Dal 26 al 29 maggio, Tavolo Unico trasforma Santa Maria delle Grazie in un teatro di sensi: musica da camera nella Sacrestia del Bramante, visita privata al Cenacolo Vinciano e una cena firmata sulle ricette di Leonardo da Vinci.
Ci sono esperienze che non si raccontano facilmente. Bisogna provarci lo stesso, però, perché meritano di essere conosciute. Immaginate di varcare il portone di Santa Maria delle Grazie al tramonto, quando Milano ha già abbassato la voce e i turisti sono andati via. La musica da camera risuona nella Sacrestia Bramantesca. I tavoli sono allestiti nel chiostro. E poi, al culmine di una serata pensata nei minimi dettagli, vi ritrovate a pochi metri dall’Ultima Cena. In silenzio, con una guida che vi racconta quello che gli occhi da soli non riescono a cogliere.
Dal 26 al 29 maggio 2026 Tavolo Unico – il ristorante di Busto Arsizio guidato dallo chef Massimiliano Babila Cagelli – porta per la seconda edizione La Cena al Cenacolo all’interno del complesso monumentale di Santa Maria delle Grazie. Quattro serate esclusive, gruppi ristretti da sedici persone, nessuna concessione all’improvvisazione. «È il secondo anno che realizziamo questa esperienza», ha dichiarato lo chef «Motivo di orgoglio, ma anche di grande responsabilità».

Un format che torna dopo il successo della prima edizione
La prima edizione, andata in scena nel 2025, aveva già dimostrato che l’idea reggeva, e come. Chi c’era racconta un’atmosfera difficile da replicare: l’accoglienza curata ma mai formale, i piatti, il modo in cui la musica e l’architettura dialogano nello stesso spazio. La serata con gli ospiti d’eccezione era andata sold out prima ancora che l’evento entrasse nel pieno della sua comunicazione. Quest’anno il programma musicale è più ricco, il percorso di visita più articolato. E la serata del 27 maggio – presenti le artiste della Scala – è già esaurita.

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Il programma: concerto, visita privata e cena nel chiostro
Ogni serata si sviluppa in tre atti, dalle 19 alle 22:30, in ordine crescente di intensità. Alle 19:10 la musica prende vita nella Tribuna del Bramante, uno spazio che normalmente non ospita esecuzioni. L’acustica risponde all’architettura del Bramante in modo sorprendente: non è sottofondo, è esperienza.
Nelle serate del 26 e del 29 maggio si esibiscono alcuni tra i più talentuosi giovani musicisti del panorama italiano, tutti laureati al Conservatorio di Milano: il pianista Emanuele Piovesan, il violinista Federico Nogarotto, il flautista Giovanni Riva, la pianista Beatrice Distefano e il violinista Marco Ballerio.
La serata del 27 maggio – già sold out – è invece riservata a due ospiti d’eccezione: Enkeleida Sheshaj, nei primi violini dell’Orchestra del Teatro alla Scala, e Irene Veneziano, pianista di fama internazionale. Un concerto più lungo, un programma inedito.

La visita privata: cinque luoghi, cinque secoli di storia
Al termine del concerto, le guide accompagnano gli ospiti attraverso cinque luoghi del complesso normalmente inaccessibili al pubblico: la Sacrestia Bramantesca, il Chiostro delle Rane, la Basilica, l’anticamera e, come tappa finale, il Cenacolo Vinciano. Il Chiostro delle Rane – o chiostro piccolo, che collega la chiesa alla sacrestia – deve il nome alla fontana circolare al centro, ornata da quattro statue in bronzo di rane che sputano acqua. Un dettaglio bizzarro e curioso, quasi sempre ignorato da chi è già con la testa al capolavoro che lo aspetta poco più avanti.
E poi, il refettorio. Il Cenacolo di Leonardo – Patrimonio Unesco, comunemente chiamato affresco ma realizzato con tecnica mista a secco su intonaco – si mostra in un contesto di raccoglimento impossibile da ottenere durante le ore di apertura ordinaria. Sulla parete di fronte, spesso trascurata, la Crocifissione di Donato Montorfano: un altro capolavoro del Rinascimento lombardo che aspetta in silenzio di essere conosciuto.
Vale la pena ricordare chi ha voluto tutto questo. Fu Ludovico il Moro che, dopo il matrimonio con Beatrice d’Este nel 1492, chiamò Bramante a costruire la Tribuna mentre Leonardo dipingeva il Cenacolo nel refettorio: due geni al lavoro a pochi metri di distanza, nella stessa stagione. Il 29 marzo di quell’anno l’arcivescovo Guidantonio Arcimboldi benedì la prima pietra. Era l’inizio di qualcosa che avrebbe cambiato il volto di Milano.

La cena: cinque portate ispirate al Codice Romanoff
La cena si svolge nel chiostro maggiore, con un allestimento placée che non lascia nulla al caso. Il menu di chef Babila Cagelli nasce dagli Appunti di cucina di Leonardo da Vinci raccolti nel Codice Romanoff . Un manoscritto dall’attribuzione discussa tra gli studiosi, custodito all’Hermitage di San Pietroburgo, che da secoli alimenta la leggenda gastronomica del maestro toscano.
Si apre con il Caviale su pannacotta di cavolfiore, caramello allo yuzu e germogli di rucola: reinterpretazione di una ricetta che univa il cavolfiore alle uova di storione. Segue la Zuppa affumicata di Gaudio, ispirata a una preparazione leonardesca di pomodoro e legumi. Leonardo la affumicava direttamente sul fuoco; lo chef affumica i pomodori prima della cottura.
Il piatto più narrativo della serata Cena al Cenacolo sono gli Spaghetti alla milanese. «Si rifanno a una macchina» – spiega Cagelli «i cui disegni compaiono nei Codici, che produceva fili di pasta chiamati Stringhe Edibili, serviti nei banchetti di Ludovico il Moro. Lo zafferano nell’impasto omaggia il risotto, il piatto milanese per eccellenza». A seguire lo Storione su lattuga liquida: il pesce d’acqua dolce ricorre spesso negli scritti di Leonardo. chiude la Cupola di crema toscana con cioccolato fondente, crumble di prugne e pinoli. Quest’ultimo un dolce che è insieme omaggio alle origini toscane del maestro e catalogo degli ingredienti più preziosi del Cinquecento. A conclusione di ogni serata, agli ospiti viene donato un libro commemorativo con le fotografie della serata. Un sigillo, materiale e tangibile, per qualcosa che altrimenti rischierebbe di sembrare un sogno.
Chi è Massimiliano Babila Cagelli, e cos’è davvero Tavolo Unico
Per capire La Cena al Cenacolo bisogna capire Tavolo Unico, e per capire Tavolo Unico bisogna conoscere il suo ideatore. Prima di diventare chef, Massimiliano Babila Cagelli è stato primatista italiano dei 200 rana e della staffetta 4×100 mista, con sedici titoli nazionali e cinquantasei convocazioni in Nazionale. Poi ha fondato un’agenzia di comunicazione, poi si è reinventato cuoco autodidatta. «Lo sport mi ha insegnato a puntare sugli obiettivi», racconta. Una lezione che si vede in ogni aspetto di ciò che ha costruito.
Nel 2021 ha aperto Tavolo Unico nella villa di famiglia a Busto Arsizio, in via Bellini, in provincia di Varese. Cinque sale, ognuna con un unico tavolo, ognuna dedicata a un universo artistico: la sala De Chirico, quella Dalì, le stanze di Romeo e Giulietta e di Paolo e Francesca, e la sala 509 – il numero di anni tra il completamento della Cappella Sistina nel 1512 e l’ultima opera acquisita dalla collezione, datata 2021. Da gennaio 2025 si è aggiunto il bistrot Olio su Tela, con un pianoforte a coda che separa le due anime del locale.
Le pareti ospitano 104 opere originali dalla collezione di famiglia Babila Cagelli: Picasso, Dalì, Renoir, Klimt, Modigliani, Chagall, Miró, Guttuso, Warhol e un bronzo di Rodin, tra gli altri. Il Renoir – Poisson sur feuille vert, natura morta di pesci e foglie – è l’unico caso al mondo di una tela del pittore impressionista esposta in un luogo pubblico che non sia un museo. «La sofferenza passa, ma la bellezza resta», dice lo chef. È con questa convinzione che ha aperto la sua collezione agli ospiti.
Il prossimo passo: un museo dove si potrà anche cenare
Babila Cagelli guarda già oltre. A breve Tavolo Unico si sposterà in un grande spazio nelle vicinanze della sede attuale, capace di ospitare oltre quattrocento opere. Nascerà qualcosa che in Italia non esiste ancora: un museo dove sarà possibile cenare. Non una galleria con un ristorante annesso, ma un luogo pensato fin dall’origine per far convivere arte e cucina sullo stesso piano. I dettagli – location esatta e data di apertura – sono ancora riservati. Ma chi conosce Cagelli sa che tra il dire e il fare, nel suo caso, la distanza è sempre stata molto breve.
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