Dall’Ariano International Film Festival Francesca Albanese invoca un risveglio collettivo e richiama l’arte – e i suoi professionisti – al loro ruolo di coscienza storica e sociale.
In tempi bui come quelli che stiamo attualmente vivendo, si avverte la necessità sempre più impellente di uno spiraglio. Di luce, di pace, di speranza. Difficile immaginare come si possa uscirne, ma fondamentale conoscere la direzione da seguire. Ciò che sembra lontano, in realtà incombe su tutti noi. L’umanità non si divide in buoni e in cattivi, ma in chi compie determinate scelte e chi le subisce, in chi decide di reagire e chi fa finta di nulla. La zona grigia di cui spesso si sente parlare abbraccia un insieme di persone vastissimo, alcune delle quali a volte non sanno nemmeno consapevolmente di farne parte. Per questo hanno ancora più significato le parole di Francesca Albanese, intervenuta sul palco dell’Ariano International Film Festival, per svegliare le coscienze, o almeno, dare voce a chi purtroppo non ne ha mai avuta.
Francesca Albanese: l’importanza dell’arte nella Storia
Giurista, Docente universitaria, esperta di diritto internazionale con specializzazione in Diritti Umani e Medioriente, è stata nominata Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati nel 2022. La Albanese ha fatto del suo lavoro una missione, che non teme di portare avanti, a rischio della propria stessa vita. Lasciando un segno indelebile in chiunque la ascolti parlare della “nostra necessità di fermare un genocidio”, o ribadire il bisogno di “spazi di respiro e riflessione”, che talvolta si danno per scontati. E di cui si sottovaluta l’importanza. Le stesse manifestazioni artistiche, sottolinea, possono aiutare in tal senso, divenendo dei palcoscenici eccezionali, delle casse di risonanza per arrivare dove altrimenti non si potrebbe. Per raggiungere una platea ben diversa da chi frequenta e conosce solo la politica, le notizie di cronaca e i telegiornali. Le arti hanno un ruolo essenziale nell’educazione e nella sensibilizzazione, oltre che una “responsabilità immensa”.
“Siete voi che decidete cosa raccontare – insiste la Albanese rivolgendosi a registi, attori, sceneggiatori, produttori, critici – come raccontarlo, come divulgarlo. Perché quello che scaturisce è il successo della funzione pedagogica che c’è in ogni forma d’arte”. Riflettendo su due terribili genocidi che si sono consumati nella Storia dell’umanità, ovvero quello dei Nativi d’America e degli Ebrei, viene da pensare alle pellicole che li hanno portati sullo schermo”.

Come Balla coi lupi e La zona di interesse hanno cambiato la prospettiva
“Vi dice qualcosa John Wayne? Beh, tutti (o quasi) i film che lo vedono protagonista, ci mostrano i soldati americani come gli eroi, i buoni – e torniamo a quella fantomatica ma inesistente dicotomia – costretto a combattere contro i cosiddetti pellerossa, cattivi e selvaggi. La realtà dei fatti – sottolinea in un’inciso Francesca Albanese -, è stata un po’ diversa. Chi ha vissuto e studiato davvero la storia lo sa bene.
Si trattava di un vero e proprio genocidio, di certo “non da celebrare – sottolinea la Albanese -. Ci sono voluti Soldato Blu e Balla coi lupi perché capissimo veramente cos’è stata l’impresa coloniale negli Stati Uniti. Un Paese nato da un genocidio, che ha supportato tutte le guerre peggiori che si sono commesse negli ultimi cinquanta anni. E che oggi sta supportando politicamente, militarmente, attivamente, con grande sdegno per l’umanità e il diritto internazionale, quello che si consuma a Gaza”.
“Pensate – continua – al genocidio degli Ebrei, e dei Rom e Sinti. L’abbiamo ridotto, anche attraverso il cinema, all’esperienza dei campi di concentramento e delle camere a gas. Senza pensare, fino a quest’anno, grazie a quel film meraviglioso che è Zona di interesse, che il genocidio è cominciato molto prima, con l’indifferenza di tutti. E oggi a Gaza sta succedendo la stessa cosa. Per troppo tempo la Palestina è stata ignorata, convenientemente abbandonata, dal mondo del cinema, perché era sconveniente, perché non si può dire, perché sennò non ci fanno lavorare”.

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Albanese: “Possa essere questo il momento del nostro risveglio collettivo”
Sul palco Francesca Albanese brilla di una luce potente ma luttuosa, perché il “prezzo emotivo” messo in campo è inimmaginabile e incommensurabile. Si domanda se le persone si rendano conto di cosa sta succedendo, quando la fermano, per stringerle la mano e farle i complimenti. Ciò che le preme è “non dimenticare il dolore dietro e dentro questo momento storico. In un paese che investe l’1% in cultura – allarga lo spunto di riflessione – e il 5% in armi, siamo tutti destinati a diventare, prima o poi, vittime o schiavi”.
Possa essere questo, “attraverso il sacrificio del popolo palestinese, il momento del nostro risveglio collettivo. Il momento in cui comprendiamo fino in fondo l’ingiustizia, quella che parte dalle nostre scelte quotidiane, le sue radici e la necessità di una resistenza collettiva, solidale, non violenta, contro tutte le ingiustizie. Lottare insieme, oltre ogni divisione, alla fine ci renderà, e di questo sono sicura, più liberi e più umani”.
Lino Musella interpreta Mahmud Darwish al MoliseCinema
L’urgenza della situazione è evidentemente pressante. Molte manifestazioni artistiche, tra cui l’Ariano International Film Festival e il MoliseCinema, hanno deciso di non rimanere in silenzio. In occasione della kermesse molisana, Lino Musella è salito sul palco con un toccante reading su Gaza: Stato d’assedio. Una lettura per Gaza e per la pace . Il testo è stato scritto nel 2002 dal poeta palestinese Mahmud Darwish, considerato tra i maggiori di lingua araba. Attraverso la voce e la toccante interpretazione dell’attore napoletano, è emersa la forza di un testo che invita alla pace e al dialogo, si sofferma sul valore della dignità umana e su come esso stia venendo schiacciato.

“Facciamo come fanno i prigionieri. Facciamo come fanno i disoccupati. Coltiviamo la speranza”. Così si apre il reading, suggerendo già una chiave di lettura preziosa e imprescindibile da cui partire. E se “resistere significa accertarsi della forza del cuore”, solo avendo un barlume di speranza, di fiducia, si può tentare un’impresa che sino a oggi appare titanica.
Le parole di Darwish, pronunciate da Musella, immergono completamente in un’atmosfera agghiacciante e colpiscono per la loro potenza visiva intrinseca. Il dolore scorre sulla pelle di chi ascolta e interagisce con una coscienza che si fa sentire, imbarazzata, inerte, ma viva. La poesia si rivela “percezione dell’abisso”, mentre “la scrittura ferisce senza sangue”.
L’arte come strumento per far riflettere
Da qui l’insistenza sul ruolo cruciale dell’arte, alla quale è affidato il compito di far luce e far riflettere, in differenti modi e maniere, in cerca di qualcosa che possa essere definito Pace. Per farlo, è necessaria una consapevolezza maggiore, approfondita, sincera. Bisogna porre l’attenzione sulla relatività che sempre circonda la verità, non a caso paragonata a una vittima “senza nome, ordinaria” nel testo di Darwish. Poiché “la pace è riconoscere pubblicamente la verità”.
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