La sovrapposizione tra il derby della Capitale e la finale degli Internazionali di tennis non era inevitabile. Era evitabile. E questo è il problema.
Il fumo sull’Olimpico che ferma il tennis di notte: così è cominciato tutto
Era quasi mezzanotte quando Roma ha offerto al mondo uno spettacolo involontario. La nuvola di fumo dei fuochi d’artificio dell’Olimpico, accesi per celebrare la vittoria dell’Inter sulla Lazio nella finale di Coppa Italia, ha invaso il Campo Centrale del Foro Italico, a poche centinaia di metri di distanza, interrompendo per circa venti minuti il quarto di finale degli Internazionali d’Italia tra Luciano Darderi e Rafael Jodar.
La partita era iniziata alle 22:50, già in ritardo per via della pioggia. Il fumo ha reso impraticabile il campo e mandato in tilt il sistema di tracciamento elettronico della pallina. “Non vedo niente“, ha detto Darderi al giudice di sedia. Non era mai successo prima, nella storia del tennis. Probabilmente non dovrebbe mai succedere. Eppure è successo, e non per caso: dietro a quell’immagine grottesca c’è una catena di mancanze istituzionali che vale la pena ricostruire per intero.
Derby Roma-Lazio e Internazionali: la catena di errori che nessuno ha fermato
Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna tornare indietro di quasi un anno. La Lega Serie A aveva calendarizzato il derby tra Roma e Lazio nello stesso weekend della finale degli Internazionali d’Italia: un dato noto, di fatto, da dodici mesi. Un problema divenuto reale, incredibilmente, soltanto negli ultimi giorni.
Le responsabilità, in questo caso, sono diffuse e difficilmente attribuibili a un unico soggetto. Poteva pensarci la Lega Serie A, inserendo un semplice vincolo nell’algoritmo del calendario. Poteva sollevare il problema la FITP. Potevano farlo il Ministero dell’Interno, l’Osservatorio per le Manifestazioni Sportive, la Prefettura. Non ci ha pensato nessuno. O forse qualcuno lo ha fatto notare, ma la cosa è passata sotto silenzio: allo stato attuale, non lo sappiamo.

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Chi doveva intervenire e non lo ha fatto
Il risultato di questa inerzia collettiva è stato immediato. La Lega aveva fissato il derby alle 12:30, rispettando un provvedimento che vietava orari serali per ragioni di ordine pubblico, dopo che l’ultimo derby notturno aveva prodotto 14 agenti feriti. Ma la Prefettura ha ritenuto anche quella soluzione non percorribile, viste le criticità di gestire contemporaneamente il flusso di oltre 50.000 tifosi e i 12.000 spettatori della finale di tennis a poche centinaia di metri. La risposta è stata lo spostamento del derby a lunedì sera, alle 20:45, scelta che contraddiceva gli stessi criteri di sicurezza applicati negli anni precedenti. Decisione che ha prodotto un effetto domino immediato: per le particolari vicende di classifica, al derby erano strettamente legate anche Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina, Genoa-Milan e Como-Parma. Proteste a catena, da parte di squadre e tifosi.

Derby Roma-Lazio e Internazionali di Tennis: “Non avevamo previsto”
In mezzo al caos, arriva la dichiarazione del presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, raggelante nella sua semplicità. “Non avevamo previsto la concomitanza di questi due eventi, cosa che si poteva prevedere, e non avevamo previsto la Lazio in finale di Coppa, che non si poteva prevedere a inizio stagione: altrimenti avremmo giocato al sabato“. Tradotto: l’intera gestione del calendario era affidata, in parte, alla speranza di poter anticipare il derby al sabato. Una speranza impossibile, visto che i biancocelesti avevano giocato la finale di Coppa il mercoledì precedente. Simonelli ha di fatto ammesso che non c’era alcun piano B. Un fulgido esempio di lungimiranza e programmazione.
Il calcio e la sua supremazia immaginaria: il caso Binaghi
Nel tentativo di trovare una soluzione last minute, il calcio ha fatto la cosa più prevedibile: si è ritenuto talmente superiore da avanzare la richiesta di spostare di mezz’ora la finale degli Internazionali, come se fosse una formalità. Come se la gestione degli orari di uno dei tornei più importanti del mondo non fosse, anche dal punto di vista televisivo, in mano all’ATP.
Le repliche del presidente federale tennistico Angelo Binaghi sono state comprensibili, e per certi versi inevitabili: “Campionato di calcio organizzato con i piedi. Ci siamo spostati noi per 25 anni, ora la musica è cambiata“. Una battuta secca, che fotografa con precisione un cambio di equilibri che il calcio italiano fatica ancora a riconoscere.
La cultura sportiva che manca: il caso Sinner e le reazioni sui social
Il problema, però, non riguarda soltanto le istituzioni. E sintomatico di un atteggiamento più diffuso è quanto accaduto sui social. Molti tifosi di calcio, traslocati anche sulle pagine dedicate al tennis, hanno commentato le parole di Jannik Sinner, che contestava l’assurdità di partite concluse a notte fonda, come nel caso di Darderi-Jodar, definendolo “un bambino viziato“. Gli stessi che, in quelle ore, si esaltavano via web per la pallonata a terra di Luis Henrique su Pedro, gesto interpretato come vendetta sportiva per la doppietta dell’anno precedente. Non è solo mancanza di cultura sportiva. È l’incapacità di riconoscere che il pianeta calcio non è più, da solo, il centro del sistema. E che pretendere di esserlo, a fronte di episodi come questi, suona sempre più stonato.

Il TAR decide di non decidere: un altro specchio dell’Italia di oggi
Mentre il dibattito si consumava tra dichiarazioni e proteste, la questione è finita davanti al TAR. Il tribunale amministrativo, chiamato a dirimere la controversia, ha scelto di non scegliere: su suggerimento dello stesso TAR, Lega Serie A e Prefettura hanno trovato un accordo autonomamente, senza che venisse emessa alcuna sentenza. Anche questo è uno spaccato fedele dell’Italia contemporanea. Un’istituzione chiamata a decidere che, di fatto, scarica la responsabilità sulle parti.
L’esito finale: la finalissima degli Internazionali è rimasta fissata alle ore 17:00 di domenica. Il derby Roma-Lazio è stato anticipato a domenica alle 12:00, insieme alle altre quattro partite coinvolte. Una soluzione trovata all’ultimo secondo, dopo tre giorni di confusione che non sarebbero stati necessari.
Non è una questione di calcio: è una questione di sistema
Il calcio, in questa storia, c’entra solo in parte. Si, certamente è paradossale che un’industria capace di muovere miliardi di euro venga gestita con tale sciatteria. Ma il punto più rivelatore è un altro: in molti non si sono nemmeno sorpresi. Il che significa che ci stiamo abituando. Che a questi episodi riserviamo ormai un distacco sardonico, quasi rassegnato.
Vale la pena ricordare, a margine, le parole dell’ex presidente FIGC Gravina, che parlava di “dilettantismo” riferendosi ad altri sport. Ripensarle oggi è più straniante che mai. Il calcio continua ad autoassegnarsi una supremazia che, nei fatti, non esiste più. Incarnando, così, il modo di pensare di tanti burocrati, tanti imprenditori, tanti uomini di cultura di questo paese. Tre giorni da ricordare come un manifesto di presunzione, superficialità e incompetenza. O da dimenticare in fretta: il che, in fondo, sarebbe la prova più definitiva di tutto.
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