Dalla Garfagnana alla Scozia, andata e ritorno: come un borgo toscano di neanche diecimila abitanti è diventato “The Most Scottish Town in Italy”.
Barga non la trovi sulla strada giusta. Bisogna volerla, imboccare la Valle del Serchio, salire verso la Garfagnana e lasciare che la provinciale si faccia sempre più stretta. Poi, a un certo punto, compare il borgo, con le sue mura medievali e i tetti che guardano verso l’Appennino. Dall’esterno sembra un posto fermo nel tempo. Dall’interno, è una delle storie di migrazione più curiose che l’Italia abbia mai prodotto, e la città più scozzese d’Italia non è, come molti immaginerebbero, da qualche parte lungo il confine nord. È qui, in Toscana, in provincia di Lucca.
Un ponte lungo cent’anni
Tutto comincia alla fine dell’Ottocento, quando dalla Valle del Serchio parte una corrente silenziosa di uomini e famiglie diretti verso nord, verso la Scozia. Non è una scelta romantica: è la risposta a una combinazione di povertà e mancanza di lavoro. Il meccanismo è quello dell’emigrazione di catena, uno dei più potenti che esistano. Uno parte, trova qualcosa, una gelateria, un ristorante, un piccolo take away, e poi chiama un fratello, un cugino, un vicino di casa. Nel giro di qualche decennio quello che era partito come una decisione individuale è diventato un corridoio culturale, abbastanza solido da resistere a due guerre mondiali e abbastanza aperto da non chiudersi mai del tutto.
Il risultato, oggi, è che circa il 60% dei barghigiani ha parenti scozzesi o un legame diretto con la Scozia. Una percentuale che, detta così, suona quasi incredibile per un borgo toscano di neanche diecimila abitanti. Eppure i numeri sono quelli, e la BBC ci ha fatto più di un servizio, e The Scotsman ha scritto quello che a Barga sanno già da generazioni. Ovvero che questo è “The Most Scottish Town in Italy”.
A mettere tutto questo su carta con rigore e affetto ci ha pensato Nicoletta Franchi nel suo La Via della Scozia. L’emigrazione barghigiana e lucchese a Glasgow tra Ottocento e Novecento, pubblicato nel 2012 dalla Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana. Un volume che non è soltanto storia locale, ma una ricostruzione puntuale di come si costruisce un’identità doppia, filo dopo filo, traversata dopo traversata, dal porto di Glasgow alle strade della Garfagnana.

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Chi torna non torna mai nello stesso posto
Il dettaglio che rende la storia di Barga diversa da molte altre storie di emigrazione è il ritorno. Perché qui si torna, e si è sempre tornati. Ma chi torna non ritrova esattamente il punto da cui era partito, e soprattutto non ci torna uguale a com’era. Porta con sé abitudini, ritmi, un accento che non appartiene più a un solo luogo. Porta ricette che in Toscana non esistevano, e modi di stare a tavola, e una certa confidenza con la pioggia che i vicini di casa faticano a capire.
È così che Barga è diventata quello che è: non una Scozia in miniatura, non una Toscana qualsiasi, ma qualcosa di intermedio e irriducibile. Le cornamuse si sentono ai matrimoni. La Sagra del fish & chips è un appuntamento estivo atteso quanto qualsiasi sagra paesana. E nell’aprile del 2024, a suggellare quello che la comunità aveva già cucito da sola nel corso di un secolo, la sindaca di Barga ha siglato patti di amicizia ufficiali con Glasgow e con il South Ayrshire. Barga ha persino il suo tartan: un disegno registrato, con i suoi colori, la sua sequenza di righe, la sua identità tessile. Come un clan.

Michael, il kilt e l’idea giusta al momento giusto
È in questo contesto che ha senso il gesto di Michael. Seduti a un tavolo, con un bicchiere da riempire e una conversazione che scivola tra italiano e inglese senza mai stabilizzarsi del tutto, Michael parla di un kilt. Non un kilt qualsiasi: un kilt nei colori di Barga. Una variazione sul tema, minima nella forma e precisa nel significato. Non vuole replicare la Scozia in Toscana; vuole riconoscere che il confine tra le due cose, a Barga, non è mai stato poi così netto.
Accanto a questa storia c’è lo sguardo di Terry Boyd, fotografo scozzese che attraversa Barga non come turista e non come osservatore esterno, ma come qualcuno che registra e restituisce. Le sue fotografie non documentano un folklore: documentano una familiarità, quella di chi conosce un posto perché ci appartiene, anche senza esserci nato.

Settembre a Barga: quando il legame diventa festa
Ogni anno, all’inizio di settembre, questo intreccio di culture smette di essere storia e diventa evento. Il Barga Scottish Festival, organizzato dall’associazione BargaScot APS, riempie le piazze e i vicoli del borgo di cornamuse, tartan, whisky e balli tradizionali. L’edizione 2026 è in programma dal 4 al 6 settembre, con tre giorni di musica, mercati, degustazioni e incontri che ogni anno richiamano migliaia di persone da tutta Italia e dall’estero. Non è una rievocazione in costume: è una festa che sente genuinamente sua, come se Barga avesse il diritto naturale di celebrare la Scozia perché, in un certo senso, ne fa parte.
Cosa tiene insieme tutto questo
Il tartan, se ci si pensa, è una metafora abbastanza precisa. È un tessuto costruito su un sistema di fili che si incrociano secondo una logica definita, senza mai fondersi completamente. I colori restano distinti anche nell’intreccio. Ogni riga ha il suo peso, il suo spazio, la sua direzione. Il risultato tiene insieme senza annullare niente.
È esattamente quello che è successo tra Barga e la Scozia nel corso di cent’anni. Non una fusione, non un’assimilazione, ma un intreccio continuo che ha prodotto qualcosa di specifico e difficile da classificare. Un borgo toscano con le cornamuse ai matrimoni. Una comunità scozzese che ogni estate torna in vacanza dai parenti in Garfagnana. Un tartan con i colori di un paese che non sta sulle Highlands ma sull’Appennino. Certi legami non si spiegano con una sola parola. Si indossano.
Great article, well written😁😁😁
Grazie Terry, siamo molto felici che le sia piaciuto il nostro articolo.