Il Calendario Pirelli 2026 è stato presentato a Praga con grande entusiasmo: undici protagoniste, 22 fotografie, nessun uomo, un concept che trasforma gli elementi naturali in scenografie astratte. C’è il vento, il fuoco, l’acqua, la terra. E poi c’è la macchina narrativa che inevitabilmente accompagna ogni edizione del The Cal (così viene chiamato il calendario più famoso del mondo), quella miscela di aspettative, glamour, mitologia e cronache del giorno dopo. Ma, puntuale come un hashtag, ecco il titolo che rimbalza ovunque, con qualche variante lessicale: “Ben quattro donne over 40 nel nuovo Calendario Pirelli”.
Quattro. Come se fossero una quota anagrafica. Come se fosse una concessione. Come se non fossero – e qui la matematica non mente – la maggioranza del cast.
Calendario Pirelli 2026: 11 donne meravigliose per tutte le età
Perché, nella realtà, il Calendario Pirelli 2026 è costruito quasi interamente da donne che hanno superato soglie diverse della vita adulta: Isabella Rossellini, Tilda Swinton, Eva Herzigová, Susie Cave, Luisa Ranieri, Venus Williams, Du Juan e Gwendoline Christie. A queste si aggiunge Irina Shayk, che compirà 40 anni nel 2026 e che saluta l’età come un “dettaglio”. Una frase semplice, che però sarebbe impensabile leggere nelle cronache che parlano di loro: il dettaglio, per noi, resta ancora tutto. Chiudono il ventaglio di protagoniste l’artista inglese FKA twigs (37 anni) e l’attrice colombiana Adria Arjona (33), reduce dal successo di Andor, la serie televisiva dell’Universo Star Wars che ha trionfato agli Emmy Awards 2025.

Nato nel 1964 e diventato un rito globale
Forse vale la pena ricordare qualche cenno di storia: il Calendario Pirelli nasce nel 1964 come progetto della filiale britannica, un oggetto di lusso non destinato alla vendita, ma regalato a clienti, partner e figure di spicco dell’industria. Una risposta alle strategie di comunicazione di Michelin? Si. Ma anche e soprattutto un prodotto esclusivo per definizione, tiratura limitata, creato per costruire prestigio. Ogni anno un fotografo-autore diverso, spesso un linguaggio visivo che anticipa o registra un’epoca. Talvolta una svolta concettuale.
È un calendario, sì, ma anche un racconto del nostro immaginario collettivo. Quali corpi scegliamo di celebrare? In quali contesti? A chi diamo visibilità? E soprattutto: quali narrazioni decidiamo di associare a quei corpi?
La retorica della “maturità”: un cuscinetto che non rassicura più nessuno
Sølve Sundsbø, il fotografo norvegese che firma il Calendario Pirelli 2026, dice di aver voluto ritrarre “donne mature, con esperienza e profondità”. È una dichiarazione onesta, persino poetica. Ma la parola “matura” resta una delle più ambigue del vocabolario mediatico.
È un aggettivo-cuscinetto: serve a dire “non sono giovani, ma hanno qualcosa da raccontare”. È un aggettivo-tappo: chiude la conversazione prima ancora che possiamo aprirla. Ma, soprattutto, è un aggettivo-sbarra: delimita un recinto. Gli uomini, d’altronde, non sono mai “maturi”: sono leggende, veterani e maestri. Le donne, invece, diventano “mature” come se fossero un frutto che si controlla al tatto.
E qui sta il cortocircuito: il The Cal 2026 mette in scena corpi adulti, magnetici, consapevoli, ma l’ecosistema mediatico li riduce a un dato anagrafico. Non importa quanto sia sofisticata la tecnologia utilizzata per ricreare fuoco e vento, o quanto concettualmente interessante sia l’idea di far dialogare i corpi con gli elementi naturali. Alla fine, la notizia resta quella: hanno più di quarant’anni.

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Cosa dicono le donne del Calendario Pirelli 2026 (e cosa non dicono mai)
Poi però si ascoltano loro, le protagoniste, e tutto si ricompone. Non parlano mai di età. Parlano di lavoro. Venus Williams scherza sullo stretching, sul fuoco che attraversa il suo scatto, sull’allenamento quotidiano. Annuncia il ritorno in campo: un corpo che fa, non un corpo che spiega perché è ancora qui. Eva Herzigová racconta l’acqua, la fiducia, il lasciarsi andare come gesto professionale, non come confessione. L’età non entra nel quadro: entrano la tecnica, la fatica, l’abbandono. Irina Shayk dice: “l’anno prossimo compio 40 anni, e questa chiamata è la prova che l’età è solo un dettaglio”. Una frase che sottintende altro: per lei è un dettaglio insignificante, un po’ meno per noi che continuiamo a farne una notizia.
Gwendoline Christie, reduce dalla seconda stagione di Mercoledì su Netflix – no spoiler-, parla di libertà creativa, di un’immaginazione che la porta “oltre la stratosfera”, di un lavoro che nasce da conversazioni vere. Non dal conto alla rovescia dei compleanni. E poi ci sono Tilda Swinton e Isabella Rossellini, presenze che non hanno mai avuto bisogno di giustificarsi, né di presentazioni: fanno parte di un linguaggio visivo globale. Sono icone non per l’anagrafe, ma per ciò che hanno costruito in decenni di carriera.

Noi, l’età e la lente che non sappiamo togliere
Il vero problema non è il calendario. È il modo in cui noi — media, pubblico, cultura pop — continuiamo a leggere l’età femminile come se fosse un titolo obbligatorio. “Ben quattro over 40” è, nei fatti, un titolo che dice più sul nostro sguardo che sulle donne ritratte. Svela che pensiamo ancora alla giovinezza come unico standard estetico e alla maturità come deviazione sorprendente. Eppure, se c’è una cosa che Calendario Pirelli 2026 racconta con chiarezza, è che i corpi adulti non hanno bisogno di permessi speciali per esistere in un immaginario visivo. Non devono ringiovanire, né difendersi, né farsi leggere attraverso un filtro.
Hanno una storia, una professione, un’estetica e un’autonomia. Tutto il resto — l’età, i titoli, le soglie — è un problema che ancora non abbiamo risolto noi. La vera rivoluzione non è fotografarle. È smettere di contarle.
Una realtà ben oltre l’estetica
Il Calendario Pirelli 2026 è un oggetto curato, artistico, impeccabile nelle sue premesse. Ma il significato culturale non è nelle scenografie naturali, né nel ritorno del nudo come presunto atto di libertà. Sta nell’imbarazzo che ancora proviamo di fronte all’evidenza: le donne adulte esistono, lavorano, posano, si espongono, interpretano. E lo fanno benissimo.
La vera rivoluzione non è aver riempito il Calendario Pirelli di “donne mature”. La vera rivoluzione sarà quando non dovremo più chiamarle così. Quando non sarà più una notizia. Quando vedremo il loro lavoro prima del loro certificato di nascita. E quel giorno — forse — potremo guardare davvero le foto. Non le anagrafiche.
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