fondersi con la sua stessa personalità.

L’amore di Del Toro per il romanzo
Guillermo Del Toro inseguiva quindi il suo film di Frankenstein da tutta la vita. E dopo averne sperimentato versioni alternative praticamente in tutte le sue opere precedenti, da The Shape of Water a Pinocchio, passando per Crimson Peak, ora finalmente ha realizzato la propria visione grazie a Netflix. Dopo una distribuzione in sala il 22 ottobre, Frankenstein arriverà infatti in streaming sulla piattaforma il 7 novembre.
Prima però è stato presentato in concorso a Venezia 82. Un passaggio cruciale e segnato dalle stelle: l’anteprima del film ha avuto luogo il 30 agosto. Ovvero il giorno di nascita di Mary Shelley. Coincidenze? Probabilmente sì, ma è una coincidenza bellissima. Lo stesso autore ha detto alla stampa internazionale, con gli occhi brillanti e felici, come quelli di un bambino: “Mi sono allenato per questo per 30 anni. Quando a 7 anni ho visto il film di Whale, Boris Karloff mi ha fatto capire cosa fosse un messia. Questo per me non è un personaggio: è più di un sogno, quasi una religione”.
Jacob Elordi è il mostro di Frankenstein
Del Toro ha scelto degli attori di grande talento: Oscar Isaac è il dottor Victor Frankenstein, Mia Goth – nuova regina dell’horror americano- ha il ruolo di Elizabeth, mentre il premio Oscar Christoph Waltz è Henrich Harlander, armatore e finanziatore della ricerca dello scienziato, una delle tante libertà che il regista si è preso nella versione. Ma, ovviamente, l’interprete su cui c’era più curiosità era, ovviamente, quello del mostro. Arrivato in sostituzione di Andrew Garfield, che ha dovuto rinunciare per un conflitto di schedule, Del Toro ha scelto Jacob Elordi. Conosciuto soprattutto per la serie Euphoria, che ha lanciato tantissimi giovani talenti, tra cui Zendaya e Sydney Sweeney, Elordi è diventato un idolo della Gen Z grazie al film Saltburn. Ed era già stato a Venezia con Priscilla di Sofia Coppola.

Una scommessa vinta
Con Frankenstein fa il grande salto: è lui la scommessa vinta del film. Vinta alla grandissima: alto quasi due metri, con gambe e braccia infinite, ha il fisico perfetto per la creatura. Ma è soprattutto grazie ai suoi occhi malinconici che il regista l’ha voluto: “Scelgo tutti i miei attori guardando i loro occhi. E Jacob aveva la fragilità perfetta per la creatura. È molto biografica. Volevo qualcosa di bello, come una statua di alabastro, senza punti di sutura: una creatura perfetta. L’ho sempre immaginata con la purezza di un neonato e quindi volevo nell’aspetto trasmettesse anche bellezza”.
Elordi dal canto suo sente di star vivendo un sogno a sua volta: “È davvero un sogno che si avvera. Anche io amo Frankenstein: è più me di me stesso. Sottopormi a 10 ore di trucco per trasformarmi non è stato un peso, al contrario: è stato un modo per annullare me stesso e entrare nel personaggio. Ci ho messo tantissimo di me e delle mie esperienze, della mia famiglia: la mia parte più pura”.

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Cosa cambia rispetto al libro?
Dopo averci ragionato per 50 anni, Del Toro ha messo insieme la sua versione ideale della storia. Esattamente come Victor, che dà forma alla sua creatura. Ovviamente il punto di partenza fondamentale è stato il romanzo, ma il regista ha cambiato diversi elementi. La scena iniziale per esempio. O l’idea di far raccontare la storia da due punti di vista differenti (intuizione geniale). E ha spiegato così il suo approccio: “Come autore e persona che si è innamorata del libro e di Mary Shelley, che si faceva le mie stesse domande sul dolore e sulla morte, il mio obiettivo principale è stato essere sincero e intimo, proprio come è stata lei, tenendo ben presente che il romanzo va nelle librerie e il film sul grande schermo. La domanda centrale è cosa voglia dire esseri umani in un tempo di tecnologia e informazione sempre più veloce, di guerra intorno a noi”.
La guerra è sempre presente nei film dell’autore (pensiamo al suo Pinocchio, che si ritrova in mezzo alla Seconda Guerra Mondiale): “Viviamo in un mondo che ci disumanizza costantemente, ogni giorno, dividendoci in due categorie: puri e terribili. Non c’è dialogo, o libertà, su cosa significhi essere umani. Il mio film fa pace con l’imperfezione, con il fatto che si possa essere buoni e anche cattivi. Le nostre esperienze hanno tante sfumature e ci ricordano cosa significhi essere umani in tutti gli aspetti, compresi gli errori e il perdono. Credo che oggi più che mai ci sia bisogno di un dialogo con l’imperfezione”.
Una delle grandi differenze è l’armatore, dicevamo, ma anche Victor, più cattivo, come nei film della Hammer. Elizabeth non deve sposarsi con Victor, ma con suo fratello William e quando la vediamo in abito da sposa sembra fare un collegamento diretto con La sposa di Frankenstein. Non riveliamo altri dettagli per non fare spoiler, ma possiamo concludere con la risposta che Del Toro ha dato su chi siano i veri mostri oggi: “Indossano giacca e cravatta”.
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