Il regista spagnolo non molla un centimetro: dopo il Leone d’Oro nel 2024 a La stanza accanto, torna con Amarga Navidad, un film tutto di scrittura, con un finale memorabile. In sala.
Dopo aver vinto il Leone d’Oro alla carriera nel 2019, aver portato nello stesso anno uno dei suoi film più belli, Dolor y gloria, a Cannes (per cui Antonio Banderas ha vinto la migliore interpretazione maschile) e aver preso un altro Leone d’Oro nel 2024 per La stanza accanto (suo primo film in lingua inglese, con protagoniste i premi Oscar Julianne Moore e Tilda Swinton), si poteva pensare che Pedro Almodóvar volesse finalmente riposarsi. E invece no: il regista spagnolo, che a breve compirà 77 anni, non molla un centimetro. Nonostante la carriera infinita e leggendaria, lo status di icona e maestro del cinema, ha ancora voglia di mettersi in gioco e rischiare.
Amarga Navidad è una delle sceneggiature migliori di Cannes 79
È quello che ha fatto con Amarga Navidad, presentato in concorso a Cannes 79 (la sua è una delle sceneggiature migliori) e nelle sale italiane dal 21 maggio. Almodóvar si ricollega ai temi già affrontati inDolor y gloria, vero e proprio testamento cinematografico, in cui Banderas interpreta un suo alter ego. Il protagonista qui è di nuovo un regista. Anzi, sono due: abbiamo infatti Raúl (Leonardo Sbaraglia), che ha un bisogno quasi fisiologico di dirigere film, ma è in un momento di crisi creativa. E abbiamo Elsa (Bárbara Lennie), personaggio principale della nuova storia che sta scrivendo.

Entrambi hanno un partner più giovane, entrambi devono ritrovare il proprio centro. Nella finzione infatti Elsa ha rinunciato al cinema per dedicarsi al mercato molto più redditizio degli spot pubblicitari. Raúl invece non sa come proseguire questa storia, anche perché la sua collaboratrice storica, Monica (Aitana Sánchez-Gijón), ha deciso di lasciarlo per dedicarsi a problemi personali. Nel rapporto tra realtà e finzione Almodóvar mette in scena una grande lezione di cinema.
Almodóvar ha l’entusiasmo di un ragazzino
Non è scontato che un autore come Almodóvar, che ha dato tanto alla settima arte, creando un proprio stile inconfondibile (e copiatissimo), abbia ancora la voglia di sperimentare. Invece, come il nostro Marco Bellocchio, che a 80 anni e passa è più giovane di tanti colleghi con la metà delle sue primavere, ha ancora l’entusiasmo di chi si diverte a provare cose nuove. Con Amarga Navidad fa una cosa che richiede un grande coraggio: costruisce volontariamente un racconto che sembra debole, incompleto, poco ispirato. E questo perché le immagini rispecchiano il processo creativo di Raúl. Lo vediamo al computer mentre cancella e corregge il vissuto dei personaggi, che somiglia sempre di più alla sua realtà. Più batte sui tasti, più la storia cambia. E il film con lei.

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Il finale ribalta tutto ed è da studiare
A 20 minuti dalla conclusione, Amarga Navidad sembra un film medio, con bravissimi attori, i colori tipici di Almodóvar (quei rossi, blu e gialli accesi che tornano su vestiti e oggetti di arredamento) e tante delle sue ossessioni. Come quella per la musica (pensiamo all’importanza nel racconto della canzone “La llorona” di Chavela Vargas) e per la salute mentale (Elsa ha degli attacchi di panico per cui consulta una psichiatra). E poi, all’improvviso, si trasforma.
Il finale di Amarga Navidad, che ovviamente non sveliamo, ribalta tutto e rende la pellicola una delle più divertenti e sincere dell’autore. Come moltissimi titoli visti in concorso a Cannes 79, anche Almodóvar si interroga sulla funzione del cinema oggi.

Soprattutto si chiede: chi è uno scrittore? È giusto prendere ispirazione dalle persone vicine, da vissuti reali? Il tutto in un gioco di specchi che celebra la creatività e la necessità di raccontare. A volte soltanto guardando il grande schermo, o leggendo un libro si può davvero comprendere la nostra esperienza. Il regista lo sa e sferra con intelligenza una zampata che è da studiare nelle scuole di sceneggiatura.
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