28 anni dopo di Danny Boyle è una nuova frontiera del film apocalittico e dell'horror, con il sequel che aumenta la storia invece di impoverirla
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28 anni dopo: adesso su Netflix il sequel più atteso

28 anni dopo è molto più di un sequel e di uno zombie movie: il film del regista premio Oscar è tra i più sorprendenti (e belli) del 2025, perché riflette su cosa siamo diventati. Dal 20 settembre su Netflix. 

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28 anni dopo è molto più di un sequel e di uno zombie movie: il film del regista premio Oscar è tra i più sorprendenti (e belli) del 2025, perché riflette su cosa siamo diventati. Dal 20 settembre su Netflix USA e in Italia in noleggio digitale


Non si fa che lamentarsi di quanto il cinema sia privo di idee, ormai impelagato in continui sequel, remake e rebooth. Spesso si dice senza però considerare che, fin dai suoi albori, la settima arte è stata costruita anche su questo. Pensiamo alla saga degli Universal Monsters, che ha furoreggiato tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso, o al capolavoro Il mago di Oz di Victor Fleming, uscito nel 1939 dopo diversi adattamenti precedenti del libro di Baum. E, soprattutto, dimenticandosi la cosa più importante: al cinema è molto più importante il “come” del “cosa”. Ecco perché non dovreste ignorare 28 anni dopo, film di Danny Boyle in streaming su Netflix USA dal 20 settembre, disponibile in Italia in noleggio digitale.   

Penna che vince non si conferma: Alex Garland

In scrittura c’è di nuovo Alex Garland, regista e penna tra le più brillanti in circolazione, che ha pensato bene di trasformare questo film non soltanto in un sequel diretto di 28 giorni dopo, uscito nel 2002, ma anche nell’anello di congiunzione tra i primi capitoli e una trilogia tutta nuova. Attraverso il genere, e una confezione che pesca a piena mani dall’immaginario dei B-movie, il duo ha realizzato uno dei film che meglio raccontano cosa sia successo nel mondo negli ultimi 5 anni.

28 anni dopo di Danny Boyle è una nuova frontiera del film apocalittico e dell'horror, con il sequel che aumenta la storia invece di impoverirla. Su Netflix dal 20 settembre
28 Anni Dopo

Dove eravamo rimasti e dove siamo?

Come suggerisce il titolo, siamo ancora in Gran Bretagna, 28 anni dopo la diffusione del virus della rabbia geneticamente modificato che ha trasformato gli esseri umani in infetti simil zombie, dotati di grande forza e velocità. A quanto pare il resto del mondo è riuscito ad arginare la pandemia, mentre l’UK è rimasto isolato in una quarantena perenne. 

L’isolamento ha portato a una regressione della civiltà: senza tecnologia e mezzi di comunicazione con il mondo esterno, le persone sono tornate a una società arcaica, in cui ai bambini si insegna a cacciare e a gestire le armi, mentre alle bambine a occuparsi della casa e dell’orto. La nostra guida è Spike (Alfie Williams, un talento da tenere d’occhio), ragazzino che segue il padre, Jamie (Aaron Taylor-Johnson), in missione esplorativa, ma si accorge presto che i suoi metodi, e sopratutto le sue bugie, non gli piacciono. A lui importa molto di più aiutare la madre, Isla (Jodie Comer), che ha una malattia misteriosa che nessuno sembra in grado di curare. Venuto a conoscenza dell’esistenza di un dottore, Kelson (Ralph Fiennes), che forse conosce ancora la medicina pre isolamento, Spike decide di andare a cercarlo per salvare la mamma. 

Michele Riondino è uno dei protagonisti del film horror La valle dei sorrisi. Qui in compagnia di Giulio Feltri - nipote di Vittorio - che interpreta un ragazzo con poteri paranormali

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28 anni dopo tra Brexit e abitudine all’orrore

Venuto a Roma per presentare il film, Danny Boyle ha detto che lui e Garland con questo film volevano parlare del loro paese post Brexit. I cittadini di “Holy Island” (un nome che è tutto un programma) sono infatti un po’ come gli Inglesi che hanno deciso di chiudersi a riccio, pensando di far tornare la realtà “ai bei tempi andati”. Ma in una società sempre più globalizzata e connessa come la nostra, cercare di evitare le contaminazioni e gli scambi culturali è follia pura. E, anche in un contesto distopico come quello del film, si rivela anche controproducente: isolarsi significa morire lentamente. 

Insieme a questo dichiarato intento di critica politica, c’è poi anche una critica sociale: quando Spike, che è cresciuto in quarantena, senza conoscere il mondo com’era prima, incontra il dottor Kelson, o persone provenienti dall’esterno, capiamo come lui, figlio dell’orrore, del contagio e della distruzione, abbia un approccio alla realtà completamente diverso dal nostro. Il ragazzo è il frutto dell’adattamento alla morte continua, alla malattia, al dolore. La sua reazione di fronte a certi aspetti della vita è la cosa più sconvolgente di 28 anni dopo: cosa siamo diventati post Covid? Chi siamo davvero, se ormai le immagini quotidiane di bambini uccisi dalle bombe, o morti in mare, non ci fanno più effetto, allontanandole da noi mentre scrolliamo indifferenti tra la pubblicità di una borsa e gli highlights di una partita di calcio? 

In 28 Anni Dopo Ralph Fiennes interpreta il dottor Kelson, uno dei protagonisti tra i pochi sopravvissuti alla diffusione del virus

28 anni dopo: una domanda scomoda e necessaria

Ecco, Garland e Boyle ci fanno una domanda diretta: qual è il futuro degli esseri umani in una realtà sempre più disumana, ma che cerchiamo di nascondere sotto il tappeto? La risposta, come si intuisce dal finale, che anticipa il prossimo film, 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, già girato e in uscita il 15 gennaio 2026, non è rassicurante. Perché la vita è sempre possibile, anche nei momenti più bui e disperati. Perché sia una vita da esseri umani ci vuole però qualcuno in grado di riscoprire l’innocenza in mezzo a tanto orrore. Come dice il dottor Kelson: “Memento mori e memento amoris”.

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Scritto da
Valentina Ariete

Giornalista pubblicista, scrive di cinema e serie tv per Movieplayer e La Stampa. Ha partecipato a programmi tv, radio e podcast. Specializzata in interviste, segue i principali festival di cinema, da Cannes a Venezia. Vincitrice del Premio Domenico Meccoli “Scrivere di Cinema” 2024, mette la stessa passione nel divulgare la settima arte di quando, a 3 anni, fece la sua prima videorecensione: era quella di Biancaneve e i sette nani e gli smartphone ancora non esistevano, signora mia!

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