Imperdibile Bugs Bunny at the Symphony con orchestra dal vivo. Il concerto-evento però è anche un modo per ricordare quanto Rossini, Wagner e la musica classica siano passati nell’immaginario pop attraverso inseguimenti e gag.
Prima ancora di diventare nostalgia, Bugs Bunny è stato una delle porte laterali più efficaci attraverso cui la musica classica è entrata nell’immaginario popolare. Molti spettatori hanno incontrato Rossini, Wagner o Strauss non in teatro, non in conservatorio, non dentro una playlist ragionata, ma attraverso un coniglio che faceva impazzire Taddeo, un’anatra isterica, un coyote destinato al fallimento e una quantità impressionante di gag.
È da questa intuizione che nasce anche il senso di Bugs Bunny at the Symphony, il concerto creato da George Daugherty e David Ka Lik Wong che il 2 e 3 maggio 2026 arriva per la prima volta all’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo, con i classici Looney Tunes proiettati sul grande schermo e l’Orchestra Sinfonica di Milano diretta dallo stesso Daugherty.
Bugs Bunny at the Symphony arriva a Milano
L’occasione è doppia: gli 85 anni di Bugs Bunny e i 35 anni dello spettacolo, nato per riportare quei corti dentro una sala da concerto, con tutta la potenza fisica dell’orchestra. Nel programma milanese sono annunciati sedici classici Looney Tunes, tra cui The Rabbit of Seville, What’s Opera, Doc?, Baton Bunny, Corny Concerto, Long-Haired Hare, insieme alla prima mondiale di un nuovo cortometraggio animato dedicato all’85º compleanno di Bugs Bunny. Sullo schermo passeranno Bugs Bunny, Daffy Duck, Taddeo, Silvestro e Titti, Beep Beep e Willy il Coyote. Ma il punto non è soltanto vedere questi personaggi iconici con l’orchestra dal vivo. Il punto è ricordarsi che, nei Looney Tunes, l’orchestra c’è sempre stata.

L’intuizione di George Daugherty
George Daugherty lo ha raccontato bene in un’intervista al New Yorker, parlando della nascita del progetto e della sua intuizione iniziale: portare nelle sale da concerto un pubblico che normalmente non le frequentava, ma anche restituire spazio e dignità a un repertorio sinfonico legato al cinema e all’animazione, spesso trattato come figlio di un dio minore. Il progetto, presentato in varie forme fin dal 1989, partiva da un’idea semplice e molto efficace: usare Bugs Bunny come chiave d’accesso a un determinato registro culturale.
Nella stessa intervista, Daugherty racconta anche il dettaglio più interessante: da bambino guardava quei cartoni senza sapere che, dietro le gag di Bugs, Daffy, Taddeo o Willy il Coyote, stava ascoltando Wagner, Rossini, Smetana, von Suppé, Tchaikovsky, Liszt e Strauss. Non erano lezioni di musica classica, naturalmente. Erano inseguimenti, travestimenti, rasoi da barbiere, elmi vichinghi, cadute, esplosioni, tempi comici perfetti. Ma proprio per questo funzionavano: la musica non veniva spiegata, veniva assorbita. Ed è circa nel 1989, quando era “impegnato in concerto normali” come lui stesso sottolinea più volte, che gli viene l’idea che ancora oggi delizia innumerevoli spettatori.
Quando la musica classica diventa una gag perfetta
I Looney Tunes prima e Daugherty dopo, hanno fatto una cosa che oggi chiameremmo divulgazione pop, ma senza l’aria della divulgazione: hanno portato la musica classica dentro l’immaginario quotidiano, trasformandola in ritmo, gag, memoria visiva. Prima ancora di sapere chi fosse Figaro, molti spettatori avevano già in testa Il barbiere di Siviglia. Prima ancora di incontrare Wagner a teatro, avevano visto Taddeo inseguire Bugs Bunny dentro una parodia gigantesca e irresistibile dell’opera romantica.
La differenza sta nel modo in cui quei corti usavano la musica. Nei Looney Tunes la partitura non è quasi mai un semplice sottofondo elegante, messo lì per dare prestigio all’immagine. È una macchina comica. Detta il tempo dell’azione, prepara la gag, accelera la corsa, organizza la caduta, costruisce l’attesa e spesso la risolve. In altre parole: non accompagna il cartone, lo fa muovere.

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Le note sono delle vere protagoniste
Questa relazione tra gag e partitura non nasce per caso. Nei corti Warner la musica era parte della scrittura comica: entrava nei movimenti dei personaggi, nei cambi di scena, nelle accelerazioni improvvise, nei silenzi prima della caduta. Il lavoro di compositori come Carl Stalling e Milt Franklyn ha costruito una lingua rapidissima, fatta di citazioni classiche, melodie popolari, frammenti d’opera, effetti sonori e tempi da slapstick. Una specie di montaggio musicale continuo, in cui ogni gesto aveva un peso ritmico e ogni battuta poteva diventare una nota.
Rossini, Wagner e il genio musicale dei Looney Tunes
Anche il New Yorker, raccontando il progetto di Daugherty, insiste su questo aspetto: le esecuzioni dal vivo riportano in primo piano proprio la musica scritta per quei corti, spesso ricostruita e sincronizzata con un lavoro tecnico tutt’altro che banale.
Basta pensare a The Rabbit of Seville (Il coniglio di Siviglia), dove Rossini diventa un inseguimento travestito da barbiere. Non serve conoscere Il barbiere di Siviglia per ridere, tutt’altro. Il corto funziona perché usa la velocità, la brillantezza e la precisione dell’ouverture come struttura comica. Bugs non “cita” Rossini: ci entra dentro, lo manomette, lo piega alla gag, lo rende immediato senza renderlo più povero.

Ancora più spregiudicato è What’s Opera, Doc?, che prende Wagner — cioè uno dei massimi monumenti dell’opera europea — e lo comprime in pochi minuti di melodramma assurdo, fulmini, elmi cornuti, travestimenti e inseguimenti. È parodia, certo. Ma è anche uno dei modi in cui l’immaginario wagneriano è diventato riconoscibile a un pubblico molto più vasto di quello dei teatri d’opera. La gag non distrugge Wagner: lo rende memorabile.
Perché Bugs Bunny at the Symphony funziona ancora oggi
Forse è proprio per questo che Bugs Bunny at the Symphony continua a funzionare dopo trentacinque anni. Non è soltanto il piacere di rivedere personaggi che appartengono alla memoria collettiva, né solo l’effetto spettacolare dello schermo gigante con l’orchestra dal vivo. È il ritorno in sala di un cortocircuito culturale raro: quello in cui la cultura pop non semplifica la musica classica, ma la rimette in circolo. La porta fuori dall’idea di repertorio intoccabile e la restituisce al corpo, al riso, al movimento, alla memoria infantile. Un effetto molto diverso da quello a cui invece siamo abituati con le rappresentazioni di film epici con accompagnamento orchestrale (basti pensare ad Harry Potter o La La Land, ma il repertorio è vasto), dove musica e film corrispondono, sono stati pensati insieme e questo effetto di approfondimento culturale non sussiste.
Visti con l’orchestra dal vivo, quei corti cambiano leggermente prospettiva. Non perdono nulla della loro velocità, della loro assurdità, della loro comicità anarchica; semplicemente, mostrano l’impalcatura che li tiene in piedi. Dietro Bugs Bunny che canta, scappa, dirige o sabota, c’è una scrittura musicale precisissima. Dietro una martellata in testa a Taddeo, spesso c’è una scelta orchestrale. Il concerto milanese funziona allora non solo perché riporta i Looney Tunes sul grande schermo, ma perché fa sentire davvero quello che i cartoni avevano sempre nascosto benissimo: la musica classica non era un ornamento, era il motore della gag.
Dalla sala al cartone, e ritorno
In un tempo in cui tutto deve essere spiegato, introdotto, mediato, reso accessibile, i Looney Tunes ricordano una cosa quasi sovversiva: a volte la divulgazione migliore è quella che non si dichiara. Nessuno fermava Bugs Bunny per dire “adesso ascolterete Rossini”. Nessuno preparava il pubblico a Wagner prima di una martellata in testa a Taddeo. Eppure quelle musiche sono arrivate lo stesso, forse proprio perché non chiedevano permesso.
A Milano, il 2 e 3 maggio, tornano da dove in fondo erano sempre venute: dall’orchestra. Solo che nel frattempo sono passate per un coniglio, un’anatra, un coyote sfortunatissimo e una quantità imprecisata di esplosioni. E forse è anche per questo che ce le ricordiamo ancora.
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