Dalle Olimpiadi contestate a Springsteen passando per la crisi di Minneapolis e l’angosciante presenza di Noam Chomsky tra i File Epstein, gli States – e non solo – vivono un inverno etico senza precedenti.
Un febbraio tragicamente vivace. Mentre l’America cambia volto all’indomani delle orrende cronache dei giorni dell’ICE a Minneapolis, culminati nelle uccisioni di due cittadini incensurati, il nuovo brano di Bruce Springsteen si appresta a fare la storia. Rilegge la piaga dell’Aids delle Streets of Philadelphia alla luce della nuova ferita aperta ICE per le Streets of Minneapolis. Un brano, il suo, realizzato in pochi giorni proprio per dare voce alla scomparsa di Renée Good e Alex Pretti. Una risposta al “terrore di stato”, approdato in tempo zero al primo posto tra i download digitali e gli streaming negli Stati Uniti.
Perché in quello che per il Minnesota si è profilato come uno degli inverni letteralmente più gelidi di sempre, con strade ghiacciate e temperature medie a oltre -10°, l’America tutta è precipitata nel suo ennesimo inverno morale e sociale. Un tempo dove la violenza e il senso di smarrimento hanno preso il sopravvento sull’American Dream. Quel sogno da sempre idealmente collegato a un’idea simbiotica di democrazia e libertà.
Dopo lo tsunami di malcontento che si è propagato un po’ ovunque prendendo voce anche a livello internazionale, il presidente Donald Trump, al suo secondo e sempre più contestato mandato, tra deliri di onnipotenza, dichiarazioni controverse, menzioni chilometriche negli Epstein File e ripensamenti vari, ha fatto un piccolo passo indietro con il ritiro dalla zona di Minneapolis di 700 agenti dell’ICE. Ne restano comunque in loco circa 2000. E l’ondata di freddo sociale sembra ancora lungi dal trovare la sua primavera.

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Il caso ICE è approdato oltre i confini degli States
Passato per i palchi prestigiosi delle manifestazioni americane (dai Golden Globes agli Emmy) il “caso ICE” è poi approdato anche in Italia, alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Qui molti atleti hanno espresso il loro dissenso nei confronti dell’agenzia governativa utilizzata dal presidente come vera e propria milizia armata. Da quel Fuck ICE scritto con l’urina sulla neve dallo sciatore olimpico britannico-americano Gus Kenworthya, alle esternazioni di critica del freeskier 27enne americano Hunter Hesse. “Solo perché porto la bandiera – ha sottolienato Hesse – non vuole dire che mi riveda in quello che sta accadendo nel mio Paese”. Gesta che non sono passate inosservate.
Come era prevedibile, Donald Trump non ha perso tempo per scagliarsi contro gli sportivi, che hanno osato portare avanti la loro silenziosa manifestazione di dissenso. Finendo per tuonare, nello specifico contro Hunter Hesse, un poco presidenziale: “Un perdente, che lasci la squadra!”. Esternazioni che, assieme al malcontento generale, stanno in qualche modo minando la credibilità del Presidente, sempre più basso negli indici di gradimento. E di voto. Dopo la perdita del Texas, roccaforte repubblicana sbaragliata dalla vittoria del democratico Taylor Rehmet salito al Senato, ora anche la New York di Mamdani sembra seguire a ruota. L’ultima batosta elettorale è infatti la vittoria schiacciante del democratico Erik Bottcher. Dichiaratamente omosessuale, tra i membri più noti e rispettati della comunità Lgbtqia+ di New York, ha conquistato il New York State Senate District con un clamoroso 91,8%, contro il 7,5% della candidata trumpiana Charlotte Friedman.

La lunga crisi americana: lo scandalo degli Epstein File
Ma a far tremare letteralmente l’America nelle sue fondamenta, insieme a gran parte delle potenze mondiali, è il vaso di Pandora scoperchiato con la progressiva pubblicazione dei terribili file Epstein. Una voragine che sta facendo terra bruciata negli Stati Uniti. E non solo. Il coinvolgimento diretto di Trump – ma anche dei Clinton, Bill Gates, di alcuni premi Nobel e multimilionari più insospettabili – è oramai conclamato. Un’onda che non perdona. Basti pensare al già notoriamente implicato Andrea Mountbatten-Windsor, decaduto fratello di re Carlo, definitivamente incastrato dal memoir postumo Nobody’s girl di Virginia Giuffrè, vittima iconica della rete di abusi morta suicida lo scorso Aprile. Perfino i principi del Galles William e Kate hanno di recente rilasciato un’intervista in cui si dicono profondamente preoccupati.
Ma i guai reali non finiscono qui. I file Epstein non hanno lasciato indenne nemmeno la monarchia norvegese per via delle evidenze di vicinanza tra la Principessa Ereditaria Mette-Marit ed Epstein, insieme ad altri nomi noti ora al vaglio delle autorità. Insomma, la lista dei potenziali carnefici e conniventi al sistema qui si traduce in una fetta enorme del mondo che “conta”. E i famosi sei gradi di separazione dalla figura di Epstein stanno letteralmente mandando in subbuglio, determinando dimissioni a cascata, la comunità del potere internazionale.
Una storia torbida
Un universo dai risvolti horror strettamente legato a un torbido intrigo di affari e comando che porta a farsi la domanda delle domande: “Chi era davvero Jeffrey Epstein?”. E chi ha permesso e protetto la sua ascesa criminale? Ombre lunghe su una carriera folgorante, quelle legate alla figura del “faccendiere” Epstein, come viene da più parti definito per quel suo curriculum eclettico. Ex professore di liceo di matematica alla prestigiosa Dalton High School di Manhattan, poi reinventatosi finanziere e divenuto infine milionario in circostanze misteriose. Un po’ in stile Grande Gatsby.
Salto di qualità avvenuto forse anche grazie alla relazione avviata nei primi anni ’90 con Ghislaine Maxwell. Figlia del magnate dell’editoria Robert Maxwell, è divenuta negli anni sua compagna e stretta “collaboratrice”. Ma Jeffrey Epstein, divenuto fulcro iconico di un sistema di potere e abusi a sfondo sessuale e pedofilo, sembra rappresentare ben più di un’infima catena di umanità lurida e senza morale, e di un potere che teme sempre meno la vergogna.

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Dalla pedofilia alle agenzie di intelligence: solo teorie complottiste o c’è del vero?
Quella che il londinese The Guardian definisce una “vasta cospirazione mondiale”, avrebbe infatti operato su ampia scala tramite i contatti potenti, e segreti, oculatamente intessuti e ampliati nel tempo proprio da Epstein in persona. Un’ascesa economica e di potere che lascia ampi margini di speculazione, e che potrebbe però trovare risposta negli stretti contatti dell’ex finanziere con il Mossad. In una recente teoria rilanciata dal Times, una fonte confidenziale avrebbe infatti rivelato evidenze delle inter-connessioni tra Epstein e lo stesso Mossad. L’uomo, accusato di pedofilia e traffico sessuale di minori, morto suicida in circostanze sospette in carcere nel 2019, sarebbe stato addestrato proprio come “spia” dalla stessa intelligence israeliana. E poi instradato al fine di creare una fitta rete di ricatti fondamentalmente volti a finanziare a ciclo continuo le attività della madre patria.
C’è chi le definisce teorie complottiste, chi invece – e sono in molti – è convinto che si nascondano qui le radici di quello che è oramai lo scandalo sessuale più eclatante e distruttivo della storia. Se i collegamenti con il Mossad fossero confermati si spiegherebbero molte cose. Compreso il motivo per cui gli Stati Uniti hanno continuato, e continuano, a finanziare di fatto il genocidio in atto nella Striscia con miliardi di dollari. Circa 21 i miliardi stimati dal 2023 al 2025. E c’è ancora molto da scoprire, visto che quasi la metà degli Epstein File non sono ancora stati divulgati.
Epstein File: gli orrori della nuova crisi americana
Ma quello che si sta delineando con sempre maggiore forza è un circo degli orrori enorme e tentacolare. Punta dell’iceberg, ovviamente, Epstein e il suo particolare universo, anche geografico. A partire dal jet privato Lolita express dai riferimenti letterari inquietanti, per finire all’isola caraibica di Little Saint James, conclamato spazio di orge e abusi su minori, nucleo di un sistema di scambio reciproco e connivenza di una ricca congrega di potenti del mondo. Da Bill Gates che avrebbe passato una malattia venera alla moglie a numerosi magnati americani, anche ebrei, strettamente legati al Sionismo.

Lo strano caso di Noam Chomsky
E assume particolare rilievo la posizione di Noam Chomsky, esimio professore ebreo-americano di linguistica, attivista politico e filosofo che ha plasmato gran parte del pensiero contemporaneo sui mass media. Attorno alla sua persona le ombre di quella che è stata una relazione con Epstein, oramai ampiamente accreditata, si fanno ancora più fitte, generando uno stupore e uno sconcerto pressanti.
Dai dossier si evince infatti come Chomsky e sua moglie Valerie abbiano intrapreso con Epstein, a partire dal 2015, una fitta relazione amicale. Un rapporto che prevedeva incontri, cene, vacanze, e poderosi interscambi relazionali. Insieme ad altri noti intellettuali, tra cui anche gli Allen, che lo stesso Chomsky aveva evidente interesse e piacere a frequentare. Cene organizzate nell’appartamento di Manhattan, vacanze al Ranch “Zorro” in New Mexico, e perfino incontri nel lussuoso “pied-à- terre” parigino. Senza considerare la disposizione di “consulenze finanziarie” che sarebbero state offerte a Chomsky per gestire alcune sue private pratiche economiche. Dunque, una frequentazione ben più che ordinaria.
Ingenuità o amicizia a doppio scopo?
Tra le ultime notizie a saltare agli onori delle cronache, la recente dichiarazione in cui Valery Chomsky spiega come lei e suo marito, oramai 97enne e in gravi condizioni di salute, siano stati coinvolti attivamente nella rete di Epstein probabilmente con lo scopo di mantenere alta la credibilità e l’immagine pubblica del “faccendiere. La donna rivendica la buona fede delle loro azioni e il rammarico di non essere stati abbastanza lungimiranti da capire davvero chi fosse Epstein. Da sottolineare, però, che l’uomo risultava già precedentemente condannato per prostituzione minorile nel 2008.
Una buona fede così marcata da indurre lo stesso Chomsky a bollare il tutto come “isteria collettiva”. Etichettò infatti le prime accuse emerse nel 2019 come nevrotiche derive di me too e cancel culture. Epstein all’epoca dei fatti già suo amico intimo, e si rivolgeva al linguista in cerca di consigli su come gestire l’ondata nera mediatica. In quell’occasione Chomsky si spendette per l’amico con parole di indubbio conforto. “Ho osservato il modo orribile in cui vieni trattato dalla stampa e dal pubblico. È doloroso dirlo, ma penso che il modo migliore di procedere sia ignorarlo”.
Il cortocircuito dell’etica del potere
Per credere che un fine intellettuale come Chomsky, profeta della pace e nemico della prevaricazione sociale, davvero non avesse gli strumenti per inquadrare a tutto tondo il personaggio Epstein (che dai carteggi emersi con il filosofo esaltava l’eugenetica e invocava la necessità di migliorare la razza nera, ndr) bisogna appellarsi a un enorme beneficio del dubbio. Che lascia comunque un varco aperto al pensiero più lugubre. E convalidando il profilo negazionista di un intellettuale come Chomsky, fine antagonista del capitalismo e della destra più iniqua, lo scenario etico che si apre è quello di un baratro incolmabile.

È angosciante immaginare un intellettuale di quella caratura che non è più critico del potere ma bensì una parte integrante di esso. Se perfino lui non ha avuto la lucidità, la forza o l’onestà intellettuale di porsi delle domande, di prendere attivamente posizione contraria, ma è stato addirittura disposto a conformare il suo pensiero pur di supportare il ruolo di Epstein e non perdere così contatto con quei prestigiosi salotti di intellighenzia, chi mai avrebbe davvero potuto sottrarsi al sistema?
Una fine dignitosa sarà mai possibile?
In questo senso la mole quantitativa e qualitativa legata dei file ora de-secretati solleva un interrogativo ancora più inquietante. Come sarà possibile, adesso, individuare tutte le singole colpe, e responsabilità in un nucleo di carnefici così potente, solido e compatto? Peraltro sostenuto da una fitta rete di ricatti e solidarietà incrociate che ancora oggi si auto-alimenta. Stando, infatti, a quanto riportato da molti quotidiani americani in questi giorni lo stesso Dipartimento di Giustizia USA avrebbe oscurato sei nomi di “ricchi e potenti” presenti nei file determinando, de facto, l’impossibilità a procedere. Uno degli scenari più inquietanti e distruttivi mai visti, che segna un baratro etico difficile da catalogare.
Il cortocircuito ideologico trova la sua migliore quadratura con Ghislaine Maxwell. Condannata come complice di Epstein a venti anni per traffico sessuale, si appella ora al V emendamento e alla facoltà di non rispondere, proclamando la sua disponibilità a deporre solo nel caso in cui le venga concessa la grazia da Donald Trump. Paradossi esternati nella richiesta di una grazia posticcia e disallineata di un mondo che la Grazia l’ha smarrita rovinosamente da un bel po’, per lasciare invece il passo ai brandelli di un’etica travolta da una ferocia a dir poco inaudita.
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