L’Italia festeggia il riconoscimento della Cucina Italiana Patrimonio Immateriale Unesco, confermato il valore culturale, storico e concreto della cucina del nostro Paese.
Non c’è una teca di vetro, non c’è un piatto esposto su un piedistallo. Quando l’Unesco – quello dei patrimoni immateriali, dove non si conservano muri ma gesti – accoglie la cucina italiana nella sua lista, non celebra una ricetta: celebra un’abitudine. Una forchetta che passa di mano in mano, le discussioni su come si fa il ragù “davvero”, il sugo che borbotta in sottofondo mentre fuori piove.
È la prima volta che una cucina nazionale entra lì dentro come un tutto, come un modo di stare al mondo prima ancora che un insieme di tecniche. E già questo, più del “grande orgoglio nazionale”, mette la notizia nella prospettiva giusta. Perché il patrimonio immateriale non è una collezione di oggetti: è una cartografia fatta di saperi, parole, movimenti. È un archivio vivente. E la cucina Italiana, in fondo, è esattamente questo: una pratica che cambia mentre la pratichi, un equilibrio sempre provvisorio tra memoria, improvvisazione, territorio e famiglia.

L’unione fa la forza, la Cucina Italiana Patrimonio Immateriale Unesco è un grande risultato
Il dossier che ha accompagnato la candidatura è stato coordinato da Pier Luigi Petrillo, giurista e professore universitario che negli ultimi anni ha presieduto anche l’organo di valutazione Unesco dedicato ai patrimoni immateriali. Negli stessi anni, la spinta iniziale e il lavoro di tessitura sono arrivati da Maddalena Fossati Dondero, direttrice della storica rivista La Cucina Italiana e presidente del comitato promotore che, insieme all’Accademia Italiana della Cucina e alla Fondazione Casa Artusi, ha acceso la scintilla della candidatura e l’ha tenuta viva fino a New Delhi.
La loro mano si riconosce: invece di chiudere la cucina italiana dentro un recinto, il progetto la descrive come una pratica in movimento, fatta di mani, relazioni, mestieri, stagioni. Un bene vivo, più che un simbolo.
Poi certo, c’è anche la politica. Perché l’Italia non ha lavorato anni su questa candidatura solo per un titolo da appendere in sala stampa. La cucina è uno dei nostri linguaggi diplomatici più potenti: racconta territori, filiere, economie, migrazioni, sostenibilità. Unisce i grandi chef e le feste di paese, il food design e i pranzi della domenica. E sì, è anche una questione di soft power: di come il mondo ci immagina, di cosa proteggiamo, di come vogliamo tramandarlo.
Può cambiare tutto, oppure no: un riconoscimento da gestire con grande attenzione
E ora che succede? Succede che non cambia niente, e cambia tutto. Non avremo un ministero che decide cosa è autentico o meno; nessuno passerà a ispezionare le cucine delle nonne. Però il riconoscimento spinge a fare spazio a chi custodisce i saperi, spesso senza telecamere: a chi tira la sfoglia, a chi prepara il pane di comunità, a chi continua a cucinare come forma di cura più che di esibizione. È un invito a investire nella trasmissione, nel ricambio generazionale, nella documentazione. In ciò che rischiamo di dare per scontato.

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L’Unesco non chiede uniformità, anzi: riconosce proprio la pluralità
Resta la questione più affascinante: come si racconta l’identità culinaria di un Paese che cambia accento ogni cento chilometri? Che passa dal burro alla sugna, dal riso alla pasta, dagli agrumi alle castagne? L’Unesco non chiede uniformità, anzi: riconosce proprio la pluralità. La sfida sarà non trasformare questo titolo in un racconto imbalsamato: la cucina italiana è diventata patrimonio proprio mentre diventava più mescolata, più contemporanea, più globale che mai. Un ossimoro bellissimo.
Alla fine, il senso è tutto qui: non abbiamo ottenuto un riconoscimento per ciò che resta immobile, ma per ciò che continua a muoversi. La cucina italiana è patrimonio perché vive, perché cambia, perché discute. Perché è un gesto. E i gesti, per fortuna, non smettono mai di evolversi.
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