Porco Rosso torna al cinema per il 25 aprile 2026
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Da Porco Rosso a Ettore Scola: la Resistenza in 5 film

Cinque film per il 25 aprile che raccontano la Resistenza senza retorica: tra coraggio, paura e senso di colpa, quello che resta dopo la guerra.

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In occasione del 25 Aprile, giornata che omaggia la Liberazione d’Italia dal governo fascista e dall’occupazione nazista, e i moti di resistenza che l’hanno preceduta, rispolveriamo una selezione di film che hanno reso con rara perfezione tempi e stati d’animo della strenua opposizione al nazifascismo, ma anche lo spaesamento sociale che ne è conseguito.

Storie di liberazione sullo schermo, da rivivere oltre il 25 aprile

Sono picchi d’orgoglio e audacia ma anche fragili o controversi riallineamenti quelli che caratterizzano i protagonisti di queste cinque “storie” legate, in maniera più o meno diretta, al tema della Resistenza. Tasselli di speranza in un quadro storicamente caratterizzato dal buio etico e morale. Inquietudini profonde determinate dal dubbio, dal senso di colpa, dal dovere di responsabilità. Cinque opere che spaziano dalla politica all’amore, dall’amicizia all’identità sociale, diverse per registri e punti di vista ma accomunate da una sana voglia di reagire alla banalità del male. Uomini e donne che condividono il sogno di un ideale di cui solo il coraggio più estremo e visionario può farsi portavoce e che ci aiuta a contestualizzare, nelle aderenze del presente, anche i momenti più cupi della storia.

25 Aprile al cinema: la nostra selezione

Roma città aperta, 1945 (Now)

Capolavoro e manifesto del neorealismo firmato Roberto Rossellini, su sceneggiatura dello stesso Rossellini insieme a firme del calibro di Federico Fellini e Sergio Amidei, Roma città aperta venne girato poco dopo la Liberazione. Motivo per cui incarna e intercetta ancora in fieri tutte le fragilità, le dipendenze, e le difformità di un momento storico tanto delicato, ma anche tanto ricco dal punto di vista emozionale. Il film segue da vicino le peripezie di diversi personaggi variamente collegati alla figura dell’ingegner Manfredi, a capo della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale, a cui i tedeschi danno senza tregua la caccia. In una Roma stravolta, trasfigurata, divisa tra conniventi e resistenti, Roma città aperta segna lo scarto tra chi sceglie di capitolare alla “razza padrona”, per necessità o convenienza, e chi invece resta aggrappato con costanza e coraggio al muro fedele degli oppositori.

La meravigliosa interpretazione di Anna Magnani

Non a caso è una iconica figura femminile a tenere insieme il nodo degli eventi e delle storie che si dipanano tra la estemporaneità del viver comune – amori, dissapori e il legame con l’istituzione cattolica qui rappresentata dal Don Pietro di uno splendido Aldo Fabrizi tragicamente immolato alla causa – e l’atmosfera oppressiva della persecuzione tedesca che non lascia scampo alcuno. “Loro fanno diventare vigliacchi anche gli eroi”, ribadirà ai compagni Francesco, promesso sposo di Pina. Ma al centro del film, passata alla storia per quell’urlo che squarcia l’aria di una ordinaria giornata di sopraffazione, c’è la fervente Pina – nella luminosa veracità di Anna Magnani – protagonista in un mondo perlopiù maschile che opera nel cameratismo virile. Ma poi si appoggia e affida senza posa al creativo coraggio femminile.

25 aprile in 5 film: Roma città aperta
Anna Magnani in Roma Città Aperta

Così quella città aperta, dichiaratasi indifesa per scongiurare la distruzione eppure infestata in ogni angolo dal male, diventa vetrina caotica, popolare e ingenua di resilienza stoica al nemico che avanza. Un film attuale ancora oggi perché intercetta il respiro di una società sospesa, “ammalata di retorica”, e incamerando appieno gli stilemi del neorealismo, restituisce scena dopo scena luci e ombre di una romanità sincera, eternata in un frangente storico che sintetizza lo stato di crisi ma anche l’attesa rinascita.

Gli sbandati, 1955 (Amazon Prime Video)

Gli sbandati del 1970 è il promettente esordio alla regia di Francesco Maselli detto Citto. Spaccato neorealista dei tempi dell’occupazione tedesca e di una borghesia arroccata su sé stessa che giace e indugia sulle proprie privilegiate posizioni. Rifugiati nella villa di campagna fuori Milano per sfuggire alla guerra, il conte Andrea – Jean-Pierre Mocky -, suo cugino Carlo e l’amico d’infanzia Ferruccio sperimentano con i loro occhi le vicissitudini dei meno fortunati, un gruppo di sfollati rimasti senza casa né speranze. E se l’iniziale indifferenza di Andrea poi muta in graduale consapevolezza e presa di coscienza delle ingiustizie che il loro stesso status quo incarna, il contrasto tra le origini bene e il traino di un amore impossibile – con la sfollata Lucia – non lasceranno spazio al caso. Un privilegio che si riafferma nel rapporto controverso tra classi sociali, in quel potenziale amoroso definito dalla tragedia.

La Liberazione vista dalla cima del privilegio

Gli sbandati mette infatti in scena una condizione agiata che osserva la guerra da lontano. Cede al lusso di sentirsene estranea, e di guardare indifferente dall’alto in basso quei rifugiati che occupano l’ala vecchia senza procurare “alcuna noia”. E nella pigra riverenza al giusto si delinea poi la scelta di aderire, seppur fragilmente, agli ideali della Resistenza. Ma la deriva ideologica qui è pura inquietudine sottesa al tradimento del proprio privilegio e a un dovere di giustizia infine mancato. Zone d’ombra ed impasse etici che travolgono in un senso o nell’altro tutti gli sbandati del titolo, quelli che non sanno – o non vogliono scegliere – da che parte della Storia schierarsi.


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C’eravamo tanto amati, 1974 (Now)

Dedicato a Vittorio De Sica, C’eravamo tanto amati – su fine sceneggiatura di Scola, Age & Scarpelli – si configura come il capolavoro sociale di Ettore Scola sui “postumi” della Resistenza. Un film che fonde in purezza commedia italiana e tormento umano. La storia di tre amici partigiani che all’indomani del 25 aprile, faranno fatica a ritrovare e ritrovarsi negli ideali per cui avevano un tempo combattuto fianco a fianco. L’infermiere Antonio – Nino Manfredi – declassato a portantino per le sue ferventi idee politiche. Il professore pedante e fatalmente idealista di Nicola Palumbo – Stefano Satta Flores -. E infine l’avvocato Gianni Perego – interpretato da un sornione Vittorio Gassman – che baratterà pura ideologia per mero arrivismo. Questi sono i tre capisaldi di una lettura post-guerra che sancisce con chiarezza un prima e un dopo.

Circostanziale ma soprattutto ideologico. Ratificato nella ferale frase “La pace ci divise”, pronunciata proprio da Gianni, ma anche in quel passaggio di testimone dal bianco e nero dei trascorsi partigiani ai colori di un presente sempre più irriconoscibile, nelle idee così come nelle intenzioni. E in cuore a questo terzetto maschile, spicca poi la femminilità iconica di Stefania Sandrelli – nei panni di Luciana –, amante “randomica” e aspirante attrice. Trait d’union ma anche tassello di rottura tra i tre uomini. Suggestione amoroso ideologica e traino verso una libertà percettiva che contribuirà a mandare alla diaspora l’antica sodale amicizia del titolo.

Il 25 aprile e il disincanto del boom economico

Un distacco di coscienza incarnato però non solo dalla figura di una donna contesa ma anche dalle inadempienze del boom economico. E dal machiavellico personaggio di Gianni, unico dei tre amici che avrà “fortuna” nel nuovo mondo italiano. Unico che dalla resistenza porterà a casa la lezione della “vita” stravolgendo le carte del credo e mettendo al servizio del fato il migliore ingegno possibile. Arrivismo senza scrupoli e creatività sfacciata. Voltafaccia che già dal titolo del film indica un’affinità elettiva di guerra poi smarrita, spezzata dall’infedeltà teorica e sfociata nel lusso, nell’agio e nei riferimenti di una nuova vita borghese – quella dell’incipit del film – anni luce lontana dalle gelide nevi del fronte comune.

25 aprile al cinema: Stefania Sandrelli e Vittorio Gassmann in C'eravamo tanto amati
Stefania Sandrelli e Vittorio Gassmann in C’eravamo tanto amati

C’eravamo tanto amati è anche un omaggio spassionato alla settima arte come strumento sublime di rinnovo culturale. C’è Federico Fellini, c’è La dolce vita, ci sono i Ladri di Biciclette, tutto il fascino del neorealismo. E ci sono anche i poetici momenti teatrali in cui è il silenzio storico a dare voce ai pensieri del presente. Ma c’è anche un profondo senso di colpa per aver smarrito l’ideale e aver abbracciato l’opportunismo più becero.

Tutto sotteso alla massima del palazzinaro truffaldino Romolo Catenacci interpretato da un superbo Aldo Fabrizi secondo cui “Chi vince la battaglia con la coscienza ha vinto la guerra dell’esistenza”. Frase sibillina che dà voce e corpo al film di Scola, infilandolo in un racconto dolente dove il netto divario tra ideali e aspettative è nel cinismo. Quello che poco a poco avvolge Gianni e lo trascina altrove. Sempre più distante dall’ideologia, dagli amici e anche da un’idea mitizzata di amore (s)elettivo. Sadica legge del contrappasso in cui discostarsi dai propri ideali induce a perdere la partita – vera – della vita.

L’Agnese va a morire, 1976 (Prime)

Durante la seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista, una lavandaia analfabeta delle Valli di Comacchio – L’Agnese del titolo – si reinventa “staffetta” per i partigiani. Diventa eroina della resistenza in seguito alla deportazione e uccisione del marito Palita, fervente marxista e partigiano. Grazie a una bicicletta malandata e alla sua voglia di riscatto e partecipazione civile, alla volitiva Agnese verranno affidati incarichi sempre più complessi. Arriverà, in quel clima carbonaro di contrabbando persecuzione e morte ordinaria, a diventare la “responsabile dei rifornimenti”. In un incontenibile moto d’orgoglio per lei, donna dei campi senza alcuna scolarizzazione né prospettiva. La sua esuberante determinazione sarà anche ciò la condurrà verso il fatale destino esplicitato sin dal titolo.

Dalla storia di Renata Viganò ad Agnese

Film sostenuto da un cast potente ma soprattutto dalla imponente prova dell’attrice svedese Ingrid Thulid, in simbiosi perfetta con la protagonista Agnese. Dopo aver letto la sceneggiatura dichiarò: “Io sono una che è nata nelle campagne e ho grandi mani e grandi piedi: io sono Agnese”. Il risultato è un’opera di grande impatto e senza retorica. Il regista Giuliano Montaldo affronta da un punto di vista finalmente – anche – femminile i temi oscuri e i sacrifici umani precedenti alla Liberazione.

Un’opera che s’ispira all’omonimo romanzo neorealista, vincitore del Premio Viareggio nel 1949. La matrice autobiografica di Renata Viganò si fa narrazione potente e partecipata di una donna investita di un compito alto, messaggera di Resistenza e testimone dolente di un’epoca buia che pare non finire mai. E in cui l’unico varco di vita sono quei sogni vani che moriranno nei ricordi, a cui si resta per sempre aggrappati, anche oltre il 25 aprile.


Una bici fu centrale nella storia del 25 aprile 1945
25 aprile. Una giornata italiana con troppe maiuscole e troppe biciclette

Perché la libertà è una parola che sembra uscita da un vecchio dizionario scolastico, ma che ogni tanto scende in strada. Il 25 aprile. di Terry Nesti


Porco Rosso, 1992 (Netflix)

Coadiuvato dalla sodale squadra dello Studio Ghibli, il maestro Hayao Miyazaki firma un piccolo grande gioiello d’animazione coniugato alla politica e al tema della Resistenza. Che qui è intesa come lotta al male. Il Porco Rosso del titolo è un maiale volante dei cieli a bordo di un idrovolante vermiglio, universalizzato nella celebre frase “Meglio porco che fascista”. Su di lui poggia l’iter concettuale del film, che torna al cinema solo il 25 aprile 2026. Qui Miyazaki affronta, nella solita veste fintamente spensierata, tematiche sensibilmente adulte. Al centro del racconto un suino antropomorfo che domina i cieli con la sua ostinata opposizione al fascismo.

Tra volteggi aerei, piloti di idrovolanti e quel senso oppressivo di una guerra che uccide sempre “i buoni”, Porco Rosso s’invola alto. Fin tra le nuvole alla ricerca di un escapismo a un mondo profanato e trasformato. Non tanto nell’estetica – un uomo divenuto maiale – quanto nell’essenza – il male che vince sul bene -.

Il film di Miyazaki è pura bellezza, proprio il 25 aprile

Il cinema etico ed estetico del maestro nipponico compie innumerevoli acrobazie di bellezza. Lo fa puntando a un duello finale e al senso di libertà di quell’uomo mutato in porco. In aperta cesura con la criminalità diffusa del mondo dalle sembianze umane. Un suino che si sottrae alle leggi umane: “per i maiali non c’è né patria né legge”. E sorvola i cieli in cerca di una missione ultima. Quella di salvare il mondo dalle grinfie dei malintenzionati. Il vento di leggerezza e giocosità che contamina il film, con l’hotel Adriatico a dominare la scena e quel sentore d’estate italiana di cui si avverte quasi il profumo. I cliché sull’uomo italiano soggiogato dal debole per le donne, le suggestioni jazz, virano poi verso il valore Alto di una strenua lotta alla libertà.

Libertà che anche qui passa per il femminismo di una piccola donna. La piccola Fiò, già matura, perfettamente consapevole dei propri sogni e delle proprie possibilità. Temi in controluce che fanno volteggiare il film verso un orizzonte che fonde al meglio fantasia bambina e responsabilità adulta. Entrambi votati alla netta presa di distanza dalle azioni crudeli del mondo umano.

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Scritto da
Elena Pedoto

Da avida lettrice ad accanita consumatrice di cinema d’autore il passo è stato breve. Ha trascorso gli ultimi quindici anni a rincorrere a perdifiato film, autori e festival di cinema internazionale, e ha trovato il suo habitat ideale in quel della costa azzurra, nei meandri del Festival di Cannes. Attualmente si divide tra il lavoro di mamma e quello di freelance, cercando ostinatamente di non perdere di vista nessuna delle due “mission”.

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