Nel centenario della nascita e a un anno dalla morte, sei tappe tra piazze, musei e sotterranei per scoprire le sculture di Arnaldo Pomodoro a Milano. E capire perché non decorano la città: la abitano.
C’è un equivoco ricorrente sull’arte pubblica: che stia nelle città ma non appartenga davvero alla città. Che sia lì per abbellire, per commemorare, per occupare lo spazio vuoto davanti a una banca o a un teatro, e che i passanti la ignorino decorosamente. Con Arnaldo Pomodoro questo schema si inceppa. Le sue sculture a Milano non stanno sull’arredo urbano, stanno nella città. E la differenza, che sembra sottile, si capisce meglio dal vivo che sulla carta. Arnaldo Pomodoro a Milano arriva nel 1954, dalla Romagna, e non se ne andò più. Aveva studiato da geometra, poi aveva cominciato a lavorare l’oro e l’argento, poi il bronzo, poi tutto il resto.

Pomodoro e gli oggetti che cambiano la percezione di uno spazio
A metà degli anni Cinquanta, nella Milano del dopoguerra che stava reinventando se stessa, incontrò Lucio Fontana, che sarebbe stato per lui quasi un padre, ed Enrico Baj. Una scena densa, litigiosa, generativa. Da quella stagione sarebbe nata una ricerca poi riconoscibile ovunque: solidi geometrici perfetti – sfere, cubi, colonne, dischi -, spaccati, incisi, aperti su un interno che ribolle di meccanismi, ingranaggi, scritture illeggibili. La superficie impeccabile che nasconde una complessità irrisolta. Una metafora del mondo che non stanca mai perché non promette risposte.
Premi alle Biennali di São Paulo e di Venezia, installazioni alle Nazioni Unite di New York e ai Musei Vaticani, una cattedra a Stanford e una a Berkeley. Ma lui continuò a lasciare pezzi di sé qui, nelle piazze, nei sotterranei, nei chiostri. Arnaldo Pomodoro ha sempre pensato la scultura come presenza capace di modificare il luogo in cui si trova: non decorazione, non monumento, ma oggetto che cambia la percezione di uno spazio. Milano, che spesso non sa di custodire quello che custodisce, è piena di prove di questa teoria. Oggi, a un anno dalla sua morte e nel centenario della nascita, vale la pena fare un giro a cercarlo.

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Piazza Meda e il Grande Disco
La prima tappa di questo viaggio dedicato a Arnaldo Pomodoro a Milano, è anche quella che la maggior parte delle persone conosce senza sapere di conoscere. Il Grande Disco è lì dal 1972: quattrocentocinquanta centimetri di bronzo dorato, in origine montato su una struttura girevole, costruito sulle proporzioni dell’Uomo Vitruviano di Leonardo. Non è una citazione accademica: è una scultura fortemente dinamica, un doppio cerchio che cambia aspetto a seconda della luce e dell’ora, inserita in un’aiuola come se fosse sempre stata lì. Pomodoro la fece installare di notte, raccontava, per regalare un buongiorno inaspettato ai milanesi. È andata bene.

Largo Greppi e la Torre Spirale
La Torre Spirale, davanti al Piccolo Teatro Strehler, è una scultura che non ha niente del Grande Disco. Dove quello è centrifugo, orizzontale, solare, questa è verticale, vorticosa, costruita sul movimento ascendente. Se uno dei due fosse un personaggio, il disco sarebbe estroverso e la torre sarebbe il tipo che legge alle feste. Eppure appartengono alla stessa mano, inconfondibile. Metterla all’ingresso di un teatro (un luogo costruito sulla tensione drammatica, sulla forma che si trasforma) non era una scelta casuale.
Museo Poldi Pezzoli
In via Manzoni c’è un’opera di Pomodoro che non è una scultura da guardare: è uno spazio da attraversare. Nel 2000 ArnaldoPomodoro progettò la Sala d’Armi del Poldi Pezzoli come allestimento permanente della collezione di armi antiche del museo. Le lame galleggiano su strutture metalliche in una luce studiata, in un dialogo formale tra la violenza degli oggetti e la precisione dell’architettura che li ospita. È uno dei lavori meno citati della sua carriera milanese, probabilmente perché non sta in piazza e non ha un nome facilmente spendibile. È anche, per questo, uno dei più interessanti.

Il museo del Novecento in Piazza Duomo
Chi vuole capire da dove viene tutto il resto deve fermarsi qui. Al Museo del Novecento, in Piazza Duomo, ci sono due opere della fase delle origini: la Colonna del viaggiatore del 1959 e la Sfera n. 5 del 1965. Vederle in successione con Fontana, Burri, Novelli – nella sezione dedicata alle sperimentazioni astratte degli anni Cinquanta e Sessanta – aiuta a capire che Arnaldo Pomodoro non è arrivato a quella cifra stilistica da solo, né dal nulla. La superficie che si apre su qualcosa di nascosto, il solido perfetto che lascia intravedere le proprie viscere: è una risposta precisa a un momento preciso della storia dell’arte italiana, in quella Milano irripetibile degli anni Cinquanta.
In via Andrea Solari, il Labirinto
Questo è il posto che si visita una volta e si ricorda sempre. Il Labirinto è un’installazione ambientale di circa centosettanta metri quadrati negli spazi ipogei dell’ex stabilimento Riva-Calzoni – già sede della Fondazione Arnaldo Pomodoro, oggi showroom della maison Fendi -, costruita tra il 1995 e il 2011 come sintesi e riflessione sull’intero percorso dell’artista. Non è una scultura: è un ambiente in cui le sculture si moltiplicano, si sovrappongono, dialogano tra loro in uno spazio fisico che si percorre, non si osserva. Si visita solo su prenotazione, tramite la Fondazione, e per stagioni: le aperture riprendono a ottobre 2026. Vale ogni passaggio burocratico.
Arnaldo Pomodoro alle Gallerie d’Italia
L’ultima tappa del piccolo tour alla scoperta di Arnaldo Pomodoro a Milano, è anche quella con la maggiore concentrazione di materiale, e vale per due ragioni distinte. Nel Chiostro ottagonale e nel Giardino di Alessandro stanno in permanenza il Disco in forma di rosa del deserto n. 1 – un bronzo che ricostruisce il processo di cristallizzazione delle sabbie desertiche attraverso l’antica tecnica della fusione – e la Sfera grande, entrambe recentemente restaurate. Ma fino al 18 ottobre 2026 le Gallerie ospitano anche Arnaldo Pomodoro. Una vita, mostra antologica curata da Luca Massimo Barbero e Federico Giani, con quarantacinque opere che coprono sessant’anni di ricerca. Se il percorso urbano racconta la scultura come presenza diffusa e silenziosa, la mostra la racconta come storia. Le due cose non si sovrappongono: si completano.
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