Dai jukebox di una periferia napoletana ai palchi condivisi con leggende afroamericane, fino a un dialetto trasformato in strumento politico: il racconto di un percorso appena riconosciuto dall’Università L’Orientale di Napoli.
C’è una domanda che vale più di qualsiasi cerimonia, ed è più semplice di quanto sembri: un suono può fare quello che le parole, sempre più spesso, non riescono più a fare? Mettere in comunicazione due persone senza un codice comune, senza una lingua condivisa, senza una storia in comune. E riuscirci comunque, senza traduzione. Senza bisogno di capirsi per capirsi davvero. Enzo Avitabile questa lezione la tiene da quarant’anni, senza cattedra e senza un programma scritto.
L’ha tenuta nei jukebox di Marianella, sui palchi dove ha suonato accanto a James Brown, nelle campagne dove ancora si celebra la pastellessa. L’ha tenuta nei testi in napoletano che parlano di bambini soldato, invece che di cartoline turistiche. Non è mai stata una lezione su di lui. È sempre stata una lezione sul suono come lingua ultima, quella che resta quando tutte le altre si sono esaurite.
Il jukebox, la prima lezione
Tutto comincia da una «scatola magica», come la chiama lui. È il jukebox di una periferia napoletana che, negli anni Sessanta e Settanta, ascoltava musica americana senza conoscerne il retroscena. Quella musica portava con sé un intero progetto culturale, legato al piano Marshall. “Io non capivo una parola, ma mi piaceva molto”, ha raccontato Avitabile. “Questo mi ha fatto capire che il suono è qualcosa di magico: arriva al cuore anche senza comprensione razionale”. È la prima, più disarmante dimostrazione della sua tesi: l’ascolto precede la comprensione, e a volte la rende superflua.

Enzo Avitabile e James Brown, la verifica sul campo
Se il jukebox è la teoria, l’incontro con James Brown ne è la verifica sul campo. Due musicisti, due lingue reciprocamente incomprensibili, uno stesso palco. “Mi resi conto che a lui piaceva molto quello che facevo, ma non capiva una parola”, ha raccontato Avitabile. “In un certo senso era una situazione speculare: anche io non capivo la sua lingua, ma la sua musica mi arrivava lo stesso”.
Da questa esperienza diretta nasce la scelta definitiva di cantare in dialetto. Non per chiudersi al mondo, ma al contrario: aveva appena toccato con mano che la lingua locale, se suonata con verità, viaggia lontano quanto quella globale.

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Gli anni della sperimentazione: la pastellessa, il contrappeso delle radici
Sono gli stessi anni in cui prendono forma i primi album da solista: Avitabile (1982) e Meglio Soul (1983). Si arriva così a S.O.S. Brothers (1986), che regala al pubblico brani come Soul Express e Black Out. È il momento in cui il linguaggio meticcio di Avitabile comincia a farsi riconoscere.
La lezione, però, non si esaurisce nell’apertura verso l’esterno. Ha bisogno di un contrappeso verso l’interno, verso le radici. L’incontro con il produttore Andrea Aragosa, agli inizi degli anni Duemila, segna una svolta. Con lui arriva la riscoperta della pastellessa, rito sonoro legato alla raccolta della canapa nella tradizione campana. Avitabile capisce così che tammurriata e pastellessa sono le due matrici profonde della sua musica. Non è un’alternativa al dialogo con l’America nera, ma il suo necessario contrappunto. Si può parlare al mondo intero solo restando saldamente radicati da qualche parte.

Il napoletano come lingua politica
Dalla fine degli anni Duemila, la lezione si fa esplicita. Il dialetto smette di essere colore locale. Diventa uno strumento per raccontare ciò che la cronaca internazionale lascia spesso fuori campo: i bambini soldato, la guerra dei diamanti, i popoli che James Brown chiamava out of sight. “Non credo che noi napoletani abbiamo bisogno di recuperare la nostra identità”, ha spiegato Avitabile, “ma certamente dobbiamo tenerla presente, per non soffocarla sotto altri codici”. La lingua minoritaria, usata bene, non isola. Mette a fuoco proprio ciò che le lingue maggioritarie, per abitudine, hanno smesso di guardare.
La laurea, l’esame finale
Il 18 giugno, nella Basilica di San Giovanni Maggiore, l’Università L’Orientale ha messo un timbro accademico su questa lezione. Ad Avitabile viene conferita la laurea magistrale honoris causa in Lingue e Comunicazione Interculturale in Area Euromediterranea. Non è il punto di partenza della storia: è solo la prima volta che qualcuno gliel’ha messa per iscritto.“Questo riconoscimento rappresenta per me una grande soddisfazione”, ha detto lui stesso, “l’occasione per fare il punto sul percorso compiuto e, magari, per ripartire da qui”. Anche da neodottore, resta uno studente della propria materia.
Lo ha detto lui stesso, chiudendo la sua lectio: “la musica cerca di fare del suo meglio, portando messaggi da cuore a cuore che, senza suono, parola ed emozione, rischierebbero di diventare retorici”. In un tempo in cui le parole sembrano bastare sempre meno a mettere d’accordo chi si trova su fronti opposti, la lezione di Avitabile resta aperta. Forse il suono, quello vero, un accordo lo trova ancora.

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