Dalla notte di Zenica al dossier dimenticato di Roberto Baggio: le ragioni strutturali di un fallimento annunciato.
Quello della caccia al colpevole è uno degli sport preferiti dagli italiani, ogni volta che si verifica qualche avvenimento significativo e doloroso: e la crisi del calcio italiano è un avvenimento significativo e doloroso. Sgombriamo subito il campo da equivoci: c’è di peggio, al mondo, di una Nazionale di calcio che non si qualifica ai Mondiali per tre volte di fila. Si tratta però di un fallimento degno di nota. Sopratutto considerato che il calcio rappresenta una delle passioni principali del nostro Paese, divenuto, nel tempo, un paese di santi, navigatori, poeti e anche commissari tecnici. Arrivati a questo punto, bisogna chiedersi come sia stato possibile ridurci così, dopo anni in cui ci eravamo fregiati di un’elevata competitività della selezione azzurra e delle nostre squadre di club, anch’esse in evidente crisi.

Dopo Zenica, le polemiche e le scuse di Gravina
Dopo il tracollo in Bosnia, le polemiche sulle responsabilità sono partite praticamente dall’istante zero. A rinfocolarle, le surreali dichiarazioni del presidente FIGC Gabriele Gravina a fine gara. Gravina ha respinto qualsiasi ipotesi di dimissioni, demandate al Consiglio Federale, e ha auspicato la permanenza in panchina del ct Gattuso, del capodelegazione Buffon e di altre figure. Non contento, ha anche affermato che “gli altri sport attualmente di successo in Italia beneficerebbero del “dilettantismo“. Raggiungendo il parossismo dell’indecenza affermando che “il calcio, in quanto sport professionistico, avrebbe vita più difficile per sua natura“.
Un’arrampicata sugli specchi. Che però, a pensarci bene, non dovrebbe più sorprenderci: siamo ormai abituati a scuse e giustificazioni ben oltre il limite del patetico, da parte di personaggi con un attaccamento patologico alla propria poltrona. Di chi è la colpa crisi del calcio italiano, dunque? Non c’è pretesa, da parte di chi scrive, di avere necessariamente la verità in tasca. Ma si possono individuare dei filoni plausibili, e provare a smontare alcuni luoghi comuni in materia.

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Come sempre in questi casi, si tende a individuare come primo responsabile nell’allenatore. D’accordo, Gattuso avrebbe potuto fare meglio, e qualche scelta non ha convinto del tutto. Ma non è che il novero degli arruolabili permettesse decisioni tanto diverse. Prendersela con lui significherebbe non aver compreso la vera natura del problema, tanto più che altri avevano già fallito prima di lui. I giocatori sono parimenti criticabili per gli errori commessi a Zenica, ma, considerando che hanno dovuto giocare quasi tutta la partita in inferiorità numerica, non vanno colpevolizzati più del dovuto. Sarebbe ingiusto, per dirne una, crocifiggere Pio Esposito – un ragazzo di vent’anni – per un calcio di rigore sbagliato, per quanto malamente.

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La questione dei talenti: un falso mito da smontare
Da tempo si parla della carenza di talenti nel calcio italiano. È vero che rispetto ad alcuni decenni fa possiamo contare su giocatori meno forti. Ma non è affatto vero che le nuove leve siano prive di potenziale. Lo dicono i risultati delle nazionali giovanili nell’ultimo ventennio, tutt’altro che disastrosi.
La nazionale Under 21 non vince dal 2004, ma agli Europei di categoria è stata finalista nel 2013 e semifinalista nel 2009 e nel 2017. L’Under 20, ai Mondiali del 2017, 2019 e 2023, ha portato a casa rispettivamente un terzo, un quarto e un secondo posto. Un trionfo europeo nel 2023, tre secondi posti (2008, 2016, 2018) e due semifinali – 2002 e 2024 – per l’Under 19. Fresca di titolo europeo nel 2024, semifinalista nel 2025, seconda nel 2013, 2017 e 2018, terza nel 2005 e nel 2009 per l’Under 17. Con in più un terzo posto ai Mondiali nel 2025. Tutta questa assenza di caratura tecnica a livello giovanile, dunque, non si avverte. E allora, qual è il problema?

Il dossier Baggio: 900 pagine finite nel cassetto
Le avvisaglie dello sfacelo attuale del calcio italiano si erano già intraviste circa tre lustri fa. Nel 2010, da campioni in carica, ai Mondiali sudafricani uscimmo al primo turno senza vittorie, in un girone più che abbordabile con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Uscita in malo modo anche quattro anni dopo, in Brasile, in un girone più complicato, ma con la sconfitta contro il non trascendentale Costa Rica. E l’incapacità di strappare un pareggio all’Uruguay nell’ultima gara. In mezzo, un secondo posto agli Europei e un terzo nella defunta Confederations Cup avevano illuso che in Sudafrica fosse stato un incidente doloroso ma casuale.
Il piano che non fu mai applicato
Nel frattempo, era arrivato anche il corposo dossier firmato da Roberto Baggio. Il 4 agosto 2010, chiamato dall’allora presidente FIGC Giancarlo Abete, Baggio assunse il ruolo di presidente del Settore Tecnico della Federazione, dedicandosi anima e corpo all’analisi della situazione. In un documento di 900 pagine presentato a novembre 2011, spiegava cosa si sarebbe dovuto fare per il rilancio. Partendo dalla differenziazione degli allenamenti dei giovani, basandoli più sullo sviluppo della tecnica individuale e meno sulla tattica e sulla fisicità. Poi migliore formazione degli allenatori; organizzazione capillare dello scouting articolata in 100 distretti territoriali in tutto il paese; ricorso alla digitalizzazione per creare archivi di dati e individuare i migliori talenti con parametri rinnovati.
Se ne è parlato spesso, in questi anni. Quel dossier rimase lettera morta, e Baggio – nel gennaio 2013 – rassegnò le dimissioni, denunciando di non aver avuto libertà nell’operare. Parole che, oggi, suonano come un atto d’accusa ancora irrisolto.
Il sistema dei procuratori e il corto circuito tra i vivai e il professionismo
A parole, nessuno ignora che occorrerebbe fare qualcosa per far crescere meglio i talenti del nostro calcio. All’atto pratico, le cose vanno molto diversamente, al di là della retorica del “calcio di strada” che non si gioca più. È evidente che qualcosa non torna se calciatori talentuosi ci sarebbero, ma faticano a emergere. Così come se calciatori di 23 anni vengono considerati “acerbi” ma non gli si dà la possibilità di giocare, sbagliare, crescere, maturare.
Influiscono, chiaramente, le manovre dietro le quinte di tanti procuratori che sponsorizzano determinati calciatori invece di altri. E con le società che preferiscono questo tipo di investimenti e privilegiano certi rapporti economici invece di puntare su giocatori realmente promettenti. Spesso preferendo attingere al calderone di giovani stranieri invece di valorizzare i talenti nostrani.
Il caso Tavecchio e una questione mal posta
Tornano alla mente le dichiarazioni di Carlo Tavecchio pronunciate nel luglio 2014, durante la campagna per la presidenza FIGC – quelle su “Optì Pobà” – espresse in una forma orrenda e inqualificabile, che gli costarono giustamente la gogna mediatica e una sospensione UEFA di sei mesi. Il ragionamento alla base di quelle parole, tuttavia – depurato dall’involucro vergognoso in cui fu espresso – poneva una questione che forse avrebbe meritato un approfondimento serio. Come valorizzare i talenti italiani evitando che vengano sistematicamente scavalcati da giovani stranieri, senza per questo chiudersi in un’autarchia anacronistica.
Non è pensabile, naturalmente, reagire oggi come nel 1966. All’indomani della disfatta contro la Corea del Nord ai Mondiali inglesi, la FIGC decise di chiudere le frontiere agli stranieri, una limitazione rimasta in vigore di fatto fino al 1980. Il contesto è troppo diverso. Ma sarebbe il caso di introdurre correttivi e meccanismi premianti nei confronti delle squadre che decidano di lanciare con più continuità e coraggio calciatori italiani formati nei propri vivai.

La cultura tossica del risultato immediato e la tutela dei “brand”
La ricerca di soluzioni, con alla base l’idea di privilegiare rendite di posizione ataviche e salvaguardare il portafogli dei soliti noti, ha prodotto risposte grottesche e drammaticamente lontane dall’obiettivo. Quando si sente dire che il problema del calcio italiano è la pirateria televisiva, quando si cercano fondi con iniziative come la Supercoppa in Arabia o una gara di campionato in Australia, non si fa altro che spostare l’attenzione. E gettare fumo negli occhi.
“Too big to fail”: quando proteggere i grandi club danneggia tutto il calcio italiano
Ha influito gravemente anche la logica secondo cui “i brand delle grandi società vanno tutelati”. Non premiando logiche meritocratiche, ma proteggendo indebitamente le società più importanti nei momenti di difficoltà, in campo e fuori. Quando una big del nostro campionato incontra qualche risultato negativo, tendenzialmente accadono due cose: la squadra abbandona qualsiasi tentativo di evoluzione e torna immediatamente a formule sparagnine “all’italiana”. In caso di bisogno arrivano anche gli aiuti arbitrali, stroncando a catena le buone idee che altri allenatori e squadre potrebbero apportare alla crescita del movimento.
Il risultato netto è disabituare i calciatori ad affrontare difficoltà reali sul terreno di gioco. I fallimenti della Nazionale e dei club italiani nelle coppe europee si spiegano anche così. E nulla ha a che fare il presunto deficit degli arbitri italiani nell’applicare il metro di giudizio “all’inglese”. È vero che in Italia si gioca troppo poco a livello di tempo effettivo, ma il ritmo di gioco andrebbe migliorato con una gestione più coerente delle direzioni di gara, penalizzando per davvero il gioco ostruzionistico.
Conclusione: siamo oltre, il calcio italiano come “il Gattopardo”
Riassumendo: siamo ben oltre il celebre paradosso immortalato ne Il Gattopardo, il “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Da tempo, siamo al non cambiare nulla e basta. Finché sarà così, difficile pensare che si possa tornare ai fasti del passato per grazia ricevuta. Allo stato attuale, è anche complicato essere ottimisti su una vera rivoluzione. Forse è il caso di abituarsi fin d’ora all’idea che tra quattro anni – e tra quattro ancora – la situazione potrebbe essere la stessa. A meno di reali, epocali stravolgimenti.
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