Per il film di Carolina Cavalli l’attrice ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile nella sezione Orizzonti a Venezia 82. In sala dal 4 dicembre.
Benedetta Porcaroli è inquieta. Almeno sul grande schermo. È giovane, classe 1998, ma la sua filmografia è già lunga – tra i primi set quello di Tutto può succedere, serie uscita nel 2015 -. Se c’è un filo conduttore tra i personaggi che ha interpretato fino a oggi c’è sicuramente quello di non preoccuparsi di piacere a tutti. L’ultimo, Holly in Il Rapimento di Arabella, è forse il più spiazzante e le ha portato fortuna: è stata infatti premiata a Venezia 82 come migliore attrice nella sezione Orizzonti.
In sala dal 4 dicembre, il film di Carolina Cavalli segna la seconda collaborazione tra le due: anche in Amanda (2022), esordio cinematografico della regista e sceneggiatrice, Porcarli interpreta una ragazza incompresa, che preferisce andare al cinema e a rave party invece che lavorare nella farmacia di famiglia.
In Il Rapimento di Arabella si va oltre: Holly è una donna profondamente insoddisfatta della propria vita, che quando incontra una bambina in un parcheggio, Arabella – Lucrezia Guglielmino -, si convince si tratti di se stessa da piccola, venuta dal passato per darle una seconda possibilità.
Tra dialoghi che piacerebbero sicuramente a Quentin Tarantino e guest star di lusso come Chris Pine – cha ha il ruolo di Oreste, padre di Arabella, uno scrittore famoso – ed Eva Robin’s, il film è un road movie con protagonista una classica strana coppia. Un gioco molto interessante sul doppio, in cui Porcaroli dà effettivamente un’ottima prova. E doppia è anche la nostra chiacchierata con Benedetta Porcaroli e Carolina Cavalli.

Benedetta Porcaroli: un’attrice fuori dagli schemi
Perché quindi questa predilezione per personaggi che non si fanno amare subito? Porcaroli: “Trovo che sia molto più interessante indagare quella cosa lì. Non mi piace la rassicurazione, non mi piace la comodità. A me piace vedere delle cose vere anche nella finzione. Anche nelle storie assurde mi piace vedere qualcosa che possa somigliare alla vita. Quindi è impensabile che ci sia una perfezione di fondo. Non bisogna, secondo me, avere paura né di mostrarlo al cinema, né nella vita quello che è il lato brutto, un po’ storto. La bellezza la ritrovo più in quello, che non in una bellezza oggettiva, un po’ patinata”.
Non piacere a tutti può quindi essere considerato un valore? “Non so se lo sia. Ma comunque è una cosa che non si può controllare. O almeno non si dovrebbe. Umanamente tendiamo a cercare di essere parte di qualcosa, di essere amati. È una tendenza naturale. Quindi il fatto di non riceverlo in cambio può essere destabilizzante. Piacere a tutti invece penso sia impossibile” risponde la regista Carolina Cavalli.

L’ossessione di essere speciali per Benedetta Porcaroli e Carolina Cavalli
Un altro tema centrale del film è l’ossessione di essere speciali. La protagonista non si dà pace all’idea di aver perso l’occasione per dimostrare di esserlo. Perché oggi tutti vogliono essere speciali e nessuno vuole essere se stesso? “Ho questa sensazione del fatto che veniamo bombardati dall’idea di essere speciali fin da piccolini”. Continua la regista “Questo l’ho sempre sentito. Ci spingono a comprare delle cose per diventare speciali, oppure una cosa è speciale perché non è accessibile a tutti. Lo noto tantissimo attorno a me. E non ne capisco il valore”.
Per Benedetta Porcaroli invece: “I social in questo senso non hanno aiutato. Perché c’è una spettacolarizzazione delle vite altrui: tu stai a spiare quello che succede nelle case degli altri e ti sembra che la vita altrui sia sempre migliore della tua. Ma poi non sai cosa c’è all’angolo di quello che uno inquadra. Siamo caduti in questa cosa in cui puoi chiaramente fingere, anche se nella realtà tutto è molto diverso. Questo secondo me ha alimentato lo spaesamento della gente normale. Le persone si chiedono: ma dobbiamo arrivare tutti a quella cosa lì? Ma cambierà. Sta già cambiando secondo me”.

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Una scrittura a metà tra cinema italiano e cinema americano
In soli due film Carolina Cavalli ha dimostrato di saper unire il meglio del cinema italiano al meglio del cinema americano. I suoi dialoghi sono strepitosi: spesso surreali, ma comunque molto più pieni di verità di quelli della maggioranza delle pellicole prodotte nel nostro paese, in cui raramente i personaggi parlano come le persone reali.
La regista e sceneggiatrice ci ha spiegato il suo processo: “Mentre scrivo per me non è tanto importante che i dialoghi siano realistici, ma che siano sempre onesti e veri. Questo mi permette di eliminare molte cose che hanno a che fare con la realtà, lasciando più spazio alle parti di dialogo che sono legate all’intimità. In questo modo si può usare un tono un po’ più spostato, più assurdo, ironico. Questa è una grande libertà: io mi diverto proprio mentre scrivo”.
“E io mi diverto proprio mentre recito”, prosegue Porcaroli, spiegando: “Perché è difficile. È una cosa un po’ da equilibristi, perché il tono ti porterebbe verso una cosa magari meno profonda e invece quello è un personaggio che soffre. Del resto l’ironia è, per definizione, qualcosa che cerca sempre di coprire un po’ la tragedia. Per me da attrice è molto interessante da fare: la fatica che fai in quella cosa lì forse è proprio il mestiere dell’attore”.
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