Carmy in una delle scene di promozione di The Bear 4 che affronta, tra i vari temi, ciò che significa davvero un ristorante, la sua filosofia
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The Bear: i ristoranti possono aiutarci a capire la vita?

Dalla cucina al cuore: The Bear 4 non parla solo di piatti, ma esplora il bisogno umano di essere accuditi, amati, ascoltati. E lo fa con filosofia.

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Il primo impatto con The Bear non si dimentica. La cucina (la vita e la sua filosofia) dello chef Carmy Berzatto (Jeremy Allen White, che già da ragazzino, nella serie Shameless, aveva dimostrato la stoffa del grande attore, ma con questo ruolo è entrato nell’olimpo dei grandi) non è adatta a chi soffre di ansia. In quello spazio fatto di coltelli affilati e piani pulitissimi, il protagonista della serie, creata da Christopher Storer, esprime se stesso. E la sua mente è piena di rumore, angoscia, rimpianti. Provare a entrarci significa ritrovarsi emotivamente prosciugati.

Dopo tre stagioni all’insegna del ritmo incalzante, The Bear 4 cambia rotta: il protagonista, da che aveva reagito alla morte del fratello Mikey (Jon Bernthal) bruciandosi volontariamente la mano sui fornelli, ora è finalmente pronto a parlare del trauma rimosso. E ci si apre a una nuova filosofia di vita.

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Spoiler, no. Racconto di una filosofia profonda, sì.

Non è un caso quindi che questi nuovi episodi, su Disney+ dal 26 giugno, comincino proprio con un flashback in cui i due Berzatto parlano del perché le persone amino così tanto andare nei ristoranti. Tranquilli: qui non diremo se la recensione tanto attesa da Carmy sia positiva o meno, o cosa deciderà Sydney (Ayo Edebiri). Vogliamo invece sottolineare proprio la filosofia della serie, che, mai come in queste 10 puntate, si trasforma in una vera seduta di terapia. 

Il ricordo, dicevamo. Carmy confessa a Mikey di voler aprire un ristorante. La motivazione? “Tutti amano i ristoranti, perché tutti vogliono che qualcuno si prenda cura di loro”. In una famiglia numerosa e caotica, in cui non è possibile avere una conversazione senza finire a urlare e insultarsi, Carmy è cresciuto cercando non soltanto una via di fuga, ma anche un podio da cui potersi finalmente esprimere. Ecco quindi che la cucina gli è venuta in aiuto: da bravo figlio di italoamericani, il cibo per lui significa amore, cura, gioia. Tutto il suo desiderio di amare ed essere amato è in quei piatti dai colori splendidi e dal sapore divino. Ma cosa succede se, per inseguire l’eccellenza, smetti di divertirti?

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Cerca il senso della vita è come annusare il vino?

Non è soltanto il protagonista ad aver cercato la perfezione. Trascinati dalla sua ambizione, la brigata di chef Berzatto ha fatto un grande lavoro su se stessa. Sia dal punto di vista umano che professionale. Come tutti, anche il sommelier, Gary (Corey Hendrix), continua a seguire dei corsi. In questa stagione, per fargli capire il potere evocativo del vino, un’esperta gli dice: “Il vino è un’istantanea della vita in quel momento”. E lo sono anche i piatti creati dallo chef.

In The Bear 3 Carmy ha inseguito l’originalità e la complessità a tutti i costi: al ristorante menù diverso ogni giorno, portate con cinque ingredienti. In questo ciclo di episodi viene invece costretto alla semplicità. E, mano a mano che riduce l’estrosità delle sue creazioni, si mette sempre più a nudo. Perché è così ossessionato dalla perfezione? Perché non vuole accettare i consigli degli altri? Sono tutte domande che ora è pronto a farsi. 

Sidney in The Bear 4, insieme a Carmi, è uno dei personaggi che cresce maggiormanete e che più di tutti forse sviluppa una sua propria filosofia di vita
Sidney e Tina in una delle scene di The Bear 4

La risposta è forse in un sugo semplice?

E forse la risposta sta proprio in quel sugo semplice preparato insieme a Mikey nella prima puntata: i ristoranti e il cibo sono solo il pretesto. Ciò che conta davvero, che ci rende felici, sono le persone con cui li condividiamo. Senza quelle tutto ha meno sapore, meno significato. Ma per godersi davvero qualcosa, per prendersi cura degli altri, bisogna prima di tutto prendersi cura di se stessi. Trascurare la propria salute mentale e fisica porta inevitabilmente all’infelicità. Lo chef lo ha capito e per questo accetta di aprirsi, di dare agli altri la possibilità di spiegarsi.

In una società in cui la performance e il successo ci vengono venduti come unico termometro di realizzazione personale, il desiderio del protagonista di rallentare e apprezzare le cose semplici sembra quasi una follia. Se non una dimostrazione di debolezza e mancanza di carattere. E invece è proprio nella cura di tutte le piccole cose, che, nel grande disegno generale, si rivelano le più importanti. È qui che sta il segreto, se non proprio della felicità, della serenità. Quindi sì: la prossima volta che andate in un ristorante, fermatevi qualche secondo in più ad annusare il vino. E scegliete con cura le persone con cui condividerlo. 

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Scritto da
Valentina Ariete

Giornalista pubblicista, scrive di cinema e serie tv per Movieplayer e La Stampa. Ha partecipato a programmi tv, radio e podcast. Specializzata in interviste, segue i principali festival di cinema, da Cannes a Venezia. Vincitrice del Premio Domenico Meccoli “Scrivere di Cinema” 2024, mette la stessa passione nel divulgare la settima arte di quando, a 3 anni, fece la sua prima videorecensione: era quella di Biancaneve e i sette nani e gli smartphone ancora non esistevano, signora mia!

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