Il copione diceva Sinner. Il fato ha risposto con Flavio Cobolli: romano, ex calciatore. Il Roland Garros lo vince Zverev e l’attesa azzurra continua, ma la storia vera, stavolta, non era nel punteggio.
Tre settimane fa, il copione sembrava già scritto, e diceva così: a Parigi, cinquant’anni esatti dopo il suo trionfo del 1976, Adriano Panatta avrebbe consegnato la Coppa dei Moschettieri a Jannik Sinner. Il campione del passato all’erede designato, il predestinato glaciale, il numero uno. Chiudevamo con una promessa: “Lo sapremo il 7 giugno”. Bene. È il 7 giugno. E quel copione è carta straccia.

Una pagina alla volta. Carlos Alcaraz, due volte campione in carica, aveva alzato bandiera bianca già a fine aprile: un infortunio al polso, l’assenza annunciata un mese prima ancora che il torneo cominciasse. Il tabellone, insomma, era spalancato prima che si colpisse una sola palla. Poi è toccato a Sinner: avanti due set a zero e 5-1 nel terzo contro l’argentino Cerúndolo, tradito da un malore nel caldo asfissiante di Parigi, ha finito per perdere in cinque set, crollando proprio quando aveva la partita in tasca.
Per la prima volta in due anni, uno Slam non sarebbe andato né a lui né ad Alcaraz. E la catena è continuata: Matteo Berrettini ritirato ai quarti, Matteo Arnaldi fermato da un virus a un passo dalla semifinale. E persino Djokovic, l’ultimo dei grandi rimasti – e per Cobolli un idolo d’infanzia -, spazzato via da un ragazzino brasiliano. Un torneo che ha fatto a pezzi i suoi protagonisti, uno dopo l’altro. Così l’italiano che oggi pomeriggio si è giocato la coppa contro Alexander Zverev non era l’enigma scelto dal destino. Era Flavio Cobolli. Il provino che nessuno aveva chiesto. L’attore di scorta che si è ritrovato, all’improvviso, la prima pagina tutta per sé.
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Il provino che nessuno aveva chiesto
Per capire questa finale bisogna sapere chi è arrivato fin lì, e da dove. Cobolli ha ventiquattro anni, è nato a Firenze ma è cresciuto a Roma da quando ne aveva uno, ed è romano e romanista nel midollo. Lo chiamano “Cobbo”. Da bambino gli regalarono insieme una racchetta e una maglia di Totti, e per anni le due passioni sono corse appaiate: fino a tredici anni ha coperto il ruolo del terzino destro nelle giovanili dell’AS Roma. Prima di scegliere la racchetta. Bruno Conti, che di talenti se ne intende, ha raccontato di non aver mai visto un ragazzo così promettente mollare il calcio per un altro sport. In campo lo allena suo padre Stefano, ex tennista, che di lui dice una cosa bellissima: “giocavo come Flavio, ma ero più “fifone”, meno spietato nei punti che contano“.
Tutto questo, messo insieme, fa un giocatore che è l’esatto contrario del campione contemporaneo. Vive ogni punto a viso aperto, esulta come se fosse in curva, si commuove, si arrabbia, parla col proprio angolo, col cielo, con se stesso. Dove Sinner è un enigma che esiste pubblicamente solo con una racchetta in mano, Cobolli è un libro aperto che non sa nemmeno chiudersi.

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Flavio Cobolli, la romanità 50 anni dopo
Ed è qui il felice cortocircuito. Perché quel ragazzo che vive ad alta voce non è l’opposto di Panatta: ne è il nipote spirituale. Panatta era lo spettacolo totale nell’epoca in cui nessuno guardava, fatto di cene con gli avversari la sera prima del match, del confine poroso tra il campo e la vita, della romanità che trasforma anche i disastri in aneddoti da bar. Flavio Cobolli è della stessa pasta, trapiantata nell’epoca in cui tutti guardano tutto. Avevamo costruito un’opposizione netta, il vecchio campione che passa la coppa all’erede glaciale, e la realtà ci ha risposto con una beffa gentile: l’uomo a un passo dalla coppa non era il contrario di Panatta. Gli somigliava.
Poi c’è il dettaglio che da solo vale tutto il resto, ed è anche il più crudele. Cobolli era in finale perché Matteo Arnaldi, l’amico, il connazionale arrivato in semifinale, aveva trascorso la notte a vomitare e si era dovuto ritirare a pochi minuti dal loro derby: la prima semifinale tutta italiana nella storia degli Slam, quella che non si è mai giocata. Cobolli ha raccontato che gli è venuto quasi da piangere: era pronto a giocare, ed era più triste per l’amico che felice per sé. Una finale raggiunta non con un ace ma con un abbraccio. Fiaba e malinconia nello stesso gesto.

Due Italie, la stessa settimana
Alziamo lo sguardo dalla terra rossa, perché in questi giorni l’Italia mette in scena due spettacoli opposti nello stesso momento, e la cosa dice di noi più di mille editoriali. Tra quattro giorni, l’11 giugno, si aprono i Mondiali di Calcio 2026. E per la terza volta di fila l’Italia non ci sarà: una nazione che per ottant’anni si è raccontata attraverso il pallone, quest’estate, allo specchio del Mondiale non ci si guarda proprio. Un’assenza che ha smesso di essere un incidente per diventare quasi un tratto del carattere.
Eppure, negli stessi identici giorni: un italiano in finale a uno Slam, e per la prima volta nell’era Open tre azzurri insieme nei quarti di un Major. Sull’asfalto, Andrea Kimi Antonelli, diciannove anni, di Bologna, guida il Mondiale di Formula 1: il più giovane di sempre a riuscirci, il primo italiano lassù dai tempi di Fisichella, nel 2005 – e proprio oggi, nel GP di Monaco, alla sua quinta vittoria consecutiva -. E in MotoGP, davanti a tutti, c’è Marco Bezzecchi. Tanto che è successa una cosa che non capitava dal 1952: un italiano in testa sia in Formula 1 sia in MotoGP, nello stesso momento. Ci sono volute tre generazioni perché tornasse, e quasi nessuno se n’è accorto.
L’Italia ha cambiato indirizzo, e Flavio Cobolli ne è la prova vivente
E poi c’è la soddisfazione che chiude il cerchio, quasi troppo letteraria per essere vera: il ragazzo che oggi ha combattuto fieramente una finale di Roland Garros, nella settimana in cui gli azzurri del pallone restano fuori dal Mondiale, è uno che il calcio l’aveva nelle gambe. Terzino della Roma, e a tredici anni l’ha mollato per la racchetta. Lo spostamento dell’orgoglio nazionale, da un Paese che credeva solo nel pallone a un Paese anche di racchette e di motori, sta tutto dentro una sola biografia. L’Italia ha cambiato indirizzo, e Flavio Cobolli è una delle prove viventi.
Per due anni il tennis italiano ha proiettato tutto su un uomo solo: Yannik Sinner, l’enigma, il numero uno, il volto unico. E noi stessi, tre settimane fa, davamo per scontato che fosse lui a ricevere la coppa da Panatta. Invece in finale non c’è andato il predestinato. Non c’è più solo Sinner su cui puntare, ed è insieme la notizia rassicurante – c’è profondità, non dipendiamo da un genio irripetibile – e quella un po’ spaesante: non abbiamo più un volto unico su cui scaricare tutto. Dobbiamo imparare a tifare il gruppo.
Niente agiografie, però. Antonelli è in testa, ma siamo alla quinta gara su ventidue, e il Mondiale è lungo come un romanzo russo. E Cobolli è arrivato fin qui anche grazie al virus di un amico e a un tabellone sgombrato dai più forti. La generazione d’oro è fatta pure di fortuna e di fragilità, e va bene così: è proprio questo a renderla credibile, e non un santino.
Cinquant’anni, e l’attesa continua
Alla fine ha vinto Zverev. Il tedesco si è preso il suo primo Slam dopo una collezione di finali perse, e la lunga attesa azzurra continua: cinquant’anni dopo Panatta, il cerchio aperto nel 1976 resta lì, ancora da chiudere. Eppure la giornata conta lo stesso, e non per consolazione. Conta perché la cosa importante era già successa, a prescindere dal punteggio. Dopo mezzo secolo, l’uomo arrivato a un passo dalla Coppa dei Moschettieri era di nuovo uno di quelli che vivono ad alta voce. Un ex terzino della Roma che il calcio l’ha mollato per la racchetta, ma che in campo ci ha portato la stessa furia da curva. La sconfitta non cancella tutto questo. Anzi, lo incornicia. Il tennis italiano non è soltanto un fenomeno da numeri uno e da grafici di rendimento, ma una storia che può ancora avere il battito irregolare di un cuore romano.
E non cancella nemmeno il resto. Il Paese che si scopre nazione di racchette e di motori proprio mentre il pallone resta fuori dal Mondiale è vero comunque. Quello che è cambiato in questi anni, la profondità, i tre ai quarti, il ragazzo di Bologna in testa alla Formula 1, è cambiato sul serio, e non dipende dal risultato di un pomeriggio.
Panatta, oggi, ha consegnato la coppa a un altro. Ma stavamo aspettando di vederlo offrirla al campione più diverso da lui che il tennis italiano avesse prodotto. Invece, per un soffio, c’è andato vicino il ragazzo che gli somiglia di più. Tornerà. E quel finale, prima o poi, lo riscriveremo.
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