Tra stand che odorano di zucchero bruciato e retorica, l’evento di Fratelli d’Italia e la polemica sul simbolo: un ragazzo di Fantàsia che non vuole farsi ridurre a slogan.
Si arriva alla festa di Atreju sempre un po’ troppo presto, quando l’aria è ancora fresca e i padiglioni sembrano oggetti lasciati da qualcuno scappato in fretta. Le bandiere non si muovono, i volontari si parlano piano, i riflettori sono accesi ma non servono ancora. In quell’ora sospesa, quasi infantile, si avverte la presenza di qualcosa che stona, che non coincide con ciò che dichiara di essere. Si avanza tra stand che odorano di zucchero bruciato e di sicurezza privata, e tra tutte le scritte la più vistosa è, inevitabilmente, una: Atreju.
Il nome brilla come una réclame, come una parola presa da un altrove narrativo e appiccicata su un logotipo politico senza preoccuparsi della cucitura. Si sente quasi il filo tirato male. Non è un’impressione poetica. È un dato fisico. È l’incongruenza che cammina accanto.
Il bullometro e la retorica del conflitto
Si procede verso il centro, dove il Bullometro è già lì, pronto a classificare il male verbale altrui con il metodo spiccio di una vecchia pagella scolastica: originalità, livore, intensità. Tutto misurato come se la politica fosse una disciplina ginnica e non un conflitto di poteri, memorie, visioni. La frase di Adelmo Cervi spara fuori dalla superficie bianca come un graffio non ancora cicatrizzato: dura, brutale, ripetuta. La si guarda un po’ come si guarderebbe una statua rotta esposta per dimostrare: “Guardate quanto erano fragili i barbari”. È un gesto retorico semplice. Non per questo meno violento.

Atreju: un corpo estraneo nel mondo politico
Ma è quando ci si ferma, quando lo sguardo si solleva dal pannello e ritorna sul nome sopra il palco – Atreju – che inizia il vero lavoro della mente: la scomposizione del mito, la domanda che rimbalza, l’imbarazzo simbolico, quella specie di fessura logica che si apre tra ciò che si dice e ciò che si usa per dirlo. Atreju non è di questo mondo, si pensa. E non è per dire che sia un personaggio di fantasia. Non è di questo mondo politico.

La proposta di Chiara Becchimanzi: mork come nome giusto
In quel momento, mentre la folla aumenta e le casse iniziano a sputare jingle che fingono entusiasmo, torna in mente Chiara Becchimanzi, attrice, autrice, stand-up comedian. Una di quelle persone capaci di osservare la realtà come si osserva una scena teatrale: scomponendola, tagliandola, rendendola più vera proprio nel momento in cui la dichiara artificiale. Becchimanzi dice – con quel suo tono ironico e chirurgico, un tono che non si arrabbia perché è la realtà stessa a essere già un bersaglio sufficiente – che “Atreju vive in un mondo dove nessuno è straniero“. Un mondo dove la multiculturalità non è un valore da difendere, ma un dato di base, un assioma. Non esiste “l’altro”. Le identità non si escludono, si accumulano.
E mentre lo dice, sembra quasi che l’universo di Fantàsia appaia alle sue spalle, con le sue creature improbabili, la sua geografia fluida, il suo rifiuto strutturale di ogni frontiera. Un mondo radicalmente incompatibile con ciò che lo sta citando oggi. La festa, la folla, gli slogan, le telecamere. E quel nome. Quel nome che pesa come un travestimento che non convince nessuno, nemmeno chi lo indossa.
Becchimanzi allora fa un gesto semplice, quasi elegante nella sua ferocia: propone di chiamare la festa Mork. Mork come il nemico di Atreju, il consumatore di differenze, il distruttore di pluralità, il divoratore dell’immaginazione. E nel dirlo non urla, non accusa, non punta il dito: si limita a far scattare un meccanismo di coerenza interna, come quando in un testo teatrale una frase detta da un personaggio illumina tutto retroattivamente. E si capisce ciò che era ovvio da sempre ma che nessuno voleva guardare: la festa assomiglia più a Mork che ad Atreju.

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Atreju, il vero nulla e la resistenza del simbolo
Tutto scorre come deve scorrere una festa politica: ordinata, energica, identitaria. Ma tutto, allo stesso tempo, sfugge alla presa simbolica che quel nome vorrebbe garantire. Non tiene. Non aderisce. E non funziona. Atreju è un corpo estraneo qui. Non perché chi organizza la festa sia “contro” ciò che rappresenta, ma perché ciò che rappresenta non può essere sezionato, semplificato, ridotto alla retorica di un noi contrapposto a un loro. Atreju è figlio di un mondo troppo aperto, troppo fluido, troppo irriconducibile alle architetture della politica reale. E Fantàsia, in fondo, è il contrario esatto del confine.
A questo punto accade una cosa quasi comica. Ci si accorge che la festa vorrebbe usare Atreju come mascotte, come simbolo combattivo, come incarnazione della resistenza al “Nulla moderno”, ma senza rendersi conto che il vero Nulla, quello del romanzo, era l’uniformità, la desertificazione della complessità, la cancellazione del diverso. E allora la domanda diventa inevitabile, brutale, definitiva: chi, qui, sta davvero lottando contro il Nulla? Chi lo sta producendo? Chi lo sta evocando a sua insaputa?
Mi resta l’immagine del nome che non vuole stare dove lo hanno messo. Il nome che resiste. Il nome che si rifiuta. Atreju che torna a essere il ragazzino che non vuole diventare simbolo di una cosa che non riconosce. Fantàsia che reclama la sua pluralità. Becchimanzi che ride mentre spiega questa elementare verità semantica.
E mentre la festa scorre, si irrigidisce e continua a trasformare il proprio discorso in uno spettacolo di identità e di potere, rimane quell’unica nota dissonante: questa festa non ha il nome che le spetta. Forse è Mork. Forse è il silenzio che resta quando la fiaba, finalmente, smette di farsi usare.
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