La chiamano La Manquita. Incompiuta da cinque secoli, è diventata nel tempo parte dell’identità della città. Tra errori, interruzioni e un tetto mai davvero esistito, la sua storia è intrigante.
A Malaga la chiamano La Manquita. La monca. È uno di quei soprannomi che a un certo punto diventano più precisi del nome ufficiale. La Cattedrale di Málaga, in effetti, è proprio questo: una cattedrale a cui manca qualcosa; una torre, certo, ma anche una fine. Non è un dettaglio architettonico ma una condizione, e come tutte le condizioni che durano abbastanza a lungo finisce per diventare identità.

Una storia incompiuta lunga 5 secoli
La storia comincia nel 1528, quando cominciano le costruzioni sopra ciò che resta della grande moschea della città, pochi decenni dopo la conquista cristiana. L’idea è quella classica della Reconquista: costruire un segno definitivo, solido, visibile, del nuovo corso della Storia. Solo che quel progetto, invece di concludersi, si interrompe. E poi riparte. E poi si ferma di nuovo. Nel giro di due secoli la cattedrale cambia forma senza mai davvero compiersi: il Rinascimento imposta le proporzioni, il Barocco interviene sulle superfici, altri interventi aggiungono dettagli e correzioni.
Quello che in molte chiese e cattedrali europee è accaduto con il sopraggiungere di diversi restauri – la stratificazione di stili diversi -, in questo caso è parte della naturale evoluzione del progetto. È qui, tra partenze e ritardi, che la torre sud non viene mai costruita e la Cattedrale di Malaga diventa la seconda chiesa incompiuta di Spagna.
La Manquita e il suo problema invisibile
Come succede spesso, però, il vero problema non è quello più visibile. Non è la torre mancante a mettere in crisi l’edificio, ma il tetto — o meglio, la sua assenza. Per secoli la cattedrale resta coperta in modo provvisorio, senza una soluzione definitiva davvero efficace. L’acqua entra, filtra, si deposita: non è un danno spettacolare, ma costante. Umidità, infiltrazioni, decorazioni che cedono, pietra che si consuma. È un logorio lento, quasi silenzioso che riscrive continuamente la storia.

Nel frattempo Malaga cambia pelle, diventa una città che investe sulla cultura, che si racconta contemporanea. Con nel suo cuore questa grande, meravigliosa, anomalia a cui tutti si sono abituati. Differentemente dalla Sagrada Familìa che continua ininterrotta da più di un secolo la sua costruzione, seguendo più o meno linearmente il progetto originale di Antoni Gaudì, la Manquita è ferma. Cristallizzata nel tempo non per scelta estetica, ma per mancanza di risorse, per priorità che cambiano, per un progetto che a un certo punto smette di essere urgente. Così l’incompiutezza smette di essere un problema e diventa un fatto.
Dopo 500 anni, qualcosa si muove
Oggi, però, qualcosa si muove. Dopo cinque secoli la città ha deciso di intervenire davvero e sta costruendo un tetto definitivo, basato su un progetto del Settecento mai realizzato. Non è una ricostruzione nostalgica, ma una soluzione che prova a essere coerente con quello che c’è: legno, pietra, tegole che riprendono i colori locali, una struttura pensata per risolvere un problema molto concreto — l’acqua — più che per chiudere una questione simbolica. Ed è qui che il dibattito si riapre. Completare un edificio incompiuto da 500 anni non è un gesto neutro: c’è chi pensa che intervenire significhi tradirne l’identità, cancellare quella imperfezione che l’ha resa riconoscibile, e chi invece guarda alle crepe, all’umidità, ai pezzi che cadono e si chiede quanto ancora possa durare così. Un quesito che mette in campo anche le più moderne e accreditate teorie del restauro, che prevederebbero di lasciare visibili tracce delle varie stratificazioni temporali.

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Le sette torri mancanti
Anche perché c’è un dettaglio che complica tutto: con il nuovo tetto la cattedrale non sarà comunque finita. Secondo i progetti originari, non manca una torre sola, ma sette. Cosa che cambia leggermente la prospettiva. Forse la Cattedrale di Málaga non è un’opera incompiuta nel senso classico, qualcosa rimasto a metà in attesa di essere concluso, ma un edificio che ha incorporato la propria incompiutezza trasformandola in una forma stabile. Un progetto che non si è mai chiuso perché, a un certo punto, ha smesso di averne bisogno.
E adesso che qualcuno prova a finirlo — o almeno a proteggerlo — la domanda non è tanto come sarà, ma se resterà la stessa cosa. Perché a Malaga, da cinquecento anni, quella mancanza non è un difetto: è il modo in cui la città si è abituata a guardarsi.
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