In Bruce Springsteen Liberami dal nulla, il regista Scott Cooper riesce a tenere le redini e a raccontare l’essenza del lavoro e della vita di The Boss, addentrandosi in uno dei periodi più difficili e creativi della sua vita. Quelli che hanno dato forma al mito.
Divenuto celebre con l’appellativo di “The Boss”, per aver preso anche le redini del suo storico gruppo degli E Street Band, Springsteen questo soprannome non l’ha mai amato. Ma gli si è incollato addosso per via di quel carisma e quel naturale ascendente che lui ha sempre esercitato sul proprio palco e sul proprio pubblico. Una voce originale e riconoscibile, potente proprio per il suo essere regina di ombre esistenziali, e di un racconto in chiave rock messo al servizio degli ultimi, di quelli con cui Springsteen si è sempre immedesimato.
Bruce Springsteen e il rapporto con la working class
Un’urgenza espressiva nata dalle sue modeste origini nel New Jersey e inscindibilmente legate alla working class americana. Born to Run (1975), Darkness on the Edge of Town (1978), The River (1980) e la mitica Born in the U.S.A. (1984) sono solo alcuni dei titoli leggendari che fra metà anni 70 e il corso degli anni ’80 hanno portato il cantante americano a raggiungere un successo mondiale a dir poco epico. Parliamo di cifre davvero sbalorditive. Oltre 120 milioni di dischi venduti nel mondo, 20 Grammy Awards, un Oscar (1994 – Migliore canzone originale per la magnifica Streets of Philadelphia), un Tony Award, e perfino la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile americana assegnata a chi si è speso in maniera esemplare per i valori o gli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Un musicista che ha saputo dunque coniugare il successo e il talento musicale con l’impegno civile e la divulgazione di valori di pace a mezzo di una musica sempre intensa e aggregante. Merito soprattutto dei suoi testi strabordanti umanità e dei trascinanti concerti live, pieni di cuore, guidati da un’energia e un fascino senza pari. E del dolore latente impresso nelle parole dei sui brani più iconici, e che ha fatto di Springsteen un “cantante politico”, sempre in linea con la portata rivoluzionaria della sua idea di musica.
Dal Nebraska al mondo
Eppure, nel solco di questo glorioso viale del successo, a rendere Bruce Springsteen l’artista venerato e adorato in tutto il mondo, sono state proprio quelle ombre legate a un’infanzia traumatica. Periodo oscuro che tramite la musica e la ricerca musicale lui ha sempre tentato di domare ed esorcizzare. Ed è all’interno di questo quadro di intima elaborazione di un lutto esistenziale e costruzione del proprio io che sorge l’idea per l’album Nebraska.
Le immagini cruente estrapolate dal Badlands (film del 1973 ispirato ai crimini efferati di Charles Starkweather) di Terrence Malick insieme alle rievocazioni spettrali e in bianco e nero dei suoi anni infantili alle prese con un padre instabile e depresso, daranno infatti al giovane Springsteen l’urgenza di dare forma a qualcosa di davvero intimo e personale. Qualcosa di fortemente diverso, svincolato ai canoni estetici del mercato musicale, e in grado di parlare in maniera diretta di vita, disperazione, vacuità morale e di quel sogno americano sempre più appannato.
Tutto iniziò con una cassetta senza custodia
Quasi un grido di aiuto e di sofferenza, perfettamente sintetizzato in quella frase dal retaggio filo-cattolico “Deliver me from Nowhere – Liberami dal nulla” contenuta nella bellissima traccia Open all night del disco. E nella solitudine della camera nella sua casa a Colts Neck nel New Jersey, con strumenti di registrazione minimalisti (chitarra e voce su un TEAC 144 a quattro tracce), Springsteen darà alla luce Nebraska, un’opera istintiva, una ballata folk imperfetta e incompiuta come diranno quasi tutti attorno a lui, eppure su più fronti illuminante.
Un album che arriverà in mano al suo agente sotto forma di una cassetta impolverata e senza custodia, e la precisa richiesta di essere pubblicato con tutte le sue congenite imperfezioni. Senza alcun tipo di orpello pubblicitario a rilanciarlo sul mercato. Una richiesta ricevuta ovviamente con stupore e preoccupazione ma poi infine accolta, e che si tradurrà nel settembre 1982 in quell’album sincero, insolito, e iconico protagonista di un enorme e inaspettato successo. Seguirà poi la consacrazione definitiva dell’artista con il successivo leggendario album Born in the Usa.
Sony Music ha riproposto in vendita dal 24 ottobre 2025 la versione Nebraska ’82: Expanded Edition, cofanetto speciale disponibile in due formati – 4 LP + Blu-Ray e 4 CD + Blu-Ray – che raccoglie materiale inedito, versioni alternative e la prima esecuzione dal vivo integrale dell’intero disco.

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Jeremy Allen White: un malinconico Bruce Springsteen
Artista eclettico che ha sempre destato altissima curiosità anche nel mondo del cinema, non aveva mai dato il benestare per un film su di lui. Con il progetto Nebraska – in uscita il 23 ottobre, firmato dal talentuoso Scott Cooper (suo anche il bellissimo Crazy Heart) e il nuovo divo di The Bear Jeremy Allen White nei panni inquieti di Bruce Springsteen, qualcosa è cambiato. Perché la fase della genesi di Nebraska e la sua vocazione concettuale, materiale direttamente ispirato a Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska di Warren Zanes, sono probabilmente l’assioma più rappresentativo della complessità e bellezza dell’esistenza umana e autoriale di Springsteen.
Lontano dai consueti canoni del biopic, per nulla agiografico ma piuttosto animato da una verve intimista e realista quasi a filo con il documentario, Springsteen – Liberami dal nulla segue con chirurgica attenzione la fase più difficile e formativa della vita del celebre cantante. E in quella volontà di riprodurre qualcosa di puramente istintivo e viscerale, un modus operandi in qualche modo fotografato anche dal film di Cooper, si rianimano gli abissi emotivi del rapporto con il padre, le difficoltà relazionali evidenziate nel programmatico fuggire di fronte alla possibilità di impegnarsi davvero.

L’uomo prima del mito
Jeremy Allen White, che riproduce in maniera aderente anche gesti e postura del Boss, ancora una volta regala una splendida interpretazione (forse addirittura in odore di Oscar). E sembra quasi doppiare la cifra malinconica e irrequieta del suo Carmy di The Bear. Schivo, introspettivo e totalmente immerso nelle atmosfere cupe dei sui tanti demoni, lo Springsteen di Allen White si rianima però con la musica e nella musica, nella volontà di produrre e regalare agli altri ciò che sente davvero nel profondo. L’allure dell’uomo sofferente, enigmatico e incapace fino alla fine di accettare le dinamiche del successo, fa di lui un uomo comune salvato dal talento e risoluto a restare genuino artefice del proprio destino.
A caratterizzare musicalmente il tutto ci sono i passaggi emblematici di alcune delle canzoni più belle mai scritte, da I’m on fire, passando per Hungry Heart e ovviamente Nebraska fino a Born in the Usa. Un biopic non canonico in cui la musica non è più il fine ma diviene mezzo, tanto che l’uso dei brani è giocato tutto in sottrazione e non prende mai il sopravvento sull’opera, per attraversare le mareggiate della vita restando sempre aggrappati a qualcosa di bello, di un sentimento composito che poi muta in espressione musicale. Scott Cooper mira, e riesce, a ricostruire la persona prima dell’artista, l’uomo prima del mito, regalando un ritratto fortemente intimista e realista del Boss. Un viaggio stimolante tra i chiaroscuri del suo io più verace e malinconico, e alla costante attesa di una “Ragione per credere” (Reason to believe – Nebraska).
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