In questi giorni Nel 1932 uscì The Most Dangerous Game, un film che rappresentava ciò che la società faceva finta di non sapere da sempre, ovvero che per alcuni uomini la preda più eccitante è un altro uomo. Un aristocratico russo, invita a cena dei naufraghi sbarcati sull’isola da lui posseduta. Poi li lascia nella giungla e dà il via alla caccia. Non per crudeltà, dice lui, ma per reintrodurre l’equilibrio naturale della sfida. Lo spettatore di quel tempo poteva ancora illudersi che fosse una metafora utilizzata per esorcizzare la violenza che risiede in noi: la caccia come simbolo di guerra, imperialismo e capitalismo. La storia dei cecchini di Sarajevo ci dimostra che non è così.
Novant’anni dopo, l’idea continua a esercitare il suo fascino. Ha solo cambiato continente, protagonisti e forse anche giustificazioni morali. Ice-T braccato da uomini in giacca di tweed (Surviving the Game), Van Damme che salva senza tetto ridotti a selvaggina per miliardari annoiati (Hard Target), i reality distopici di Running Man e The Hunt dove la distinzione tra intrattenimento e sterminio è una questione di formato televisivo.
Ci piace credere che si tratti di esagerazioni hollywoodiane, che nella vita reale nessuno sarebbe disposto a pagare per vivere l’emozione di uccidere un essere umano. Eppure, come in tutte le storie che sembrano troppo incredibili per essere veritiere, ogni tanto la realtà ci ricorda che la fantasia non è altro che un suo sotto-genere.

Cecchini di Sarajevo: il documentario che ha svelato l’orrore
Nel 2022, un documentario sloveno, Sarajevo Safari, ha raccontato di uomini che, durante l’assedio di Sarajevo (oltre 1400 giorni dal 1992 al 1995) venivano dall’estero, pagavano in contante e sparavano ai civili per divertimento. Persone ricche, colte e spesso provenienti da Occidente: erano conosciuti come turisti di guerra.
Oggi la stampa li chiama i “cecchini di Sarajevo”: li conducevano su alture sicure, fornendo loro fucili di precisione, da dove potevano osservare la città come se fosse una riserva di caccia. “Per provare l’adrenalina di un vero conflitto”, affermava una delle testimonianze. Sembrava, già allora, una leggenda urbana mascherata da denuncia: un tipo di orrore che affascina i festival poiché consente di provare compassione senza sentirsi complici. Ma le leggende hanno il brutto vizio di non concludersi nei titoli di coda.

Nel novembre 2025, a Milano, la procura ha avviato un’inchiesta. L’ipotesi, secondo l’esposto del giornalista Ezio Gavazzeni su cui sta indagando, contro ignoti, la Procura, è quella di omicidio volontario plurimo aggravato da crudeltà e motivi abietti. Non ci sono condanne, né nomi noti al pubblico, ma ci sono esposti, testimonianze e un tariffario dell’orrore: i bambini “costavano di più”, poi venivano gli uomini, le donne, e infine gli anziani che “potevano essere uccisi gratis”. È un dettaglio talmente indecente, quello emerso dall’inchiesta di Milano, da apparire inventato.
C’è qualcosa di tragico in questa coincidenza: The Most Dangerous Game rappresenta la favola dell’uomo cacciatore, mentre Sarajevo Safari ne offre una versione documentaria. Oggi la cronaca giudiziaria sembra dimostrare che entrambe siano, in effetti, dei reportage.
Quali sono le nostre responsabilita?
Le notizie in questi giorni stanno rimbalzando su tutti i media. La ricerca di risposte ci attanaglia, sfocia quasi nel voyeurismo. Perché non riusciamo mai a distogliere lo sguardo? Sappiamo che l’orrore è presente, eppure ci ritorniamo, come qualcuno che gratta una ferita per accertarsi che ci sia ancora dolore. Forse è per lo stesso motivo per cui The Most Dangerous Game continua a essere riproposto da un secolo: non tanto per la violenza, ma per la promessa che racchiude. La promessa che esista ancora qualcosa di autentico, di tangibile, in un mondo in cui tutto è mediatizzato. L’adrenalina, il respiro affannato, la linea che divide chi osserva da chi agisce.
Non è più necessario nemmeno sparare, basta guardare, condividere, commentare. La tecnologia ha trasformato tutti in potenziali spettatori del safari. C’è chi va a caccia nei videogiochi, chi scorre video di guerra su TikTok, chi scrolla notizie di massacri con la stessa distrazione con cui si guarda un tutorial di cucina. Condanniamo i cecchini di Sarajevo seduti sul divano, ma restiamo comunque a guardare. E allora ci si domanda se davvero la differenza tra chi ha pagato per sparare a un bambino e chi ne legge la notizia sia così abissale. O solo una questione di grado e di distanza.

Dal caso Cantat – Trintignant a Elisa Claps, la cronaca nera rivive in televisione
Le miniserie Netflix riaccendono i riflettori su i casi di cronaca nera più discussi, in un crescendo di storie vere, tra inchiesta e rappresentazione, che hanno segnato l’immaginario collettivo. di Giovanni Ramacci
Indagine di Milano: qual è lo stato dell’arte?
L’indagine di Milano, per ora, è sospesa in un zona d’ambiguità: il momento in cui un fatto non è ancora vero ma non è più inventato. Ci sono dossier, esposti, una procura che indaga, e una verità che fluttua, come un corpo che deve ancora emergere a galla. L’ipotesi però, anche se non fosse mai provata, dice già abbastanza. Noi, spettatori occidentali, facciamo quello che sappiamo fare meglio: guardare, analizzare, commentare. E poi cambiare canale. Intanto aspettiamo che qualcuno, da un’aula di tribunale, ci dica se la storia dei cecchini di Sarajevo è vera o solo un’altra sceneggiatura andata storta.
Italiani sotto accusa
Alla fine resta sempre il silenzio. Non quello eroico dei memoriali, ma quello viscoso dei corridoi giudiziari.
Si dice che tre — o forse cinque — italiani siano sotto indagine. O meglio, se ne stanno cercando le generalità, la loro presenza sarebbe confermata. Uomini ricchi, appassionati di armi, legati ambienti politici di estrema destra. Non ci sono prove definitive, eppure l’immagine insostenibile esiste già: un uomo occidentale, ben nutrito, che alza un fucile e guarda un bambino attraverso un mirino.
È un’immagine che non si può cancellare, anche se un domani un tribunale la dovesse dichiarare inesistente. Non serve credere o non credere: un mondo in cui una cosa del genere può accadere è un mondo che ha già smesso di credere in se stesso. E noi ci viviamo dentro, continuando a raccontarcelo come fosse un film.

Lo schermo ci aiuta a sopravvivere in un mondo marcio?
Perché la verità è che abbiamo bisogno della distanza per sopravvivere: del formato 16:9, della voce narrante, del filtro ironico. Ci proteggiamo dietro la grammatica della notizia — inchiesta aperta, nessuna condanna, verifiche in corso — come se bastasse la sintassi per separarci dal contenuto. Ogni tanto però, in mezzo alle frasi prudenti dei comunicati stampa, si sente ancora un rumore secco. Un colpo che non si può più attribuire a un film.
Ed è lì, in quella frazione di secondo, che si capisce che The Most Dangerous Game non è mai finito. Ha solo cambiato set, lingua e indirizzo IP. Il resto — i dossier, le smentite, le indagini — arriverà. Nel frattempo, noi continueremo a guardarci allo specchio e a chiederci chi sia la preda, chi il cacciatore. E chi l’operatore che tiene ferma la camera.
Inserisci commento