In occasione del Giorno della Memoria, l’interrogativo sul come continuare a tramandare l’orrore della Shoah è sempre più urgente. La testimonianza di Michele Andreola, guida italiana del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau.
Il 27 Gennaio, Giorno della Memoria, la domanda su come continuare a tramandare l’orrore della Shoah quando i testimoni non saranno più tra noi, torna sempre incessante. Una domanda rumorosa che spesso è accompagnata dalla riflessione su quanto sia importante per gli adolescenti di oggi – ancor più di domani – compiere un viaggio ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau in Polonia. Ma qual è il significato di visitare Auschwitz oltre ottant’anni dopo?
Difficile rispondere. Forse può tentare di farlo solo chi è stato ad Auschwitz ma non è detto che ci riesca. Auschwitz non è solo un viaggio da compiere con zainetto in spalla e camera fotografica al collo. Visitare un campo di concentramento – e di sterminio – è un viaggio da affrontare con gli occhi e l’anima. Questo è un luogo talmente carico di storia, letture, parole, immagini che ciascuno può elaborare la sua visita solo con la coscienza e con il tempo.

Michele Andreola, una delle guide italiane del Museo
C’è una persona però che in questi ultimi 14 anni ha percorso 22 mila chilometri a piedi, guidato oltre 90 mila persone tra visite private e soprattutto scolaresche in quel Campo di Concentramento che in molti conoscono solo attraverso i libri di scuola. Questa persona è Michele Andreola: dal 2012 tra le 12 guide italiane del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau su circa 400 guide in totale. E a lui rivolgiamo la nostra domanda: qual è il significato di visitare Auschwitz oltre ottant’anni dopo?
L’impatto emotivo sui giovani e il ruolo degli oggetti-testimoni
“Nel 2025 i visitatori sono stati circa due milioni, prima della pandemia arrivavano a due milioni e mezzo. Poi il Covid e la guerra russo – ucraina hanno rallentato le visite che piano piano tornano ad aumentare. Di questi il 65% di visitatori è composto da scolaresche, principalmente da studenti delle scuole superiori, qualche terza media e una volta, addirittura, una quinta elementare”
Michele racconta con attenzione i dati e cerca di ordinare ricordi e parole: “L’impatto emotivo sui ragazzi è molto forte. Da poco ho guidato una quinta superiore di Bergamo. A un certo punto del percorso hanno lasciato andare le lacrime. Quando si arriva ai blocchi dove sono accumulati gli oggetti dei deportati capita che le emozioni prendano il sopravvento, che si crolli. Quello che noto nelle ultime generazioni è come, soprattutto i maschi, si commuovano. Quando sono in gruppo si sostengono e se regge uno reggono tutti. Ma appena uno cede, tutti cedono”.

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La storia di Amos Steinberg, il bambino con la scarpina
“Ti racconto una storia. C’è una parte del Museo, uno dei blocchi, dove sono conservate le scarpine appartenute ai bambini. Periodicamente tutti gli oggetti, comprese le scarpine, vengono puliti e controllati. Durante una di queste operazioni, ci siamo accorti che in una scarpina era riportato un nome, quello di Amos Steinberg, e un indirizzo, scritti a mano, oltre al numero assegnatogli una volta arrivato al campo. La mamma aveva avuto la premura di scrivere il nome e l’indirizzo del suo bambino. Voleva essere certa che, se fossero stati separati, qualcuno avrebbe potuto riportarlo a casa. Voleva salvarlo“.
“La storia, purtroppo, è andata diversamente”, continua Michele Andreola , “Amos e sua madre furono deportati insieme ad Auschwitz dal ghetto di Theresienstadt, vicino Praga, e immediatamente uccisi nelle camere a gas il 4 ottobre del 1944. Il bambino era nato il 26 giugno del 1938 e fu imprigionato con i suoi genitori, Ida e Ludwig. Secondo le fonti del Museo, si è scoperto che Ludwig, il papà di Amos, che arrivò qui il 10 ottobre 1944, trasferito a Dachau, sopravvisse. Quando si seppe della scarpina di Amos, qualcuno riconobbe la storia e inviò al Museo la foto dell’intera famiglia per dare un volto anche alla mamma di Amos. Ora sono insieme, in una delle teche del blocco 5, dove si trova l’esposizione permanente al Memoriale di Auschwitz. Il Dipartimento delle collezioni del Museo continua a costruire storie. Sono 1 milione e 100 mila le persone assassinate, di cui il 75% direttamente al loro arrivo al campo. Chissà quante storie ancora scopriremo”.

Auschwitz, disperarsi del passato per capire il presente
I numeri ci danno la misura dell’orrore, e ricordarli deve essere un gesto quotidiano e necessario di memoria. Ma tornando ai ragazzi, Michele approfondisce: “Quando li accompagno in visita, di fronte a oggetti come le valigie, chiedo loro se dobbiamo sentirci in colpa per ciò che è stato. E subito aggiungo: ma oggi, per coloro che nascono dalla parte sbagliata del mondo e fuggono con valigie che non apriranno mai, perché il Mediterraneo è un abisso, proviamo lo stesso senso di colpa? È troppo facile piangere sul passato, molto più difficile è capire il presente“.
E la risposta circa il senso di visitare ancora Auschwitz e gli altri campi di sterminio è proprio questa, pesante e perentoria: visitare questi luoghi è fondamentale. Perché resteranno gli oggetti, le storie e il suono del dolore, che a distanza di oltre 80 anni continuano, e continueranno, a parlarci. Come unici testimoni. Auschwitz è un luogo che va oltre sé stesso e ci serve per affrontare la nostra realtà. Se vogliamo cambiare il futuro, dobbiamo conoscere il passato e agire nel presente per trasformarlo. Qui si entra nel cuore della Storia. Auschwitz non offre risposte preconfezionate, ma genera domande, spingendoci a cercare le risposte per vivere la nostra quotidianità con coerenza e dignità.

I giovani dopo il Covid: più fragili, più coinvolti
Si dice che i ragazzi sono sempre uguali, quello che provano, quello che pensano non cambia mai nonostante passino anni e generazioni. “Eppure delle differenze ultimamente le noto, il Covid ha creato una grande ferita nei ragazzi“, continua Andreola. “Sono molto più coinvolti, vedo molta sofferenza. Sono più insicuri, più arrabbiati e irrequieti. Sensibili anche a causa di quello che capita intorno a loro come le guerre. A maggior ragione entrare ad Auschwitz ancora serve. Auschwitz-Birkenau non si visita, si attraversa. Se fai un viaggio finisce lì. Quando invece attraversi un luogo te lo porti dietro ed è nel presente e nelle scelte future che bisogna farsi attraversare da Auschwitz. Ecco in questo modo ha senso”.
La Memoria non si cancella con la morte dei sopravvissuti
Lo scorso anno per l’ottantesimo anniversario sono venuti 40 testimoni, 10 anni prima erano 140. In questi anni sono state raccolte molte testimonianze e oggetti. La memoria non si cancella con la morte dei sopravvissuti. Auschwitz continuerà a urlare di quel dolore che è ancora vivo negli occhi di Sami Modiano e delle sorelle Tucci che Michele ha conosciuto e così ha raccontato: “Qui, dove noi vediamo il vuoto, loro vedono”. A questo serve non dimenticare. Per fare in modo che gli occhi dei bimbi sopravvissuti, smettano di vedere tutto quel dolore che non è mai andato via.
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