Sanremo, la finale delle polemiche: la vittoria di Sal Da Vinci divide, ma il vero dramma è un Festival senza comicità e senza ritmo.
Ogni anno giuriamo di non farci coinvolgere. Ogni anno finisce allo stesso modo: indignazione, sociologia spicciola, diagnosi sullo stato morale della nazione. Quest’anno il colpevole si chiama Sal Da Vinci. E la domanda resta sospesa, quasi fastidiosa nella sua semplicità: qual è, davvero, la colpa? Perché tolta la caricatura — l’altezza, il balletto, la lacrima pronta, l’abito troppo stirato — resta un cantante con una voce solida, un mestiere lungo decenni e una canzone che fa esattamente ciò che una canzone sanremese deve fare: entrare in testa senza chiedere il permesso. Non è avanguardia? Neppure Sanremo lo è mai stato, se non per brevi e felici incidenti. Leggasi alla voce Mäneskin.
Faceva i matrimoni per mantenersi? Sì. Come mezzo panorama musicale italiano prima di diventare rispettabile. Compresa la perpetua di Don Carl Conti. Solo che alcuni, a un certo punto, vengono assorbiti nel canone. Altri restano popolari. E il popolare, in Italia, ci mette sempre a disagio. Ci piace finché non vince.

Qualcuno ha perfino tirato fuori l’argomento biografico: nato a New York, quindi sospetto. Stereotipi che sembravano sepolti riemergono con una leggerezza inquietante. Davvero vogliamo misurare lo stato culturale del Paese partendo dal certificato di nascita di un cantante? In un’Italia che vota e continua a votare forze politiche infinitamente più divisive, pretendiamo di leggere la decadenza morale attraverso una gara canora?
Tra polemiche e noia: la finale del Festival
Intanto, sul palco, succedeva poco. Se questo è stato il Festival più noioso degli ultimi anni, la responsabilità non è musicale: è televisiva. Il comparto comico era semplicemente inesistente. Sketch lunghi, ospitate decorative, ritorni nostalgici senza cattiveria. Alessandro Siani è apparso stanco, prigioniero di un repertorio che non intercetta più il presente. Più che brutti momenti, momenti inutili. Ed è forse peggio. Il paradosso?

Ha fatto più ridere il Fantasanremo. Come sempre. Il gioco parallelo inventato dai fan ha dimostrato ancora una volta di saper raccontare il Festival meglio del Festival stesso. Autoironia, linguaggio contemporaneo, partecipazione reale. Dove la televisione costruiva la battuta, il pubblico costruiva il senso. Se la comicità è altrove, forse il problema non è chi vince, ma chi scrive.
Sul piano musicale, invece, questo Sanremo è perfettamente coerente con almeno cinquant’anni di storia. Una parte riflette il gusto sociale dominante, una parte il direttore artistico, una piccola percentuale prova a inseguire la tendenza. È sempre stato così. Marco Carta, Valerio Scanu, Pupo con Emanuele Filiberto, Rosa Chemical, Fedez: tutti passati di lì, molti premiati. La sorpresa non è la vittoria. È la memoria cortissima di chi finge di non ricordare come funziona Sanremo.

Sanremo 2027: Stefano De Martino è il nuovo direttore artistico
Il volto Rai prenderà il posto di Carlo Conti, che durante la finale del Festival in corso ha rotto ogni tradizione annunciando in diretta il suo successore. di Francesco Bruno Fadda
Festival 2026: la serata delle cover era stata profetica
La serata cover aveva già detto tutto. Se ha vinto Pitony mentre l’incontro musicalmente più ambizioso tra Brancale e Porter restava fuori dalla classifica, forse il messaggio era chiarissimo. Non è il Festival a tradire l’élite. È l’élite che dimentica chi vota. Il popolo di Sanremo esiste. Vuole melodie riconoscibili, storie sentimentali, ritornelli che possano essere canticchiati in macchina o ticchettati distrattamente nell’ascensore. Non cerca un laboratorio sperimentale, cerca un rito. E ogni anno lo trova.
Sayf secondo? Nessuna sorpresa. Era una canzone perfetta da Festival, nonostante il sottotesto sociale – che però quasi nessuno ha notato – e la capacità musicale del giovane che si è intravista nella serata cover. Se questa non fosse stata la settimana di Sal Da Vinci, lo si intuiva già a inizio gara, probabilmente avrebbe vinto lui. Ma ogni edizione sceglie un protagonista prima ancora della finale.

Polemiche&Co: nella finale di Sanremo in scena, come sempre, lo snobismo
La verità è più semplice e meno eroica. Non ci piace Sal. E va benissimo: non lo ascolteremo. Ma trasformarlo nella prova definitiva della decadenza culturale italiana è un esercizio di comodo snobismo. Sanremo, nel bene e nel male, continua a fare quello che fa da settant’anni: riflettere l’Italia reale. Non quella che si sente superiore. Quella che canta. Anche nell’ascensore.
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