Claudia Cardinale in una delle scene di C'era una volta il West di Sergio Leone, in cui ha recitato al fianco di Henri Fonda, Charles Bronson e Gabriele Ferzetti
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Claudia Cardinale, a 87 anni si spegne la celebre icona di bellezza e bravura

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C’è questa cosa che succede quando muore Claudia Cardinale, e non è tanto la morte in sé la cronaca nuda, il corpo che smette di funzionare, il comunicato stampa che compare in homepage per mezza giornata. Quanto la sensazione, difficilissima da confessare in un Paese che finge sempre di aver dimenticato la propria stessa giovinezza, che con lei se ne vada anche l’ultima illusione di una bellezza capace di mettere d’accordo tutti.

Cattolici e comunisti, aristocratici e operai, uomini e donne che uscivano da una proiezione del Gattopardo con la testa piena di balli e di polvere. Burt Lancaster che sudava dentro il suo Principe e di lei che entrava in scena come una rivelazione. Un misto di carne e mito, come se la Sicilia avesse deciso di avere un volto e quel volto fosse il suo.

La morte di Claudia Cardinale, prova tangibile che abbiamo perso il senso della misura

Nata Claude Joséphine Rose Cardinale a La Goulette, in Tunisia, il 15 aprile 1938, da genitori siciliani, Claudia Cardinale ha sempre parlato francese in casa, oltre al siciliano dei suoi genitori. Inizialmente intendeva diventare un’insegnante, ma la sua vita prese una svolta inaspettata nel 1957 quando vinse un concorso per “La più bella ragazza italiana di Tunisia“, il cui premio era un viaggio al Festival del Cinema di Venezia. Questo evento la portò all’attenzione dell’industria cinematografica italiana, segnando l’inizio di una carriera straordinaria.

Era bellissima, e lo è rimasta fino all’ultimo. Ma il problema non è tanto che la bellezza passa, perché lo sappiamo già, lo abbiamo imparato dalle fotografie ingiallite delle nostre madri, ma che una bellezza come quella, capace di attraversare Otto e mezzo senza dissolversi accanto a Mastroianni, di resistere alla furia western in C’era una volta il West – quel primo piano che è un continente, che vale più di tutte le Americhe insieme -, di confrontarsi con il grottesco de Il giorno della civetta e con il melodramma in Rocco e i suoi fratelli – non dovrebbe morire. Non per davvero almeno, perché appartiene più a noi che a lei.

Claudia Cardinale si è spenta oggi, un altro va via un altro pezzo di bellezza italiana
Claudia Cardinale negli anni ’60 – ph credit Vogue Italia

La voce profonda e l’accento francese, i tratti distintivi di Claudia Cardinale

Tra i suoi ruoli più iconici, oltre a quelli già citati, si ricordano anche la sua interpretazione in La ragazza con la valigia (1961), Cartouche (1962), Il Gattopardo (1963), e la commedia La Pantera Rosa (1963). Nonostante il successo a Hollywood con film come I professionisti (1966), che lei stessa considerava il migliore dei suoi film americani, Cardinale scelse di rimanere un’attrice europea, rifiutando contratti di esclusività. La sua voce profonda e il suo accento francese, che la portarono a essere doppiata nei suoi primi film, divennero in seguito tratti distintivi amati dal pubblico.

Ma è morta, e allora bisogna guardare negli occhi quello che resta: un’Italia che ha perso la capacità di sognare sé stessa attraverso i volti dei suoi attori. E qui scatta l’altra cosa difficile da ammettere. La morte di Claudia Cardinale non è solo la fine di un’attrice, è la fine di un modello di nazione, quello della prima Repubblica, con tutti i suoi difetti. Le corruzioni, i compromessi, le liturgie parlamentari infinite, ma anche con la certezza che a un certo punto sarebbe arrivata la bellezza a riscattarci, magari sotto forma di un film di Visconti o di un’inquadratura di Fellini.

Oggi invece, ed è qui che si sente il rumore del fondo sotto i piedi, il colpo sordo dell’acqua quando tocchi la linea che non volevi raggiungere, la politica è diventata un talk-show continuo, una specie di Grande Fratello Vip travestito da democrazia rappresentativa. Nessuno si accorge più che stiamo scavando, scavando sotto il fondo che già avevamo toccato. Scavando in una specie di post-Repubblica dove il massimo della promessa estetica è un hashtag ben riuscito o un selfie in piazza.

Quando potevi ancora credere che la bellezza fosse un bene comune

E allora la morte di Claudia Cardinale diventa la prova tangibile che abbiamo perso il senso della misura e il senso della bellezza. Negli anni Sessanta potevi ancora credere che la bellezza fosse un bene comune, e che sedersi al cinema e vedere Claudia significava credere, almeno per due ore, che l’Italia fosse capace di produrre grazia. Che il caos politico avesse un contrappunto armonico. Oggi, il bene comune è ridotto a slogan, a calcolo elettorale, a “lo dice il leader su TikTok”.

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Lungi dal dire che prima fosse meglio – lo era solo a tratti, e quei tratti erano illuminati dal volto di lei che ballava nel salone del Principe di Salina -, ma che prima almeno esisteva un’immagine capace di farci respirare sopra la melma quotidiana. Oggi respiriamo melma e la chiamiamo ossigeno.

E il compito, se ce n’è uno, dopo la morte di Claudia Cardinale, è questo: non costruirle una statua, perché le statue puzzano di naftalina e di ipocrisia, ma custodire la memoria del suo volto come metro di paragone. Ricordare che siamo capaci di bellezza, e che la politica, se vuole avere ancora un senso, deve rendere possibile non il culto sterile delle icone. Ma la creazione di nuove immagini condivise, nuove figure che ci facciano dire: sì, vale ancora la pena.

Claudia Cardinale se n’è andata. Resta la sua filmografia, resta il suo volto, resta la consapevolezza che abbiamo toccato il fondo e che stiamo già scavando. E forse l’unico modo per onorarla, più che piangere, è smettere di scavare.

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Scritto da
Terry Nesti

20 anni nel mondo dei sigari Toscano. Flaneur per convinzione, ma non sempre per possibilità, si ritaglia anche le sue passeggiate all’interno del variegato mondo delle degustazioni; che in qualche modo sono delle passeggiate virtuali attraverso l’Italia, dove si vaga oziosamente (nel senso latino del termine), senza fretta, sperimentando e provando emozioni.

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