Collezione Maserati Umberto Panini - Maserati Tipo 26 Maserati Tipo 26 1926 telaio 13 — Collezione Panini Modena
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Collezione Maserati Panini: dove il Tridente non muore mai

A Modena, nel museo che un casaro visionario strappò all'asta all'ultimo secondo, cent'anni di storia Maserati tornano a correre. Con una mostra da non perdere, aperta fino al 3 giugno 2026.

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C’è un profumo che non mente. È quello di olio motore, cuoio invecchiato e acciaio lucidato, una combinazione che non ha nome ma che ogni appassionato riconosce nello stomaco prima ancora che nel naso. È il profumo della storia vera. E a Modena, in un capannone affacciato su Via dell’Aeroporto, quella storia è custodita con una cura che rasenta la devozione.

La Collezione Maserati Umberto Panini non è un museo nel senso convenzionale del termine. Non è un luogo dove i motori tacciono sotto campane di vetro e i visitatori camminano in punta di piedi, quasi intimiditi. È qualcosa di più vivo, di più ostinato. È il risultato di un atto d’amore compiuto da un uomo che aveva già dato alla cultura italiana qualcosa di straordinario – quegli album di figurine che generazioni di bambini hanno sfogliato con il fiato corto – e che, di fronte all’idea di vedere disperdere un patrimonio irripetibile, ha deciso semplicemente di non permetterlo.

Oggi, mentre Maserati celebra i cent’anni dalla prima automobile costruita con il proprio nome – la Tipo 26 del 1926 – e il marchio compie ufficialmente 111 anni dalla sua fondazione nel dicembre 1914, quella collezione è più viva che mai. E ospita una mostra speciale dedicata proprio all’auto che ha dato inizio a tutto, aperta fino al 3 giugno 2026.

Maserati con la Tipo 26 compie 100 anni nel 2026 - Al museo Collezione Umberto Panini, in esposizione la prima vettura firmata Maserati
I F.lli Maserati fuori dalle Officine omonime – (credit Ruoteclassiche)

L’inizio. Bologna, 1° dicembre 1914

Bisogna tornare indietro. Non alla Modena del dopoguerra, non alle grandi corse degli anni Cinquanta, ma a Bologna, all’alba della Grande Guerra. È il 1° dicembre 1914 quando Alfieri Maserati apre un’officina insieme ai fratelli Ernesto ed Ettore, specializzata nell’elaborazione di vetture Isotta Fraschini. Ma dietro quei banconi, dietro quelle mani che smontano e rimontano motori, c’è già qualcosa di più grande: la volontà di costruire automobili proprie.

Il tempo delle corse arriva presto. Alfieri e Ernesto iniziano a gareggiare su vetture elaborate in proprio, conquistando vittorie al Mugello, all’Aosta-Gran San Bernardo, alla Susa-Moncenisio. Nel 1922 ricevono l’incarico di guidare l’attività sportiva della casa torinese Diatto. Ma i debiti di quest’ultima interrompono l’avventura dopo soli tre anni. È un’interruzione temporanea: i fratelli Maserati non si fermano, trasformano la sconfitta in occasione.

Il 25 aprile 1926 è l’alba di tutto. Alla Targa Florio debutta la Tipo 26, la prima vettura a portare il marchio Maserati. Il motore è un otto cilindri in linea da 1.492 cc sovralimentato con compressore Roots, circa 120 cavalli: per i suoi tempi, un progetto all’avanguardia assoluta. Alfieri la guida lui stesso fino all’ottavo posto assoluto, vincendo la classe fino a 1500 cc. In quella stessa giornata compare per la prima volta sulle piste il simbolo del Tridente – disegnato da Mario Maserati, il fratello artista della famiglia – ispirandosi alla fontana del Nettuno di Bologna. Un dio del mare impugnato come una promessa. Come un avvertimento.

Eldorado 420M/58: "Maserati Eldorado 420M 1958 — prima sponsorizzazione nella storia delle corse"
Maserati Eldorado 420M 1958

Fangio, la 250F e gli anni d’oro

Quello che seguì fu un’epopea tutta italiana: un susseguirsi di trionfi e crisi, di genio e difficoltà finanziarie, di campionati vinti e aziende cedute. Nel 1937 i fratelli vendono all’imprenditore modenese Adolfo Orsi, che nel 1939 sposta la produzione a Modena, dove Maserati è rimasta. Nel dopoguerra arriva la prima vettura stradale, la A6, coupé firmata Pininfarina con motore sei cilindri. E poi, dal 1954, la 250F.

Se c’è un’automobile che rappresenta l’apice sportivo di Maserati, è questa. La 250F è la monoposto con cui Juan Manuel Fangio vince due Campionati del Mondo – nel 1954 e nel 1957 – e va oltre lo sport per diventare simbolo culturale. Il Gran Premio di Germania del 1957, in cui Fangio rimonta in modo leggendario dopo un pit stop disastroso, è ancora oggi ricordato come la gara del secolo. Quell’automobile è custodita alla Collezione Panini. Non come reliquia, ma come una macchina viva.

Gli anni Sessanta portano la 3500 GT, la Ghibli, la Quattroporte – prima berlina sportiva di lusso al mondo – la Mistral, la Merak, la Khamsin. Maserati diventa sinonimo di gran turismo italiano, di quella sintesi tra bellezza e prestazione che il resto del mondo guarda con un misto di ammirazione e incomprensione. Nel 1968 l’azienda passa ai francesi di Citroën: periodo fertile per i modelli stradali, ma la crisi petrolifera del 1973 colpisce duro. Nel 1975 arriva Alejandro De Tomaso, poi la FIAT nel 1993, poi Ferrari, poi Stellantis. Un passaggio di mani lungo decenni, ciascuno con le sue promesse e le sue ombre.

Juan Manuel Fangio su Maserati 250F

L’uomo con gli album e i fienili pieni di Maserati

Mentre Maserati attraversava le sue crisi, a pochi chilometri da Modena stava costruendo qualcosa di diverso un uomo che il mondo conosceva per tutt’altro motivo. Umberto Panini era il padre – o meglio, uno dei quattro fratelli fondatori – di quegli album di figurine che hanno accompagnato l’infanzia di intere generazioni. Calciatori, animali, meraviglie del mondo: la famiglia Panini aveva trasformato la collezione in un’industria culturale globale. Umberto, però, era tornato in Italia dopo sette anni trascorsi in Venezuela, legatissimo a quell’Emilia da cui aveva imparato a non dipendere da nessuno.

Aveva fondato Hombre, un’azienda agricola biologica alle porte di Modena che produceva Parmigiano Reggiano. E nei suoi fienili, tra le vacche e le forme di formaggio in stagionatura, aveva iniziato a raccogliere automobili e motociclette storiche con la stessa pazienza e meticolosità con cui la famiglia aveva costruito l’impero editoriale. Era un collezionista serio, non il tipo che compra per investimento. Ma il tipo che compra perché non riesce a immaginare che quella cosa sparisca dal mondo.

Poi arriva il 1996. De Tomaso, che dopo aver ceduto Maserati alla FIAT nel 1993 era rimasto proprietario della società originale OAM, reclama nel luglio di quell’anno le 19 automobili storiche che giacevano al museo dell’azienda dal 1965. La Maserati acquista i 19 motori della collezione, ma le vetture – per volontà di De Tomaso – vengono spedite in Inghilterra. Destinazione: un’asta Brooks prevista per il 2 dicembre 1996, ottantadue anni e un giorno dopo la fondazione del marchio.


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“Il patrimonio Maserati deve restare in Italia”, e così fu

La notizia mobilita subito autorità e appassionati: il Ministro dei Beni Culturali Walter Veltroni, il Sindaco di Modena Giuliano Barbolini, le associazioni locali. L’impegno comune è attivarsi affinché quel patrimonio resti nella città dove è nato. A risolvere la situazione ci pensa la famiglia Panini, nella figura di Umberto. Pochi giorni prima dell’asta, la casa Brooks annuncia il ritiro della collezione. Le 19 Maserati storiche tornano a Modena, ospitate nei capannoni di Hombre. Quel giorno, un patrimonio irripetibile smette di essere in vendita.

Da quel momento la collezione Maserati Umberto Panini diventa punto di riferimento globale per gli appassionati del marchio del Tridente. La famiglia sviluppa una collaborazione intensa con Maserati e reinventa il programma di manutenzione necessario per prendersi cura di quelle vetture nel modo adeguato. Nel corso degli anni, alla collezione originaria si aggiungono altri pezzi pregiati – tra cui la Alfieri Prototipo e la MC20 – fino ad arrivare all’assortimento attuale.

La cosa straordinaria è che quelle automobili non diventano mai statue. Tutte rimangono completamente guidabili. Spesso portate in pista, esposte come macchine viventi. Giovanni Panini, figlio di Umberto e responsabile della Collezione insieme alla sorella Manuela e ai fratelli Marco e Matteo, ha portato l’inestimabile Eldorado 420M/58 del 1958 a derapare sul ghiaccio svizzero all’Ice Concours. Perché un’automobile è fatta per muoversi. Anche quando vale quanto un museo intero.

Vista generale del museo
Collezione Maserati Umberto Panini Modena

Il museo oggi: cent’anni di Maserati in un capannone stile anni Venti

La Collezione Maserati Umberto Panini ha trovato la sua configurazione definitiva nei nuovi spazi espositivi di Via dell’Aeroporto, 140/B, nella frazione di Marzaglia a pochi chilometri dal centro di Modena. Il capannone è arredato in stile art déco, con un colonnato che Umberto recuperò da un robivecchi di Gambettola, in provincia di Forlì, ispirandosi alla Cité de l’Automobile di Mulhouse: una struttura bella e funzionale, dove appena si varca la porta d’ingresso si gode di una vista completa su tutta la collezione.

Quello che si trova all’interno è una delle selezioni automobilistiche più complete e significative al mondo in tema Maserati: oltre cent’anni di produzione del marchio, raccontati attraverso le vetture originali. Si inizia dalle monoposto da corsa 6C/34 e 6CM degli anni anteguerra – quando Maserati correva ancora con la foga di chi ha tutto da dimostrare – e si arriva fino alla Alfieri Prototipo e alla MC20, l’automobile che nel 2020 ha segnato il ritorno del Tridente alla produzione di vetture a motore centrale.

Nel mezzo, ogni tappa fondamentale di una storia centenaria. La 250F che con Fangio vinse l’unico Campionato del Mondo di Formula 1 del Tridente. La Tipo 61 e la Tipo 63 Birdcage, capolavori di ingegneria con il telaio composto da oltre 200 tubi saldati a mano. Una struttura che sembra un’opera d’arte prima ancora che un chassis portante. L’A6GCS Berlinetta firmata Pininfarina, prodotta in soli quattro esemplari, definita l’auto del centenario Maserati. La 3500 GT Touring, la Mistral, la Ghibli, la Merak. Fino alla Citroën SM e alla Chrysler TC by Maserati, testimonianze di quei periodi complicati in cui il marchio ha cambiato proprietà senza perdere identità. Ogni automobile è un capitolo. Ogni capitolo è una storia vera. E la storia vera, come si sa, è sempre più avvincente di qualsiasi romanzo.

La mostra speciale: 100 anni della Tipo 26, fino al 3 giugno 2026

Quest’anno la Collezione Maserati Umberto Panini celebra un anniversario preciso: i cent’anni dalla nascita della Tipo 26, la prima automobile a portare il nome Maserati. E lo fa nel modo più diretto possibile: esponendo l’esemplare con telaio numero 13, terzo dei tre esemplari costruiti nel primo anno di produzione, 1926.

Pensateci. La terza automobile mai prodotta dalla casa modenese, un capolavoro con quasi un secolo di vita, che ha fatto il suo debutto alla Targa Florio e che oggi è lì, nel museo, a portata di sguardo. Non dietro un vetro blindato in un grande istituto museale, non in una collezione privata inaccessibile. A Modena, visitabile da chiunque abbia voglia di andarci.

La Tipo 26 era rivoluzionaria: motore otto cilindri in linea da 1.492 cc con compressore Roots, circa 120 cavalli, telaio leggero, carrozzeria biposto in alluminio dipinta nel classico rosso corsa italiano. Ogni elemento progettato per la velocità, con quell’eleganza funzionale che è da sempre il marchio di fabbrica italiano: fare le cose bene non perché lo richiede il mercato, ma perché è l’unico modo concepibile di farle. La velocità massima dichiarata era di 180-200 km/h, dati da far girare la testa ancora oggi, a cento anni di distanza.

La mostra è inclusa nel biglietto di ingresso al museo, ed è aperta fino al 3 giugno 2026. Per chi ama i motori, è una di quelle occasioni che capitano una volta sola. Per chi non è appassionato di automobili ma è curioso di storia italiana, di imprenditoria, di quella capacità tutta nostra di fare bellezza anche dove servirebbe solo funzionalità: è esattamente lo stesso.

Perché andarci, e perché adesso

Ci sono posti che fanno bene a visitare non perché siano famosi, ma perché sono autentici. La Collezione Maserati Umberto Panini è uno di questi. Non è nata per il turismo di massa. È nata da un amore, è cresciuta grazie a una dedizione familiare, esiste perché una famiglia ha creduto che certi patrimoni non possano semplicemente scomparire.

Usciti dal museo, a Modena ci sono tante ragioni per fermarsi. Il Duomo romanico, il centro storico, i tortellini, l’aceto balsamico, il Museo Ferrari a venti chilometri a Maranello. Ma se siete lì e avete un’ora, andate prima in Via dell’Aeroporto. Guardate la Tipo 26. Oppure la 250F di Fangio. Ma anche l’Eldorado. E poi, se volete davvero capire cos’è la Motor Valley, non cercate spiegazioni sui cartelli. Sentite il profumo. Quello di olio motore, cuoio e acciaio lucidato. La storia che non mente.

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Scritto da
Francesco Bruno Fadda

Sardo per nascita, italiano per convinzione, battitore libero per natura.
 Giornalista e gastronomo, autore, ghost writer, avvocato mancato - per fortuna! - e cuoco mancato -...ma c’è sempre tempo! -. Vivo e “divoro” il mondo per passione prima che per professione. Quattro i punti deboli: le donne che bevono whisky, i cani, la Mamma e i “Paccheri alla Vittorio”. Poche cose mi irritano come “Gioco di consistenze”, rivisitazione, texture e splendida cornice! Un sogno nel cassetto: vedere “enogastronomia ” quale materia di studio nella scuola dell’obbligo… chissà, magari un giorno! Curatore e Direttore Editoriale Spirito Autoctono Media

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