Il 1975 non è un anno assoluto, ma uno di quelli in cui qualcosa si mette a fuoco. Tra musica, televisione e immaginario pop, alcune storie nate allora continuano ancora oggi a parlarci.
Non ricordo il 1975. Non l’ho vissuto, non l’ho attraversato, non ne ho memoria diretta. Eppure è uno di quegli anni che continuano a tornare, come se avessero lasciato una traccia lunga, ostinata. Ogni volta che riascolto Wish You Were Here, che incappo in una vecchia clip di Saturday Night Live, che Bohemian Rhapsody riaffiora da qualche parte, o che Fantozzi fa ancora male – perché fa ridere troppo bene – mi accorgo che quel tempo non è passato davvero.
1975: colonna della cultura pop
Il 1975 non è l’anno in cui il pop cambia per sempre direzione. È uno di quegli anni in cui qualcosa si mette a fuoco. In cui musica, televisione e personaggi smettono di essere solo sottofondo e iniziano, con maggiore consapevolezza, a parlare di assenza, di fallimento, di ironia, di dolcezza, di ribellione. E lo fanno talmente bene da non parlare più solo al loro tempo, ma a tutti noi. Come una navicella spaziale più grande all’interno che all’esterno, una capsula del tempo. Un momento chiave nella cultura pop che continua a riflettersi nell’immaginario contemporaneo.
I cinquant’anni di Whish You Were Here
In quell’anno i Pink Floyd pubblicano Wish You Were Here. Non è un disco pensato per rassicurare, d’altronde non è questa la musica dei Pink Floyd, né per consolidare un successo già enorme. Al contrario, è un lavoro che espone le fratture: l’assenza di Syd Barrett, la perdita di un’innocenza creativa, il disagio di muoversi dentro un’industria che trasforma tutto in prodotto. Era la perdita dell’innocenza dei figli di quegli anni, ma chi potrebbe negare che anche le generazioni odierne in un mondo che cambia continuano, tristemente, a perdere pezzi della loro, di innocenza?

Il tema dell’assenza attraversa l’album come una presenza costante, rendendo il successo qualcosa di ambiguo, persino scomodo. Cinquant’anni dopo, Wish You Were Here resta uno dei pochi dischi capaci di parlare del sistema culturale dall’interno, senza retorica e senza assoluzioni.
Saturday Night Live: l’esperimento targato 1975 che ha cambiato la tv
Sempre nel 1975 debutta il Saturday Night Live. All’inizio è poco più di un esperimento televisivo notturno, ma finisce per ridefinire il ruolo della comicità nel racconto del presente. E la storia intera della televisione.
SNL introduce un’idea semplice e radicale: l’attualità non va solo commentata, ma abitata in tempo reale, con i suoi tic, le sue contraddizioni, le sue derive. La satira diventa così uno strumento di orientamento collettivo, capace di intercettare il clima culturale prima ancora che venga messo a fuoco altrove.
Oggi gli show notturni si sono moltiplicati, sono diventati un simbolo della cultura popolare e dell’informazione americana, e non solo. In Italia, negli ultimi anni, è stato Alessandro Cattelan a portare sia sulla Rai che su Sky il modello dei Late Show. Show che dall’altra parte dell’oceano sono forti di nomi come Jimmy Kimmel, Jimmy Fallon e, visto che il nome Jimmy non è un requisito fondamentale alla conduzione, Stephen Colbert. Su di loro si sta abbattendo nell’ultimo anno la scure e la censura del governo Trump, segno che quell’idea di abitazione del mondo da parte della satira nata nel 1975, funziona ancora benissimo.

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Bohemian Rhapsody e la poesia della complessità
Nello stesso anno Freddie Mercury pubblica Bohemian Rhapsody. Sei minuti che sfidano ogni formato radiofonico, mescolano generi e registri, rifiutano una struttura riconoscibile. Freddie Mercury era giovanissimo, aveva ancora quasi 20 anni di vita e creatività davanti a sé, avrebbe scritto ancora immensi capolavori. Eppure quella canzone rimane nel cuore di tutti. Anche di quelli che, magari, non sono fan dei Queen.
“Mama, just killed a man”. Non è sicuramente l’identificazione nel testo che ha reso questa canzone immortale. Ma quel pizzico di magia che Freddie aveva messo nel brano, scegliendo come forma la rapsodia. Un tipo di struttura musicale che solitamente troviamo nella musica classica, ma che qui diventa un modo di disegnare un mondo che esplode. Poteva non essere capita, eppure. Non è solo un gesto di libertà artistica, ma una scommessa, quella dell’intero gruppo, sull’intelligenza di chi li avrebbe ascoltati. E che li ascolta ancora oggi. Bohemian Rhapsody dimostra che la complessità non è un ostacolo, se è sostenuta da un’anima. È un atto di fiducia nel pubblico, raro allora e ancor di più oggi.

Il Ragioniere, la Bianchina e l’Italia ancora ferma
In Italia, il 1975 coincide con l’arrivo al cinema di Fantozzi. Paolo Villaggio costruisce un personaggio che non cerca empatia né riscatto. Fantozzi non evolve, non migliora, non vince. Non ha dignità. Proprio per questo diventa qualcosa di più di una maschera comica: una lente attraverso cui osservare il lavoro, il potere, l’umiliazione quotidiana. Un obiettivo fotografico che ci tiene inchiodati ai nostri difetti, alle nostre piccolezze.
La sua forza sta nel linguaggio, nelle situazioni ricorrenti, in quella risata che arriva sempre un attimo dopo il disagio. Ma ancor di più, la sua forza sta nella capacità lucida del suo scrittore – e anche attore, ma questo è addirittura secondario – di disegnare gli italiani come popolo. È un ritratto che continua a fare male perché non è mai diventato davvero passato. Fantozzi siamo ancora noi, è ancora in mezzo alle piazze e tra la gente. Tanto che verrebbe da chiedersi come si approccerebbe, oggi, ai social.

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The Rocky Horror Picture Show: potrebbe essere oggi
E poi c’è The Rocky Horror Picture Show. Nel 1975 questo film esce quasi in sordina, senza successo immediato, senza una collocazione chiara. Eppure, nel tempo, diventa qualcosa di diverso: un rituale collettivo, un’esperienza condivisa, un atto di libertà ripetuto. E per questo pop, popolare, nell’accezione più alta del termine.
Tra travestimento, ambiguità sessuale e ironia dissacrante, Rocky Horror intercetta un bisogno che allora non aveva ancora un nome: quello di un pop capace di mettere in discussione identità, ruoli e normalità. Non parla a tutti, e non vuole farlo. Apre piuttosto uno spazio in cui il pubblico non è più spettatore, bensì parte attiva del racconto e rassicurato nelle sue stranezze, nei suoi spigoli, nel suo essere diverso dalla massa. Non è un caso se ancora oggi centinaia di ragazzi ad Halloween vestono i panni del Dr. Frank-N-Furter. Ancora di meno lo è il fatto che Brodway riporterà in scena il musical tratto dal film nella primavera del 2026, in quel luogo mitologico che è lo Studio54.
1975: quando il pop decise di regalarsi a noi
Il 1975 non va letto quindi come un’origine assoluta, né come un anno da mitizzare. Piuttosto come una di quelle coincidenze fortunate – un dono del destino, verrebbe da dire – in cui linguaggi diversi si trovano allineati senza essersi messi d’accordo. Musica, televisione, cinema e immaginario pop non cambiano direzione all’improvviso, ma iniziano a guardare nello stesso punto: le nostre fragilità, le nostre ambiguità, il bisogno di ironia e di riparo. Non ci sono proclami, né manifesti. Solo opere che, quasi senza saperlo, aprono uno spazio nuovo. Uno spazio che non si è mai chiuso e in cui, cinquant’anni dopo, continuiamo a entrare riconoscendoci.
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